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Testo del provvedimento

TENTATIVO
CP Art. 56


Risponde di tentato omicidio il rapinatore che accidentalmente spara alla guardia giurata mentre ruba il bottino




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE - SENTENZA 3 luglio 2019, n.29101
MASSIMA
In tema di tentativo, il requisito dell'univocità degli atti va accertato ricostruendo, sulla base delle prove disponibili, la direzione teleologica della volontà dell'agente quale emerge dalle modalità di estrinsecazione concreta della sua azione, allo scopo di accertare quale sia stato il risultato da lui avuto di mira, sì da pervenire con il massimo grado di precisione possibile alla individuazione dello specifico bene giuridico aggredito e concretamente posto in pericolo.



CASUS DECISUS
Il G.U.P. del Tribunale di Piacenza, procedendo con rito abbreviato, giudicava due soggetti colpevole del reato di rapina e tentato omicidio, insieme ad altri due giudicati separatamente, perché, per rubare la somma che una guardia giurata aveva prelevato da un supermercato, ferivano con colpo di arma da fuoco la guardia. Pertanto, gli imputati ricorrevano in Cassazione, denunciando violazione di legge, per non aver i giudici di merito escluso il tentato omicidio, attesa la natura accidentale del ferimento.



ANNOTAZIONE
Due rapinatori, mentre cercano di rubare una sacca piena di soldi ad una guardia giurata, accidentalmente sparano ad una guardia giurata: si configura il tentato omicidio? A questa domanda risponde la Suprema Corte nella sentenza in epigrafe, evidenziando che non è possibile accogliere le doglianze della difesa, secondo cui la dinamica degli accadimenti criminosi non consentiva di affermare l'idoneità dell'aggressione armata a provocare la morte della guardia giurata. Infatti, in tema di tentativo, il requisito dell'univocità degli atti va accertato ricostruendo, sulla base delle prove disponibili, la direzione teleologica della volontà dell'agente quale emerge dalle modalità di estrinsecazione concreta della sua azione, allo scopo di accertare quale sia stato il risultato da lui avuto di mira, sì da pervenire con il massimo grado di precisione possibile alla individuazione dello specifico bene giuridico aggredito e concretamente posto in pericolo. Ciò posto, non può non rilevarsi che la dinamica del ferimento della guardia giurata, tenuto conto del progetto criminoso nel quale si inseriva, deve ritenersi univocamente dimostrativa del fatto che l'azione dei rapinatori conseguisse a una volontà omicida certamente preventivata dai rapinatori, teleologicamente orientata nella direzione prefigurata nelle sentenze di merito, consentendo di affermare che gli imputati, nel corso della rapina, avessero voluto colpire a morte la vittima, noncurante del rischio di causarne il decesso; quest'ultimo, difatti, non si verificava per cause indipendenti dalla volontà dei ricorrenti, essendo incontroverso che solo il tempestivo ricovero ospedaliero della persona offesa presso l'Ospedale civico di Parma impediva il verificarsi di un epilogo infausto della rapina.




TESTO DELLA SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE - SENTENZA 3 luglio 2019, n.29101 - Pres. Santalucia – est. Centonze

Svolgimento del processo

1. Con sentenza emessa il 23/05/201:7 il G.U.P. del Tribunale di Piacenza, procedendo con rito abbreviato, giudicava C.L.D. e M.O. colpevoli dei reati ascrittigli ai capi A (art. 110 c.p., art. 628 c.p., comma 1, comma 3, n. 1), B (artt. 110 e 648 c.p.), C (L. 18 aprile 1975, n. 110, art. 23, commi 3 e 4, art. 81 c.p., comma 2 e art. 648 c.p.), D (artt. 110 e 648 c.p.), E (artt. 56, 110 e 575 c.p., art. 576 c.p., n. 1), F (art. 110 c.p., L. 2 ottobre 1967, n. 895, artt. 2, 6 e 7) e - ritenuta la continuazione e disposta la riduzione per il rito - condannava gli imputati alla pena di quattordici anni di reclusione.

Gli imputati C. e M., inoltre, venivano condannati alle pene accessorie di legge e al pagamento delle spese processuali e di mantenimento durante la custodia in carcere.

Gli imputati, infine, venivano condannati al risarcimento dei danni nei confronti delle parti civili costituite da liquidarsi in separata sede e al pagamento di una provvisionale di 150.000,00 Euro in favore di V.G. e di 10.000,00 Euro in favore della società Securpol Group s.r.l.

2. Con sentenza emessa il 05/06/2018 la Corte di appello di Bologna, pronunciandosi sull'appello proposto dagli imputati M.O. e C.L.D., confermava la sentenza impugnata e condannava gli appellanti al pagamento delle ulteriori spese processuali.

3. Da entrambe le sentenze di merito, pienamente convergenti, emergeva che, il 22/04/2016, alle ore 15.45, gli imputati M.O. e C.L.D., agendo in concorso con Z.M. e Ma.Ga., per i quali si procedeva separatamente, commettevano una rapina ai danni di un furgone portavalori appartenente alla società Securpol Group s.r.l., che, in quel momento, stazionava nel piazzale del (OMISSIS), sito nella (OMISSIS).

Più precisamente, V.G., che era la guardia giurata addetta alla guida del furgone Fiat Ducato, targato E3036YK, appartenente alla società Securpol Group s.r.l., poco prima delle ore 15.45 del 22/04/2016, faceva ingresso nel supermercato, sopra indicato, dove gli venivano consegnati dei plichi e una somma di denaro in contanti, ammontante a 13.000,00 Euro. Tale somma, al momento della consegna alla guardia giurata, si trovava riposta all'interno di una sacca di tela di colore blu su cui era stampigliata la scritta 'Poste Italiane'.

