Shop Neldirittoeditore Carrello
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | GIOVEDÌ   14  NOVEMBRE AGGIORNATO ALLE 20:26
Testo del provvedimento

FEDE PUBBLICA (REATI CONTRO LA -ARTT. 453- 498 C.P.)
CP Art. 495


PER ESSERE AMMESSA AL COLLOQUIO CON UN DETENUTO ATTESTA FALSAMENTE DI ESSERE SUA CONVIVENTE




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 29 ottobre 2019, n.44111
MASSIMA
La condotta di chi falsamente attesta la propria qualità di convivente del detenuto al pubblico ufficiale preposto ai controlli familiari all’interno di una Casa Circondariale integra il reato di falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità proprie o di altri, in quanto la convivenza con una persona – quale consuetudine di vita comune in uno stesso luogo riservato – costituisce una qualità che può rientrare tra quelle indicate nella disposizione di cui all’art. 495 cod. pen., laddove – come nella specie – per essere ammessi a colloquio con una persona detenuta sia necessario essere a lei legati da convivenza.



TESTO DELLA SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 29 ottobre 2019, n.44111 -
SENTENZA sul ricorso proposto da: FARSETTA MONICA nata a COSENZA il 06/12/1989 avverso la sentenza del 03/07/2018 della CORTE APPELLO di CATANZARO visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita la relazione svolta dal Consigliere PAOLA BORRELLI; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore TOMASO EPIDENDIO, che ha concluso chiedendo l'inammissibilità del ricorso; udito il difensore Avvocato GIUSEPPE DE NAPOLI, in qualità di sostituto processuale dell'avv. GIANPIERO CALABRESE si riporta ai motivi. Si rimette alla Corte per l'eventuale prescrizione del reato. RITENUTO IN FATTO 1. La sentenza impugnata è stata pronunziata il 3 luglio 2018 dalla Corte di appello di Catanzaro, che ha confermato la condanna inflitta a Monica Farsetta dal Tribunale di Cosenza per il reato di cui all'art. 495 cod. pen. per avere falsamente attestato, al pubblico ufficiale preposto ai controlli familiari della Casa Circondariale di Cosenza, la propria. qualità personale di convivente del detenuto Michele Ripoli. 2. Avverso detta sentenza l'imputata, a mezzo del proprio difensore di fiducia, ha presentato ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo, in cui predica la riconducibilità del fatto alla fattispecie di cui all'art. 483 cod. pen. ed invoca, in relazione a detta meno grave fattispecie, il proscioglimento ex art. 131-bis cod. pen. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso è infondato. Il Collegio intende dare seguito alla giurisprudenza di questa Corte che ha ritenuto che la tutela penale della fede pubblica — ancorché abbia sempre ad oggetto i connotati della persona che ne costituiscono l'identità o lo status — si estende anche ad altri connotati della persona, integrativi o sostitutivi che siano, se una particolare norma collega loro effetti giuridici e, quindi, se determinate situazioni di fatto che attengono alla persona costituiscano presupposti o condizioni di legittimazione nei rapporti intersoggettivi. E' così che questa Corte ha reputato che la convivenza con una persona — quale consuetudine di vita comune in uno stesso luogo riservato — costituisca una qualità che può rientrare tra quelle indicate nella disposizione di cui all'art. 495 cod. pen. laddove, come nella specie, per essere ammesso a colloquio con una persona detenuta sia necessario essere a lei legati da convivenza (Sez. 5, n. 10123 del 08/02/2002, Culò, Rv. 221492 - 01). Così ricondotto il fatto al paradigma normativo già individuato, non si condivide la mozione del ricorrente, tesa ad ottenere una riqualificazione nella fattispecie ex art. 483 cod. pen. — che punisce chi attesta falsamente al pubblico ufficiale in un atto pubblico fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità — giacché detta disposizione enfatizza una contegno diverso, id est la trasposizione della dichiarazione in un atto che dispieghi, poi, un'efficacia probatoria della condizione falsamente attestata, concetto che mal si attaglia alla presa d'atto da parte del pubblico ufficiale addetto, finalizzata a consentire solo quello specifico colloquio, della qualità indicata. 2. Al rigetto del ricorso consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali. P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso il 26/09/2019