| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | LUNEDÌ   27  MARZO AGGIORNATO ALLE 22:32
Testo del provvedimento

RESPONSABILITÀ CIVILE E FATTI ILLECITI (2043 – 2057 C.C.)


Il danno catastrofale può sommarsi al danno biologico terminale




CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE , SENTENZA 17 ottobre 2016, n.20915
RICOGNIZIONE

di Giulia Tenaglia

La Suprema Corte nella sentenza che si annota, nel ribadire principi ormai divenuti costanti in materia di risarcimento del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c., prende posizione sulla questione, controversa ma di scarsa rilevanza pratica, relativa alla natura del danno in caso di morte sopraggiunta dopo un considerevole lasso di tempo dall’evento causativo riguardo al quale, invece, non vi sono mai stati dubbi circa la risarcibilità a titolo ereditario.

Il caso posto al vaglio della Suprema Corte non attiene al danno tanatologico per il quale, dopo anni di incertezze, con la sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite n. 15350/2015 è stata definitivamente esclusa la risarcibilità per gli eredi in quanto “nel caso di morte immediata o che segua entro brevissimo lasso di tempo alle lesioni non può essere invocato un diritto al risarcimento del danno iure hereditatis. Se, infatti, è alla lesione che si rapportano i danni, questi entrano e possono logicamente entrare nel patrimonio del lesionato solo in quanto e fin quando il medesimo sia in vita. Questo spentosi, cessa anche la capacità di acquistare, che presuppone necessariamente l’esistenza di un soggetto di diritto”.

Nella medesima sentenza la Suprema Corte ha ripreso le fila degli approdi giurisprudenziali in materia di risarcimento del danno non patrimoniale da responsabilità extracontrattuale ed ha affermato in proposito che “non sono configurabili, all’interno della categoria generale del danno non patrimoniale, autonome sottocategorie di danno, perché se in essa si ricomprendono i pregiudizi scaturenti dalla lesione di interessi della persona di rango costituzionale, ovvero derivanti da fatti-reato, essi sono già risarcibili ai sensi dell’art. 2059 c.c., interpretato in modo conforme a Costituzione, con la conseguenza che la liquidazione di una ulteriore posta di danno comporterebbe una duplicazione risarcitoria”.

La sentenza in commento si pone dunque nel medesimo solco interpretativo tracciato dalle Sezioni Unite nel 2015 laddove nega che il ricorrente sia incorso in decadenza per non aver specificato le varie voci del danno non patrimoniale (principio sub massima 2). Tale principio è diretta conseguenza della concezione unitaria del danno non patrimoniale definitivamente accolta nel nostro ordinamento con le note sentenze c.d. di San Martino con le quali è stata confermata la lettura costituzionalmente orientata del danno non patrimoniale (già resa dalla medesima Corte con le c.d. sentenze gemelle n . 8827 e 8828 del 2003 e recepita dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 233/2003), in spregio alla concezione bipolare della responsabilità aquiliana e alla distinzione tra danno evento e danno conseguenza. In proposito nella sentenza n. 26972/2008 la Corte di Cassazione ha espressamente affermato: “il danno non patrimoniale, anche quando sia determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona, costituisce danno conseguenza, che deve essere allegato e provato. Va disattesa, infatti, la tesi che identifica il danno con l’evento dannoso, parlando di ‘‘danno evento”. E del pari da respingere è la variante costituita dall’affermazione che nel caso di lesione di valori della persona il danno sarebbe "in re ipsa", perché la tesi snatura la funzione del risarcimento, che verrebbe concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno, ma quale pena privata per un comportamento lesivo”.