Dopo l'uscita di V. dal supermercato e prima che lo stesso risalisse a bordo del furgone, parcheggiato nel piazzale adiacente, sopraggiungevano due individui, arrivati sul posto a bordo di un motoveicolo marca Sym Sanyang 200, targato (OMISSIS), con il volto travisato da caschi integrali; i due soggetti, immediatamente, allo scopo di appropriarsi del denaro che la grdia giurata aveva appena prelevato all'interno del supermercato, dopo averle intimato la consegna della somma, in una sequenza estremamente concitata, esplodevano all'indirizzo di V. un colpo di pistola, che l'attingeva alla regione lombare, facendola accasciare a terra; i due rapinatori, quindi, si impossessavano della sacca contenente il denaro e, dopo avere sottratto a V. la sua pistola, marca Tanfoglio, modello P21, si allontanavano dal piazzale del supermercato a bordo del furgone portavalori, nel quale erano custoditi valori per un importo complessivo di 130.000,00 Euro, abbandonando sul posto il ciclomotore con cui erano arrivati.

Dopo l'allontanamento dei rapinatori, la vittima, nonostante avesse riportato gravi ferite, riusciva ad allertare telefonicamente i carabinieri; giungevano, quindi, sul posto i militari e i soccorritori, che provvedevano a trasportare V. presso l'Ospedale civico di Parma, dove veniva sottoposto a un intervento chirurgico d'urgenza; i militari piacentini, al contempo, attivavano le prime indagini, mettendosi alla ricerca del furgone portavalori, con il quale i due rapinatori si erano allontanati dal piazzale del (OMISSIS).

In questi concitati frangenti, i militari del Comando provinciale dei Carabinieri di Piacenza, allertati radiofonicamente dai carabinieri giunti in soccorso di V.G., intorno alle ore 15.50, individuavano il furgone portavalori, utilizzato dai due rapinatori per allontanarsi dalla scena del crimine, parcheggiato presso un supermercato, anch'esso ubicato a Rottofreno, in Via della Resistenza; i militari, quindi, si avvicinavano all'automezzo, nelle vicinanze del quale avvistavano un soggetto che, procedendo con andamento barcollante, cercava di allontanarsi dal mezzo, costeggiando l'argine del canale di irrigazione che attraversava il centro urbano piacentino; tale soggetto, individuato nell'imputato C.L.D.' dopo un breve inseguimento, veniva fermato e condotto presso la sede del Comando provinciale dei Carabinieri di Piacenza.

Nello stesso contesto investigativo, i carabinieri, dopo essere giunti sul luogo dove era stato abbandonato il furgone portavalori della società Securpol Group s.r.l., scorgevano due individui, che si allontanavano nella direzione opposta a quella dove avevano lasciato il mezzo, che non riuscivano a bloccare; a questo punto, i militari tornavano nel luogo dove i rapinatori avevano abbandonato il furgone portavalori ed effettuavano un sopralluogo, all'esito del quale sequestravano alcuni oggetti utili alle indagini, tra cui una pistola Smith & Wesson, modello 66, calibro 357 Magnum con matricola abrasa; la pistola marca Tanfoglio, modello P21, recante matricola F21088, sottratta a V.G. nel corso della rapina; due caschi integrali.

Dopo l'arresto, l'imputato C., che, in un primo momento, aveva negato il suo coinvolgimento nella rapina del furgone portavalori della società Securpol Group s.r.l., ammetteva le sue responsabilità, coinvolgendo nella realizzazione di tali attività delittuose un altro soggetto, che conosceva come ' O.', che indicava quale autore del colpo di pistola che aveva ferito V.G. nel piazzale del (OMISSIS); grazie alle indicazioni fornite da C. si attivava un percorso investigativo che portava all'individuazione dell'imputato M.O., che lo stesso C. riconosceva in una fotografia postagli in visione nel corso dell'interrogatorio di garanzia svolto davanti al G.I.P. del Tribunale di Piacenza il 25/04/2016.

Le dichiarazioni confessorie di C. venivano corroborate dagli accertamenti dattiloscopici effettuati sui due caschi integrali sequestrati dagli investigatori sul luogo, adiacente al canale di irrigazione che attraversava il centro di Rottofreno, dove era stato abbandonato il furgone portavalori. Tali verifiche, infatti, permettevano di individuare, sulla superficie esterna dei caschi, le impronte digitali dello stesso C. e di M., corroborando l'ipotesi investigativa secondo cui erano stato indossati dagli imputati nelle fasi cruciali della rapina.

Si procedeva, pertanto, ad arrestare. M.O., che, sin dal primo interrogatorio, ammetteva il suo coinvolgimento nella rapina e precisava di essere stato lui ad avere ferito V.G., aggiungendo però che il ferimento della guardia giurata costituiva uno sviluppo, accidentale e non previsto, dell'azione criminosa; M., inoltre, riferiva di essere stato coinvolto nella rapina da C. a causa del debito che quest'ultimo vantava nei suoi confronti per alcune forniture di droga, che non era riuscito a saldare; M., infine, precisava che era stato C. a occuparsi della ricettazione, contestata al capo B, della targa del ciclomotore Sym Sanyang 200 utilizzato per commettere la rapina.

Le dichiarazioni confessorie rese dagli imputati C. e M. venivano correlate agli esiti del servizio di intercettazione telefonica attivato nel corso delle indagini preliminari, grazie al quale si individuavano, quali complici dei ricorrenti, Z.M. e Ma.Ga., per i quali si procedeva separatamente, consentendo di definire il quadro probatorio acquisito nei confronti dei ricorrenti, che non lasciava residuare dubbi sul loro coinvolgimento nelle vicende criminose oggetto di vaglio.

Sulla scorta di tale ricostruzione dei fatti di reato, gli imputati C.L.D. e M.O. venivano condannati alle pene di cui in premessa.

