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Testo del provvedimento

PERSONA (REATI CONTRO LA –ARTT. 575-593)


Prevedibilità dell’evento nell’omicidio colposo




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE - SENTENZA 29 novembre 2018, n.53455
MASSIMA
Nei reati colposi l'accertamento della prevedibilità del fatto va effettuato, in concreto, riportandosi al momento in cui la condotta, commissiva od omissiva, è stata posta in essere ed avendo riguardo alla potenziale idoneità della condotta a dar vita ad una situazione di danno. Ne consegue che tale giudizio deve essere fondato su tutte le circostanze in cui il soggetto si trova a operare, avendo specifico riguardo alla concreta capacità dell'agente di uniformarsi alla regola cautelare in ragione delle sue specifiche qualità personali, in relazione alle quali va individuata la specifica classe di agente modello di riferimento.



CASUS DECISUS
Con sentenza emessa il 13/7/2016, confermata in sede di Appello, il Tribunale di Firenze, condannava un maresciallo dei carabinieri e due appuntati per il reato di omicidio colposo, commesso in cooperazione colposa tra loro, di un soggetto rinvenuto in stato di agitazione psicofisica a seguito di assunzione di stupefacenti, il quale aveva posto in essere comportamenti violenti, culminati nella sottrazione violenta di un telefono cellulare in danno di altro soggetto. La colpa era stata ravvisata nell'avere i tre militari tenuto il fermato prono a terra, dopo averlo immobilizzato e ammanettato, dalle ore 1,30 fino alle ore 1.45, in una situazione idonea a ridurre la sua dinamica respiratoria, dopo che erano trascorsi un paio di minuti da quando era divenuto silente. Pertanto, gli imputati proponevano ricorso in cassazione, denunciando contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in ordine alla condotta tenuta dai Carabinieri, in particolare in merito alla conoscenza della situazione patologica dell’arrestato ed alla necessità di mantenimento dello stesso in posizione prona, nonché in ordine alla sussistenza di nesso di causalità tra la condotta omissiva ascritta agli imputati e l'evento morte verificatosi secondo il giudizio controfattuale.



ANNOTAZIONE
Tre carabinieri vengono chiamati per fermare un soggetto che, dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti, si trovava in completo stato di agitazione; intervenuti sul posto i militari immobilizzano il soggetto per 15 minuti, tenendolo ammanettato in posizione prona. Purtroppo il soggetto poco dopo muore per arresto cardiocircolatorio: che responsabilità possono addebitarsi ai carabinieri? Nel dare risposta a tale interrogativo, la Suprema Corte evidenzia che il soggetto fermato era in una condizione di pesante di intossicazione acuta per l'assunzione di stupefacenti ed in preda ad un delirio allucinatorio, manifestatosi prima dell'intervento delle forze dell'ordine; l'intervento del militari era legittimo e giustificato dalla necessità di salvaguardare la sua incolumità e quella pubblica e, quanto meno, di identificarlo, essendosi comunque reso autore di un reato per il quale è previsto l'arresto in flagranza (furto aggravato dalla violenza sulle cose ovvero rapina con violenza alla persona). L’unico atto illecito compiuto da uno dei militari era stato sferrare due calci, che non avevano spiegato alcuna efficacia causale sul decesso. Infatti, sui carabinieri incombe un generale obbligo di garanzia, avendo essi la possibilità con la loro condotta attiva di influenzare il decorso degli eventi, indirizzandoli verso uno sviluppo atto ad impedire la lesione del bene giuridico garantito. In altri termini in capo agli appartenenti alle forze dell’ordine sussiste un generale obbligo di impedire gli altrui reati e non vi è dubbio che, a fronte di un soggetto che legittimamente si andava ad arrestare, e che peraltro palesava evidenti disturbi comportamentali, nel momento stesso in cui è cominciata l'operazione di polizia tesa a bloccarlo è scattato in capo agli operanti un obbligo di protezione sia del soggetto in stato confusionale che del terzi rispetto ad ulteriori gesti inconsulti che lo stesso avesse potuto porre in essere. Ciò posto, proseguono i giudici di legittimità, nessuna responsabilità per omicidio colposo è addebitabile ai carabinieri. Tale assunto si fonda sulla considerazione che in tema di reato colposo, l'individualizzazione della responsabilità penale impone di verificare non soltanto se la condotta abbia concorso a determinare l'evento (ciò che si risolve nell'accertamento della sussistenza del "nesso causale") e se la condotta sia stata caratterizzata dalla violazione di una regola cautelare, generica o specifica (ciò che si risolve nell'accertamento dell'elemento soggettivo della "colpa"), ma anche se l'autore della stessa (nella specie, il titolare della posizione di garanzia in ordine al rispetto della normativa precauzionale che si ipotizzava produttiva di evento lesivo mortale) potesse "prevedere" ex ante quello "specifico" sviluppo causale ed attivarsi per evitarlo. In quest'ottica ricostruttiva, come visto occorre poi ancora chiedersi se una condotta appropriata (il cosiddetto comportamento alternativo lecito) avrebbe o no "evitato" l'evento: ciò in quanto si può formalizzare l'addebito solo quando il comportamento diligente avrebbe certamente evitato l'esito antigiuridico o anche solo avrebbe determinato apprezzabili, significative probabilità di scongiurare il danno. In definitiva, la responsabilità penale va esclusa perché la prevedibilità in concreto, nel caso che ci occupa, appariva difficilmente evincibile e l'evento in concreto non era prevedibile, per non avere le forze dell'ordine competenze specifiche in materia medica.



ALLEGATO PDF DELLA SENTENZA