Secondo gli approdi giurisprudenziali citati il danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. è connotato da tipicità, in quanto risarcibile solo nei casi determinati dalla legge e nei casi di lesione di un interesse costituzionalmente tutelato. La distinzione tra le varie voci di danno (biologico, morale ed esistenziale) adottata dalle su menzionate sentenze gemelle del 2003 e dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 233/2003 deve dunque essere intesa come mera sintesi descrittiva. Il catalogo dei diritti risarcibili non costituisce numero chiuso e la tutela non è ristretta ai casi di diritti inviolabili della persona espressamente riconosciuti dalla Costituzione nel presente momento storico, ma, in virtù dell’apertura dell’art. 2 cost. ad un processo evolutivo, deve ritenersi consentito all’interprete rinvenire nel complesso sistema costituzionale indici che siano idonei a valutare se nuovi interessi emersi nella realtà sociale siano, non genericamente rilevanti per l’ordinamento, ma di rango costituzionale attenendo a posizioni inviolabili della persona umana. Ne consegue, secondo le parole della Suprema Corte, che “il danno non patrimoniale da lesione della salute costituisce una categoria ampia ed omnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, ma senza duplicare il risarcimento attraverso l'attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici. Ne consegue che è inammissibile, perché costituisce una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione alla vittima di lesioni personali, ove derivanti da reato, del risarcimento sia per il danno biologico, sia per il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva, il quale costituisce necessariamente una componente del primo (posto che qualsiasi lesione della salute implica necessariamente una sofferenza fisica o psichica), come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello c.d. estetico, da quello alla vita di relazione e da quello cosiddetto esistenziale” (C. Cass. n. 26972/2008).

Dalla concezione evolutiva del danno non patrimoniale affermata dalle sentenze di San Martino discendono anche le difficoltà interpretative legate alla corretta qualificazione del danno in caso di morte sopraggiunta dopo un considerevole lasso di tempo dall’evento lesivo. Si è posta infatti in giurisprudenza la questione della corretta qualificazione dei danni derivanti dalla morte che segua dopo un apprezzabile lasso di tempo dall’evento causativo. Sebbene sia sempre stata pacifica in giurisprudenza la risarcibilità iure heriditatis di detto danno (per la prima volta in questo senso C. Cass. S.U. 22 dicembre 1925), vi sono due diversi orientamenti giurisprudenziali per quanto attiene alla qualificazione dello stesso.

Una parte della giurisprudenza definisce il suddetto danno “biologico terminale” e ritiene che vada liquidato come invalidità assoluta temporanea utilizzando sia un criterio equitativo puro sia le apposite tabelle, in quanto è necessario garantire il massimo grado di personalizzazione in considerazione della entità e intensità del danno (Cass. n. 11169 del 1994, n. 12299 del 1995, n. 4991 del 1996, n. 1704 del 1997, n. 24 del 2002, n. 3728 del 2002, n. 7632 del 2003, n 9620 del 2003, n. 11003 del 2003, n. 18305 del 2003, n. 4754 del 2004, n. 3549 del 2004, n. 1877 del 2006, n. 9959 del 2006, n. 18163 del 2007, n. 21976 del 2007, n. 1072 del 2011).

Altro orientamento, invece, qualifica il danno come “catastrofale” attribuendogli natura o di danno morale soggettivo (Cass. n. 28423 del 2008, n. 3357 del 2010, n. 8630 del 2010, n. 13672 del 2010, n. 6754 del 2011, n. 19133 del 2011, n. 7126 del 2013, n. 13537 del 2014) o di danno biologico psichico (Cass. n. 4783 del 2001, n. 3260 del 2007, n. 26972 del 2008, n. 1072 del 2011).

La scarsa rilevanza pratica della qualificazione del danno come catastrofale o biologico terminale risiede nella necessaria personalizzazione del danno in sede di liquidazione, operazione che assume rilevanza tanto maggiore qualora sia necessario quantificare la sofferenza patita nella consapevolezza dell’approssimarsi della propria morte.

La sentenza in commento distingue il danno biologico terminale da quello catastrofale ed afferma che essi possono coesistere riguardando il primo le lesioni quantificabili con il ricorso alle tabelle ed il secondo richiedendo invece “la necessità di una liquidazione che si affidi ad un criterio equitativo puro, che tenga conto della "enormità" del pregiudizio, giacché tale danno, sebbene temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità, tanto da esitare nella morte”.