4. Avverso la sentenza di appello C.L.D. e M.O., a mezzo dei rispettivi difensori, ricorrevano per cassazione, con atti di impugnazione di cui occorre dare partitamente conto.

4.1. L'imputato C.L.D., a mezzo dell'avv. Attilio Giulio, ricorreva per cassazione, deducendo quattro motivi di ricorso.

Con il primo motivo si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata, in riferimento all'art. 648 c.p., conseguenti al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto degli elementi probatori sulla base dei quali si era ritenuto l'imputato responsabile della ricettazione della targa (OMISSIS) del ciclomotore Sym Sanyang 200, provento di furto in danno di Ca.Va., così come contestata al capo E4, attraverso un giudizio fondato sulle sole dichiarazioni accusatorie, palesemente inattendibili, di M.O..

Secondo la difesa del ricorrente, la sequenza degli accadimenti criminosi, all'esito dei quali si concretizzava la rapinai del furgone portavalori della società Securpol Group s.r.l., non consentiva di ritenere C. coinvolto ne(la ricettazione della targa del ciclomotore Sym Sanyang 200, che non poteva essere ascritta, in concorso, a entrambi gli imputati, costituendo un dato incontroverso quello secondo cui soltanto l'imputato M. disponeva delle competenze tecniche indispensabili a eseguire le attività di contraffazione di cui si controverte.

Con il secondo motivo di ricorso si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione del provvedimento impugnato, in riferimento all'art. 582 c.p., art. 583 c.p., comma 3, n. 3, conseguenti al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto dell'inquadramento dell'ipotesi di reato contestata a C. al capo E, che appariva contraddetto delle emergenze probatorie, che imponevano di ricondurre il comportamento del ricorrente alla fattispecie delle lesioni personali e non a quella del tentato omicidio.

Si deduceva, in proposito, che l'aggressione armata posta in essere dagli imputati C. e M. in danno del furgone portavalori della società Securpol Group s.r.l., che aveva provocato il ferimento di V., era intrinsecamente inidonea a provocare la morte della guardia giurata, com'era evidente dalla sequenza dell'azione delittuosa e dalle ferite riportate dalla vittima nel corso della rapina.

Con il terzo motivo di ricorso si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata, conseguenti al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto della configurazione dell'ipotesi del concorso anomalo prevista dall'art. 116 c.p., la cui applicazione, che già era stata invocata dalla difesa di C. nel giudizio di appello, si imponeva tenuto conto delle circostanze di tempo e di luogo nelle quali si era concretizzato il ferimento di V., contestato al capo E, la cui esecuzione costituiva uno sviluppo imprevisto dell'originario progetto criminoso.

Con il quarto motivo di ricorso si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata, conseguenti all'incongruità del giudizio dosimetrico formulato dalla Corte di appello di Bologna nei confronti di C., che veniva censurato per la sua eccessività e per il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, che si imponeva tenuto conto delle modalità con cui si erano concretizzati gli accadimenti criminosi e della decisività del contributo all'accertamento dei fatti fornito dal ricorrente con le sue dichiarazioni.

Queste ragioni imponevano l'annullamento della sentenza impugnata.

4.2. L'imputato M.O., a mezzo dell'avv. Francesco Argento, ricorreva per cassazione, deducendo tre motivi di ricorso.

Con il primo motivo, proposto in termini parzialmente sovrapponibili al secondo motivo del ricorso di C., si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione del provvedimento impugnato, in riferimento all'art. 125 c.p.p., comma 3, art. 192 c.p.p., commi 1 e 2, art. 546 c.p.p., comma 1, art. 42 c.p., commi 1 e 2, art. 43 c.p., comma 1 e art. 56 c.p., comma 1, conseguenti al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto delle ragioni che imponevano di ricondurre l'ipotesi di reato di cui al capo E nell'alveo del tentato omicidio. Tale inquadramento, infatti, risultava contraddetto delle emergenze probatorie, che non consentivano di escludere l'accidentalità del ferimento di V., imponendo di ricondurre il comportamento di M. alla fattispecie delle lesioni personali aggravate e non a quella del tentato omicidio.

Secondo la difesa del ricorrente, il compendio probatorio imponeva di affermare l'accidentalità del colpo di pistola esploso da M. all'indirizzo di V., che era stato provocato dalla concitazione degli accadimenti criminosi, all'esito dei quali si perfezionava la rapina contestata al capo A, rispetto alla quale era estraneo ogni animus necandi. La natura accidentale del ferimento, quindi, risultava dimostrata dall'azione convulsa dei rapinatori, che tentavano di neutralizzare V., allo scopo di impossessarsi della somma di 13.000,00 Euro che la vittima aveva prelevato dal (OMISSIS), senza volerla ferire, con un comportamento che imponeva di escludere il tentato omicidio ascritto a M. al capo E. Con il secondo motivo di ricorso si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata, in riferimento all'art. 125 c.p.p., comma 3, art. 546 c.p.p., comma 1, art. 99 c.p., conseguenti al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto delle ragioni che imponevano di applicare a M. la recidiva reiterata oggetto di contestazione, il cui riconoscimento conseguiva a una valutazione della posizione del ricorrente disarmonica rispetto alla natura di 'circostanza aggravante inerente alla persona del colpevole' della recidiva affermata dalle Sezioni unite (Sez. U, n. 35738 del 27/05/2010, Calibè, Rv. 247838).

Con il terzo motivo di ricorso si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata, in riferimento all'art. 125 c.p.p., comma 3, art. 546 c.p.p., comma 1, artt. 132, 133, 99 e 62-bis c.p., conseguenti all'incongruità del giudizio dosimetrico formulato dalla Corte di appello di Bologna nei confronti di M., che veniva censurato per la sua eccessività e per il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, che si imponeva tenuto conto delle circostanze di tempo e di luogo nelle quali erano maturati gli accadimenti criminosi e del contributo all'accertamento dei fatti delittuosi fornito dal ricorrente con le sue dichiarazioni confessorie.