Dalle conclusioni cui è giunta la Corte si evince come la concezione unitaria del danno non patrimoniale, affermata con le note sentenze di San Martino, nonostante abbia avuto il merito di limitare, quantomeno sul piano teorico, il fenomeno della duplicazione del risarcimento del danno, ha però causato numerose incertezze tra gli interpreti rendendo ancor più labili ed incerti i confini del danno risarcibile. Gli stessi interpreti nel quantificare il risarcimento, per mezzo della massima personalizzazione del danno, rischiano di continuare ad utilizzare le categorie del danno biologico, morale ed esistenziale che dovrebbero essere relegate ad un piano meramente descrittivo.




MASSIMA

1. In caso di sinistro mortale, che abbia determinato il decesso non immediato della vittima, al danno biologico terminale, consistente in un danno biologico da invalidità temporanea totale (sempre presente e che si protrae dalla data dell’evento lesivo fino a quella del decesso), può sommarsi una componente di sofferenza psichica (danno catastrofico o catastrofale).



2. Laddove la liquidazione del danno biologico terminale può essere effettuata sulla base delle tabelle relative all’invalidità temporanea, in relazione al danno cd. catastrofale la natura peculiare del pregiudizio comporta la necessità di una liquidazione che si affidi ad un criterio equitativo puro che tenga conto della "enormità" del pregiudizio, giacché tale danno, sebbene temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità tanto da esitare nella morte.



3. Nel caso in cui gli attori in primo grado agiscano per il risarcimento del danno proponendo specificamente solo le domande di risarcimento del danno biologico da morte subito dal defunto e del danno biologico e morale subito in proprio, oltre al danno materiale, non significa che il giudice debba provvedere alla liquidazione di queste sole voci escludendo necessariamente il danno da perdita del rapporto parentale. Infatti in ragione della unitarietà della nozione di danno non patrimoniale, qualora venga formulata fin dall’inizio del giudizio una domanda ampia, volta al risarcimento dell’intero pregiudizio non patrimoniale subito, ed introdotte tra i fatti allegati circostanze volte a dimostrare l’entità della perdita, il Giudice, nel liquidare il danno, deve prendere in considerazione il verificarsi del danno non patrimoniale in tutte le sue componenti, accertandone il verificarsi e quantificando l’equivalente dovuto a ciascuno dei congiunti superstiti, in particolare in relazione al danno da perdita del rapporto parentale, tenendo conto della maggiore o minore significatività per ciascuno di essi del rapporto affettivo conseguente alla parentela col defunto.





TESTO DELLA SENTENZA

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE , SENTENZA 17 ottobre 2016, n.20915 - Pres. Chiarini - est. Rubino

I fatti

Nel 1997, T.A. e D.R. convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Salerno G.A. , C.T.C. e la Helvetia Ass.ni s.p.a.(compagnia assicuratrice per la r.c.a.) chiedendone la condanna in solido al risarcimento dei danni subiti in conseguenza della morte del proprio figlio, T.S. , deceduto a seguito delle lesioni riportate nel sinistro stradale, verificatosi in data 15.06.1994, allorché mentre attraversava il lungomare di […] veniva investito dalla Fiat Tipo condotta da G.A. e di proprietà della C. , dopo quindici giorni di coma. Intervenivano in giudizio i fratelli della vittima, T.M.P. e G. , svolgendo anch’essi domande risarcitorie.

Il giudice di prime cure, con sentenza n. 71/2005, attribuendo la esclusiva responsabilità del sinistro de quo a carico del G. , lo condannava in solido con la C. e la Helvetia Ass.ni al risarcimento dei danni subiti, sia iure proprio che iure hereditatis in favore dei congiunti del T. .

Questi ultimi proponevano appello, ritenendo che non fosse stato liquidato il danno biologico in misura adeguata, chiedendo fosse riconosciuto il risarcimento del danno biologico subito dalla vittima per il sopraggiungere dell’evento morte dopo un apprezzabile lasso di tempo, e che fossero loro riconosciute alcune spese documentate; la Helvetia Ass.ni, costituitasi in giudizio, chiedeva il rigetto del gravame e spiegava appello incidentale sulla quantificazione del danno, negando che ad essi fossero dovuto interessi e rivalutazione, avendo la compagna di assicurazioni messo prontamente a disposizione una somma anche superiore rispetto a quella liquidata dal primo giudice e contestando che fosse dovuto il danno patrimoniale futuro.