Queste ragioni imponevano l'annullamento della sentenza impugnata.

Motivi della decisione

1. I ricorsi proposti C.L.D. e M.O. sono infondati.

2. Deve ritenersi infondato il ricorso presentato dall'imputato C.L.D., a mezzo dell'avv. Attilio Giulio, con cui si articolavano quattro motivi di ricorso.

2.1. Deve ritenersi infondato il primo motivo di ricorso, con cui si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata, in riferimento all'art. 648 c.p., conseguenti al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto degli elementi probatori sulla base dei quali C. era stato ritenuto responsabile della ricettazione della targa (OMISSIS) del ciclomotore Sym Sanyang 200, così come contestata al capo B, attraverso un giudizio esclusivamente fondato sulle dichiarazioni accusatorie, palesemente inattendibili, di M.O..

Osserva, in proposito, il Collegio che la sequenza unitaria degli accadimenti criminosi, all'esito dei quali si concretizzava la rapina del furgone portavalori della società Securpol Group s.r.l., condotto da V.G., non permette di parcellizzare le condotte degli imputati C. e M., frazionandone l'azione criminosa, che si sviluppava in un unico contesto. Tale azione aveva inizio con l'elab o.ne del progetto criminoso oggetto di vaglio e si concludeva con la rapina della somma di 13.000,00 Euro consegnata alla guardia giurata - e dei valori custoditi nel furgone portavalori, ammontanti a 130.000,00 Euro - e il ferimento di V., che non consentiva di isolare atomisticamente i comportamenti dei correi.

In questo contesto, il contributo prestato da C. deve essere collocato sullo stesso piano concorsuale di quello fornito dai complici, essendo incontroverso che la rapina si concretizzava all'esito di un'articolata sequenza criminosa, a conclusione della quale gli imputati si impossessavano della somma di 13.000,00 Euro consegnata a V.G. dai dipendenti del (OMISSIS) e degli altri valori custoditi nel furgone.

Non è, invero, possibile distinguere, in un progetto criminoso pienamente condiviso ed estremamente articolato, come quello oggetto di vaglio, che riguardava la rapina di un furgone portavalori e prevedeva il coinvolgimento di numerosi soggetti, se non artificiosamente e attraverso un'inammissibile parcellizzazione delle singole condotte concorsuali, il ruolo svolto da ciascuno dei rapinatori, che, agendo in un contesto sequenziale unitario, riuscivano a portare a termine l'azione delittuosa, conformemente all'originaria programmazione. Sotto questo profilo, devono ritenersi prive di rilievo le considerazioni espresse dal difensore di C., secondo cui non vi era prova che il ricorrente avesse contributo alle attività funzionali alla ricettazione della targa (OMISSIS), apposta al ciclomotore Sanyang 200, provento di furto in danno di Ca.Va., indispensabili per configurare il reato di cui al capo B, alle quali non aveva fornito alcun contributo utile.

A tali considerazioni deve aggiungersi che il percorso argomentativo seguito dai Giudici di merito prescinde, in senso stretto, dall'apporto materiale fornito da ciascuno degli imputati alla concretizzazione dell'azione criminosa sfociata nella rapina del furgone portavalori della società Securpol Group s.r.l. e nel ferimento di V., essendo tali contributi espressivi di una piena compartecipazione agli accadimenti delittuosi sotto il profilo del rafforzamento del proposito criminoso sotteso alla commissione dei reati di cui ai capi A, B, C, D, E, F, unitariamente valutabili. Ne discende che le modalità con cui si concretizzavano gli accadimenti criminosi imponevano di ritenere C. pienamente responsabile della rapina contestata al capo A e di tutte le vicende delittuose collegate, quantomeno a titolo di concorso morale, in sintonia con la giurisprudenza consolidata di questa Corte, secondo cui: 'Il concorso morale nel reato può realizzarsi sotto forma di determinazione o di rafforzamento dell'altrui proposito criminoso, oppure sotto forma di sostegno all'opera dell'autore materiale. Pertanto anche la semplice presenza sul posto e nel tempo della commissione del reato può integrare una partecipazione punibile, purchè esprima una volontà criminosa del partecipe uguale a quella dell'autore materiale e quest'ultimo tragga dalla presenza altrui uno stimolo all'azione o un maggior senso di sicurezza nella propria condotta' (Sez. 5, n. 4416 del 09/04/1983, Malaponti, Rv. 158985; si veda, in senso sostanzialmente conforme, anche Sez. 5, n. 14991 del 12/01/2012, Striscuglio, Rv. 252322).

Queste ragioni impongono di ribadire l'infondatezza del primo motivo di ricorso.

2.2. Parimenti infondato deve ritenersii il secondo motivo di ricorso, con cui si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione del provvedimento impugnato, in riferimento all'art. 582 c.p., art. 583 c.p., comma 3, n. 3, conseguenti al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto dell'inquadramento dell'ipotesi di reato contestata al capo E, che appariva contraddetto delle emergenze probatorie, che imponevano di ricondurre il comportamento di C. alla fattispecie delle lesioni personali e non a quella del tentato omicidio.

Secondo la difesa del ricorrente, la dinamica degli accadimenti criminosi non consentiva di affermare l'idoneità dell'aggressione armata di C. a provocare la morte di V., atteso che le modalità del ferimento della guardia giurata non permettevano di ricondurre la condotta dell'imputato all'ipotesi del tentato omicidio, così come contestata ai capo E, non risultando provati nè l'attitudine offensiva a determinare l'evento mortale nè l'animus necandi sotteso all'azione oggetto di vaglio.