La Cotte d’Appello di Salerno, con la sentenza qui impugnata, rigettava l’appello principale e accoglieva in parte l’appello incidentale, condannando gli attuali ricorrenti a restituire quanto eventualmente percepito a titolo di danno patrimoniale futuro.

T.A. e T.M.P. (rispettivamente padre e sorella del de adius) propongono ricorso articolato in quattro motivi, nei confronti della Helvetia Ass.ni e dei sigg.ri G.A. e C.T.C. per la cassazione della sentenza n. 371/2012, depositata dalla Corte d’Appello di Salerno in data 03.04.2012, non notificata.

Resiste con controricorso illustrato da memoria la Helvetia Compagnia Svizzera di Ass.ni s.p.a..

Gli altri soggetti, regolarmente intimati, non hanno svolto attività difensive.

Le ragioni della decisione

La trattazione dei motivi di ricorso si diparte da una introduzione onnicomprensiva in cui si denuncia la "violazione ed errata applicazione delle norme di diritto sulle identificazioni delle voci di danno". I ricorrenti passano in rassegna tutti i profili del danno biologico, sia iure proprii che iure hereditatis, che la corte d’appello avrebbe tralasciato di liquidare integralmente lamentando in particolare la mancanza di una adeguata personalizzazione del danno biologico da morte sopravveniente, liquidato in soli Euro 1500 utilizzando come parametro di riferimento l’invalidità temporanea senza operare alcuna personalizzazione, il mancato riconoscimento di un adeguato danno morale, ed il mancato riconoscimento del danno da perdita del rapporto parentale, negato dalla corte d’appello in virtù della mancanza di una autonoma domanda.

Con il primo motivo, i ricorrenti lamentano il mancato riconoscimento del danno conseguente alla perdita del bene-vita, conseguente alla soppressione della stessa a seguito di un atto illecito, facendo peraltro riferimento alla giurisprudenza della Corte che riconosce il diritto al risarcimento del danno c.d. catastrofale, configurabile laddove la vittima di un sinistro sopravviva ad esso per un breve ma apprezzabile periodo di tempo, maturando all’interno di questo la consapevolezza, il dolore e il timore per la fine che si avvicina. La loro contestazione non è volta in effetti al mancato riconoscimento in favore del defunto del danno da morte, ma alla inadeguata liquidazione nel caso di specie del danno biologico in favore del de cuius, in ragione della morte intervenuta a soli 15 giorni di distanza dall’incidente.

La corte d’appello, motivando proprio sulla base del fatto che dopo 15 giorni era sopraggiunta la morte della vittima, ha affermato che la liquidazione del danno biologico in favore della vittima conseguente alla consapevolezza della morte sopravveniente non potesse essere liquidato adottando a parametro di riferimento l’invalidità permanente, ed ha adottato a parametro di riferimento quanto previsto tabellarmente a titolo di invalidità temporanea, riconoscendo un danno biologico pari a 1500 Euro (100 Euro x ciascun giorno di invalidità temporanea).

I ricorrenti ritengono tale liquidazione totalmente inadeguata, e le contrappongono un criterio di quantificazione che faccia riferimento alla invalidità permanente nella misura massima del 100 %.

Nel lamentare l’esiguità della liquidazione complessiva del danno biologico iure hereditatis, i ricorrenti precisano anche che all’interno di esso non si è tenuto conto né del danno morale né del danno esistenziale, avendo la corte d’appello ritenuto che l’unica voce di danno trasmissibile agli eredi fosse il c.d. danno catastrofale, e neppure del danno da perdita del rapporto parentale subito dalla stessa vittima.

Sostengono che così facendo la corte d’appello abbia violato il fondamentale principio dell’integrale risarcimento del danno alla persona.