Osserva, in proposito, il Collegio che il presupposto su cui il ricorrente fonda il suo assunto difensivo, secondo cui l'aggressione armata posta in essere da C. e dal complice in danno di V. era inidonea a provocarne la morte, risulta smentito dalla sequenza degli accadimenti criminosi, tenuto conto dell'uso di una pistola di elevata potenzialità offensiva e della gravità delle ferite riportate dalla vittima.

Si consideri, innanzitutto, che i fatti di reato, nella loro consistenza materiale, sono incontroversi, essendo pacifico che V. veniva ferito da un colpo di arma da fuoco - esploso da M. con la pistola di cui al capo C - che attingeva la vittima nella regione dorsale e le provocava la frattura esposta delle vertebre lombari.

L'imputato M., del resto, fin dal primo interrogatorio, ammetteva i fatti che gli venivano contestati, pur rappresentando che il ferimento di V. rappresentava uno sviluppo imprevisto e accidentale del progetto criminoso originario, che non prevedeva l'uccisione della guardia giurata addetta alla guida del furgone portavalori, le cui ferite venivano provocate da un colpo di pistola esploso involontariamente nella concitazione degli eventi.

Su questi profili valutativi la sentenza di appello si soffermava con un percorso argomentativo conforme alle emergenze probatorie e immune da censure motivazionali, evidenziando che l'azione delittuosa di M. era certamente idonea a determinare la morte di V., avendo provocato il colpo di pistola l'attingimento di un'area corporea, quella lombare, nella quale si trovano numerosi organi vitali, che venivano messi gravemente in pericolo dal ferimento della vittima.

Basti, in proposito, considerare che il colpo di pistola esploso all'indirizzo di V. gli provocava la 'frattura esposta delle vertebre lombari', che imponeva il ricovero della vittima presso l'Ospedale civico di Parma, dove veniva sottoposto a un intervento chirurgico d'urgenza, reso necessario dalla gravità delle sue condizioni.

Sulla scorta di tale ricostruzione dell'aggressione armata patita da V., i Giudici di merito formulavano un giudizio affermativo sull'idoneità degli atti posti in essere dagli imputati a provocare la morte della vittima, nel valutare la quale è necessario richiamare la giurisprudenza consolidata di questa Corte, secondo cui: 'L'idoneità degli atti, richiesta per la configurabilità del reato tentato, deve essere valutata con giudizio 'ex ante', tenendo conto delle circostanze in cui opera l'agente e delle modalità dell'azione, in modo da determinarne la reale adeguatezza causale e l'attitudine a creare una situazione di pericolo attuale e concreto di lesione del bene protetto' (Sez. 1, n. 27918 del 04/03/2010, Resa, Rv. 248305; si veda, in senso sostanzialmente conforme, anche Sez. 1, n. 1365 del 02/10/1997, dep. 1998, Tundo, Rv. 209688).

2.2.1. In questa cornice, la difesa di C.L.D. censurava ulteriormente la sentenza impugnata sotto il profilo dell'assenza di prova dell'univocità degli atti che si concretizzavano nell'ipotesi delittuosa contestata al capo E, a sua volta incidente sull'assenza di prova della volontà omicida dell'imputato, che doveva essere esclusa sulla base della sequenza degli accadimenti criminosi.

Deve, in proposito, rilevarsi che l'univocità degli atti costituisce il presupposto indispensabile per ritenere una condotta delittuosa - analoga a quella ascritta al ricorrente al capo E - riconducibile all'alveo applicativo dell'art. 56 c.p.. Tutto questo risponde all'esigenza di ricostruire in termini certi la volontà dell'agente rispetto all'aggressione del bene giuridico protetto della norma, in questo caso rappresentato dalla vita di V.G., conformemente a quanto statuito da questa Corte, secondo cui: 'In tema di tentativo, il requisito dell'univocità degli atti va accertato ricostruendo, sulla base delle prove disponibili, la direzione teleologica della volontà dell'agente quale emerge dalle modalità di estrinsecazione concreta della sua azione, allo scopo di accertare quale sia stato il risultato da lui avuto di mira, sì da pervenire con il massimo grado di precisione possibile alla individuazione dello specifico bene giuridico aggredito e concretamente posto in pericolo' (Sez. 4, n. 7702 del 29/01/2007, Alasia, Rv. 236110; si veda, in senso sostanzialmente conforme, anche Sez. 1, n. 7938 del 03/02/1992, Lubrano di Ricco, Rv. 191241).

Ne deriva che, nel caso di specie, il requisito dell'univocità degli atti doveva essere accertato sulla base delle connotazioni concrete della condotta criminosa posta in essere da C. e dal complice, nel senso che i comportamenti criminosi dovevano possedere, tenuto conto del contesto in cui erano inseriti e della dinamica dell'azione delittuosa, l'attitudine a rendere manifesto il proposito perseguito, desumibile sia dagli atti esecutivi sia da quelli preparatori (Sez. 2, n. 46776 del 20/11/2012, D'Angelo, Rv. 254106; Sez. 2, n. 41649 del 05/11/2010, Vingiani, Rv. 248829).

In questo contesto, non può non rilevarsi che la dinamica del ferimento di V., tenuto conto del progetto criminoso nel quale si inseriva, deve ritenersi univocamente dimostrativa del fatto che l'azione dei rapinatori conseguisse a una volontà omicida certamente preventivata dai rapinatori, teleologicamente orientata nella direzione prefigurata nelle sentenze di merito, consentendo di affermare che gli imputati, nel corso della rapina, avessero voluto colpire a morte la vittima, noncurante del rischio di causarne il decesso; quest'ultimo, difatti, non si verificava per cause indipendenti dalla volontà dei ricorrenti, essendo incontroverso che solo il tempestivo ricovero ospedaliero della persona offesa presso l'Ospedale civico di Parma impediva il verificarsi di un epilogo infausto della rapina.

Queste considerazioni impongono di ritenere infondato il secondo motivo di ricorso.

2.3. Analogo giudizio di infondatezza deve essere espresso per il terzo motivo di ricorso, con cui si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata, conseguenti al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto delle ragioni che non consentivano di configurare l'ipotesi del concorso anomalo prevista dall'art. 116 c.p., la cui applicazione si imponeva tenuto conto delle circostanze di tempo e di luogo nelle quali si era concretizzato il tentato omicidio contestato al capo E, la cui esecuzione costituiva uno sviluppo della rapina imprevisto e non riconducibile alle intenzioni di C..

Deve, in proposito, rilevarsi che, anche in questo caso, le evidenze probatorie smentiscono l'assunto da cui muove la difesa di C., nel censurare la motivazione della sentenza impugnata sul piano della consistenza e dell'efficienza causale del contributo conc:orsuale dell'imputato, incentrato sul ruolo svolto dai ricorrente e sulla circostanza che il ferimento di V. non era riconducibile alla sua determinazione criminosa, avendo esploso il colpo di pistola che aveva ferito la vittima il solo M..

In questa cornice, non occorre soffermarsi ulteriormente sullo scenario criminale che aveva indotto, consapevolmente e concordemente, gli imputati ad aggredire V., rispetto al quale il contributo fornito da C. deve essere collocato sullo stesso piano concorsuale, morale e materiale, di quello di M.. Su tali profili valutativi ci si è soffermati analiticamente nei paragrafi 2.2 e 2.2.1, ai quali occorre rinviare per la ricognizione delle ragioni che non consentono di ritenere sussistenti gli elementi costitutivi del concorso anomalo nel tentato omicidio contestato al ricorrente al capo E. Da questo punto di vista, nell'escludere l'applicazione della disciplina del concorso anomalo prevista dall'art. 116 c.p. al caso di specie, non può non ribadirsi che il contesto nel quale maturava la vicenda delittuosa e la sequenza criminosa attraverso cui si concretizzava il ferimento di V., che appariva il frutto di un'azione preordinata e pienamente condivisa dai rapinatori, non consente di prefigurare gli eventi delittuosi on esame come conseguenza di fattori eccezionali e non prevedibili da C. e dal complice. Sul punto, a conferma della correttezza del percorso argomentativo esplicitato nella sentenza impugnata, si ritiene utile richiamare la giurisprudenza consolidata di questa Corte, secondo la quale: 'La configurazione del concorso cosiddetto 'anomalo' di cui all'art. 116 c.p. è soggetta a due limiti negativi e cioè che l'evento diverso non sia stato voluto neppure sotto il profilo del dolo alternativo od eventuale e che l'evento più grave, concretamente realizzato, non sia conseguenza di fattori eccezionali, sopravvenuti, meramente occasionali e non ricollegabili eziologicamente alla condotta criminosa di base' (Sez. 6, n. 6214 del 05/12/2011, dep. 2012, Mazzarella, Rv. 252405; si veda, in senso sostanzialmente conforme, anche Sez. 3, n. 44226 del 03/04/2013, De Luca, Rv. 257614).

Non era, al contempo, possibile prendere in considerazione l'ipotesi alternativa prospettata in termini esclusivamente ipotetici dalla difesa del ricorrente e contrapporla a quella correttamente vagliata dalla Corte di appello di Bologna, in presenza di elementi probatori che consentivano di escluderne la veridicità e la plausibilità logica. Nel caso in esame, infatti, non era ragionevole attribuire alcun valore processuale all'ipotesi alternativa prospettata dalla difesa di C., incentrata sull'estraneità o comunque sulla marginalità esecutiva del suo contributo, in presenza di fonti di prova, univocamente orientate, che imponevano di escludere non solo la verosimiglianza, ma addirittura la plausibilità di tale ricostruzione del ferimento di V..

Invero, un tale percorso valutativo, oltre che illogico e processualmente incongruo, si sarebbe posto in contrasto con la giurisprudenza consolidata di questa Corte, secondo cui: 'In tema di valutazione della prova, il ricorso al criterio di verosimiglianza e alle massime d'esperienza conferisce al dato preso in esame valore di prova se può escludersi plausibilmente ogni spiegazione alternativa che invalidi l'ipotesi all'apparenza più verosimile, ponendosi, in caso contrario, tale dato come mero indizio da valutare insieme con gli altri elementi risultanti dagli atti' (Sez. 6, n. 5905 del 29/11/2011, dep. 2012, Brancucci, Rv. 252066; si veda, in senso sostanzialmente conforme, anche Sez. 6, n. 15897 del 09/04/2009, Massimino, Rv. 243528).

Queste considerazioni impongono di ritenere infondato il terzo motivo di ricorso.

2.4. Infine, deve ritenersi inammissibile il quarto motivo di ricorso, con cui si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata, conseguenti all'incongruità del giudizio dosimetrico formulato dalla Corte di appello di Bologna, che veniva censurato per la sua eccessività e per il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, che si imponeva tenuto conto delle circostanze di tempo e di luogo nelle quali erano maturati gli accadimenti criminosi e del contributo all'accertamento dei fatti fornito da C. con le sue dichiarazioni confessorie.

Osserva, in proposito, il Collegio che il trattamento sanzionatorio irrogato all'imputato C., quantificato in quattordici anni di reclusione, risulta giustificato dalla ricostruzione della vicenda criminosa compiuta dal Giudice di appello bolognese, che si soffermava correttamente sulle connotazioni, oggettive e soggettive, delle ipotesi delittuose contestate al ricorrente ai capi A, B, C, D, E, F e sul loro elevato disvalore.

Invero, tenuto conto del comportamento criminoso di C. e dell'elevato disvalore delle ipotesi di reato oggetto di contestazione, veniva formulato un giudizio dosimetrico conforme ai parametri previsti dall'art. 133 c.p., nel valutare il quale non si può non ribadire che, al contrario di quanto dedotto dalla difesa del ricorrente, il trattamento sanzionatorio risulta congruo rispetto alla gravità del contesto criminale nel quale i fatti illeciti si verificavano, riguardanti - occorre ribadirlo - la commissione di una rapina ai danni di un furgone portavalori, dalla quale derivava il ferimento della guardia giurata addetta alla sua vigilanza.

Si consideri, infine, che le circostanze attenuanti generiche di cui all'art. 62-bis c.p. rispondono alla funzione di adeguare la pena irrogata al caso concreto nella globalità degli elementi oggettivi e soggettivi che lo connotano, sul presupposto del riconoscimento di situazioni fattuali, eventualmente riscontrate con riferimento alla posizione dell'imputato. La necessità di un giudizio che coinvolga tale posizione nel suo complesso - e che impediva la concessione a C. delle attenuanti generiche - è sintetizzata dal principio di diritto affermato da questa Corte, secondo cui: 'Le attenuanti generiche non possono essere intese come oggetto di benevola e discrezionale 'concessione' del giudice, ma come il riconoscimento di situazioni non contemplate specificamente, non comprese cioè tra le circostanze da valutare ai sensi dell'art. 133 c.p., che presentano tuttavia connotazioni tanto rilevanti e speciali da esigere una più incisiva, particolare, considerazione ai fini della quantificazione della pena' (Sez. 6, n. 2642 del 14/01/1999, Catone, Rv. 212804; si veda, in senso sostanzialmente conforme, anche Sez. 2, n. 30228 del 05/06/2014, Vernucci, Rv. 260054).

Queste considerazioni ragioni impongono di ritenere inammissibile il quarto motivo di ricorso.

2.5. Le considerazioni esposte impongono di ribadire l'infondatezza del ricorso proposto dall'avv. Attilio Giulio nell'interesse dell'imputato C.L.D..

3. Deve ritenersi infondato il ricorso presentato dall'imputato M.O., a mezzo dell'avv. Francesco Argento, con cui si proponevano tre motivi di ricorso.

3.1. Deve ritenersi infondato il primo motivo di ricorso, proposto in termini parzialmente sovrapponibili al secondo motivo dell'atto di impugnazione presentato nell'interesse dell'imputato C., con cui si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione del provvedimento impugnato, in riferimento all'art. 125 c.p.p., comma 3, art. 192 c.p.p., commi 1 e 2, art. 546 c.p.p., comma 1, art. 42 c.p., commi 1 e 2, art. 43 c.p., comma 1, art. 56 c.p., comma 1, conseguenti al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto dell'inquadramento dell'ipotesi di reato contestata a M. al capo E, che appariva incompatibile con le emergenze probatorie, che imponevano di ricondurre il comportamento criminoso del ricorrente alla fattispecie delle lesioni personali e non a quella del tentato omicidio.

Si tratta, come si è premesso, di una doglianza che veniva prospettata in termini assimilabili a quella proposta dall'avv. Attilio Giulio, nell'interesse dell'imputato C., nel secondo motivo del suo atto di impugnazione, che si è passata in rassegna nei paragrafi 2.2 e 2.2.1, ai quali occorre rinviare per la disamina delle censure difensive che vi sono sottese e delle ragioni che impongono di ritenerle infondate.

3.1.1. Alle considerazioni che si sono esposte nei paragrafi 2.2 e 2.2.1, occorre aggiungere che la ricostruzione degli accadimenti criminosi risulta corroborata dalle dichiarazioni confessorie rese dagli imputati C. e M., che, nel loro nucleo essenziale, risultano convergenti e consentono di affermare che la rapina all'esito della quale veniva ferito V.G. era il frutto di un'iniziativa preordinata e pienamente condivisa da tutti i rapinatori, che avevano accuratamente pianificato le fasi attraverso cui l'azione armata si sarebbe dovuta perfezionare.

Ricostruita in questi termini la pianificazione della rapina e i comportamenti criminosi attraverso cui si concretizzava, le dichiarazioni confessorie di C. e M. risultano tra loro convergenti e, anche alla luce degli ulteriori elementi probatori, appaiono interpretate dal Giudice di appello bolognese nel rispetto della giurisprudenza consolidata di questa Corte, secondo cui: 'Nella valutazione della chiamata in correità o in reità, il giudice, ancora prima di accertare l'esistenza di riscontri esterni, deve verificare la credibilità soggettiva del dichiarante e l'attendibilità oggettiva delle sue dichiarazioni, ma tale percorso valutativo non deve muoversi attraverso passaggi rigidamente separati, in quanto la credibilità soggettiva del dichiarante e l'attendibilità oggettiva del suo racconto devono essere vagliate unitariamente, non indicando l'art. 192 c.p.p., comma 3, alcuna specifica tassativa sequenza logico-temporale' (Sez. U, n. 20804 del 29/11/2012, Aquilina' Rv. 255145).

Questo orientamento ermeneutico, com'è noto, si inserisce in un filone giurisprudenziale ormai consolidato, che è possibile esplicitare richiamando il seguente principio di diritto: 'In tema di chiamata in reità, poichè la valutazione della credibilità soggettiva del dichiarante e quella della attendibilità oggettiva delle sue dichiarazioni non si muovono lungo linee separate, posto che l'uno aspetto influenza necessariamente l'altro,.al giudice è imposta una considerazione unitaria dei due aspetti, pur logicamente scomponibili; sicchè, in presenza di elementi incerti in ordine all'attendibilità del racconto, egli non può esimersi dal vagliarne la tenuta probatoria alla luce delle complessive emergenze processuali, in quanto - salvo il caso estremo di una sicura inattendibilità del dichiarato - il suo convincimento deve formarsi sulla base di un vaglio globale di tutti gli elementi di informazione legittimamente raccolti nel processo' (Sez. 6, n. 11599 del 13/03/2007, Pelaggi, Rv. 236151; si veda, in senso sostanzialmente conforme, anche Sez. 2, n. 21599 del 16/02/1999, Emmanuello, Rv. 244541).

Questi parametri ermeneutici, correttamente applicati nel caso in esame, inducevano la Corte di appello di Bologna a formulare un giudizio di attendibilità, intrinseca ed estrinseca, delle chiamate in correità di C.L.D. e M.O., i cui resoconti confessori venivano ritenuti lineari, coerenti e riscontrati dagli ulteriori elementi probatori, con un percorso argomentativo ineccepibile e rispettoso della giurisprudenza di questa Corte, consentendo la formulazione di un giudizio di colpevolezza nei loro confronti (Sez. U, n. 20804 del 29/11/2012, dep. 2013, Aquilina, cit.).

Queste ragioni impongono di ribadire l'infondatezza del primo motivo di ricorso.

3.2. Deve ritenersi inammissibile il secondo motivo di ricorso, con cui si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata, in riferimento all'art. 125 c.p.p., comma 3, art. 546 c.p.p., comma 1 e art. 99 c.p., conseguenti al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto dell'applicazione della recidiva reiterata, il cui riconoscimento conseguiva a una valutazione della posizione del ricorrente disarmonica rispetto alla natura di 'circostanza aggravante inerente alla persona del colpevole' della recidiva affermata dalle Sezioni unite (Sez. U, n. 35738 del 27/05/2010, Calibè, Rv. 247838).

La Corte di assise di Bologna, invero, valutava correttamente le risultanze processuali e la posizione di recidivo di M., attraverso un percorso motivazionale dal quale non emergeva alcun automatismo dosimetrico nell'applicazione della recidiva reiterata contestata all'imputato, tenuto conto della gravità e della specificità dei suoi precedenti penali. Veniva, in questo modo, compiuto un accertamento della significatività delle vicende criminose contestate a M. ai capi A, B, C, D, E, F in correlazione alla tipologia e al disvalore dei suoi precedenti penali, che appare rispettoso dei parametri dosimetrici previsti dall'art. 99 c.p..

Nè rilevano le argomentazioni difensive, relative all'esito positivo delle misure alternative concesse a M. in relazione a pregresse vicende criminose, atteso che, come correttamente evidenziato a pagina 14 della sentenza impugnata, tali precedenti dovevano essere valutati in correlazione ai fatti di reato oggetto di vaglio, dai quali emergeva 'una proclività al delitto, anche variegato, con gravità del tutto esponenziale per pericolosità verso i beni altrui primari (...)'.

Sulla scorta di tale condivisibile percorso argomentativo, la Corte di appello di Bologna giungeva al riconoscimento della recidiva reiterata, così come contestata a M., richiamando i suoi numerosi precedenti penali, tra cui oltre dieci episodi di detenzione di sostanze stupefacenti e un furto, che imponevano di ritenere congrua la pena irrogata dal Giudice di primo grado, quantificata in quattordici anni di reclusione, nel rispetto della giurisprudenza consolidata di questa Corte (Sez. 6, n. 34670 del 28/06/2016, Cascone, Rv. 267685; Sez. 5, n. 48341 del 07/10/2015, Lo Presti, Rv. 265333).

Queste ragioni impongono di ribadire l'inammissibilità del secondo motivo di ricorso.

3.3. Parimenti inammissibile deve ritenersi il terzo motivo di ricorso, con cui si deducevano violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata, in riferimento all'art. 125 c.p.p., comma 3, art. 546 c.p.p., comma 1, artt. 132, 133, 99, 62-bis c.p., conseguenti all'incongruità del giudizio dosimetrico formulato dalla Corte di appello di Bologna nei confronti di M., che veniva censurato per la sua eccessività e per il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, che si imponeva tenuto conto delle circostanze di tempo e di luogo nelle quali erano maturati gli accadimenti criminosi e del contributo all'accertamento dei fatti delittuosi fornito dal ricorrente con le sue dichiarazioni confessorie.

Non può, in proposito, non rilevarsi, in linea con quanto affermato nel paragrafo 2.4, cui si rinvia, che, tenuto conto del comportamento criminoso di M. e dell'elevato disvalore dei fatti delittuosi contestatigli ai capi A, B, C, D, E, F, la Corte territoriale bolognese formulava un giudizio dosimetrico rispettoso delle emergenze probatorie e conforme ai parametri previsti dall'art. 133 c.p.. Ne consegue che, al contrario di quanto dedotto dalla difesa di M., il trattamento sanzionatorio applicato all'imputato - quantificato in quattordici anni di reclusione - risulta congruo rispetto alla gravità dei reati e al contesto criminale nel quale si verificavano, che provocavano la commissione di una rapina ai danni di un furgone portavalori e ferimento di V.G..

A tali, dirimenti, considerazioni, negli stessi termini esposti nel paragrafo 2.4, occorre aggiungere che le attenuanti generiche di cui all'art. 62-bis c.p. rispondono alla funzione di adeguare la pena al caso concreto nella globalità degli elementi oggettivi e soggettivi che la connotano, sul presupposto del riconoscimento di situazioni fattuali, pacificamente non riscontrabili nel caso di M., per ragioni analoghe a quelle vagliate in relazione alla posizione di C. (Sez. 2, n. 30228 del 05/06/2014, Vernucci, cit.; Sez. 6, n. 2642 del 14/01/1999, Catone, cit.).

Queste considerazioni ragioni impongono di ritenere inammissibile il terzo motivo di ricorso.

4. Per queste ragioni, i ricorsi proposti dagli imputati M.O. e C.L.D. devono essere rigettati, con la conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.