Rilevano poi ulteriormente che, il giudice di merito, laddove ha ritenuto di liquidare l’intero pregiudizio areddituale riconducendolo sotto la voce del danno biologico, avrebbe poi dovuto quanto meno procedere ad una adeguata personalizzazione del danno che tenesse conto delle circostanze del caso concreto, senza limitarsi ad una applicazione automatica dei valori tabellari: soltanto in questo modo avrebbe potuto introdurre all’interno della quantificazione anche il riconoscimento delle componenti morale e esistenziale del danno non patrimoniale.

Evidenziano inoltre che non si è tenuto conto, come autonoma voce di danno, del danno morale terminale subito dal T. .

Con il secondo motivo (p.18), i ricorrenti denunciano il mancato riconoscimento del danno da perdita del rapporto parentale (oltre che del danno morale terminale): la corte d’appello ne ha negato la risarcibilità affermando che non sarebbe stata proposta domanda in tal senso in primo grado. Affermano per contro di aver sempre richiesto l’integrale risarcimento del danno.

Con il terzo motivo (p.19 ss.) tornano a ribadire l’omesso riconoscimento di un integrale risarcimento del danno, ed in particolare lamentano che la corte d’appello abbia negato il riconoscimento delle voci di danno iure proprio biologico, morale e da perdita del rapporto parentale. Puntualizzano che tale liquidazione deve essere eseguita in rapporto al pregiudizio individualmente subito da ciascun congiunto, e che sia esclusa la possibilità per il giudice di procedere ad una determinazione complessiva e unitaria del danno, ed alla ripartizione di tale importo in misura proporzionale tra tutti gli aventi diritto e segnalano che fossero stati introdotti nel processo tutti i fatti (primo tra tutti la convivenza dei familiari con la giovane vittima) sui quali parametrare l’entità della perdita.

Al termine del terzo motivo, tornano a lamentare la mancata liquidazione del danno biologico terminale, sorto in capo al T.S. e poi trasferitosi agli eredi, riconducibile alla lesione del diritto alla salute costituzionalmente garantito. In effetti non criticano l’omessa pronuncia sul punto, né il rigetto della domanda, ma il criterio di quantificazione adottato, che è quello dell’invalidità temporanea pro die, moltiplicato per i giorni di coma, senza alcuna personalizzazione.

E tornano a lamentare altresì che non sia stata loro riconosciuta la risarcibilità della voce di danno iure proprio costituita dalla perdita del rapporto parentale.

Il ricorso nella sua interezza è caratterizzato da una tecnica espositiva piuttosto ridondante e non improntata alla massima chiarezza, giacche i vari profili, specie quelli relativi al risarcimento del danno non patrimoniale, vengono recuperati e ripetuti all’interno della trattazione dei singoli motivi con una certa commistione di tematiche differenti. Tuttavia, esso supera complessivamente il vaglio di ammissibilità perché consente di enucleare con sufficiente chiarezza le censure volte alla sentenza impugnata in relazione alla liquidazione del danno non patrimoniale, che sono da accogliere in riferimento ai due profili che seguono.

Il ricorso va accolto in relazione alla quantificazione della voce di danno non patrimoniale, entrata nel patrimonio dei ricorrenti iure successionis, relativa alla morte della vittima verificatasi dopo breve ma significativo lasso di tempo dal sinistro, che le ha consentito di cogliere nella sua interezza la paura e il dolore per l’approssimarsi della fine (c.d. danno catastrofale o catastrofico, con definizione di valore solo fraseologico, rapportabile alla sofferenza della vittima che, in condizioni di lucida agonia - non in questa sede revocate in dubbio - assista in consapevole attesa all’approssimarsi della propria fine).

Come questa Corte ha avuto modo più volte di affermare, infatti, in caso di sinistro mortale, che abbia determinato il decesso non immediato della vittima, al danno biologico terminale, consistente in un danno biologico da invalidità temporanea totale (sempre presente e che si protrae dalla data dell’evento lesivo fino a quella del decesso), può sommarsi una componente di sofferenza psichica (danno catastrofico o catastrofale).

L’esistenza di tale danno in capo al defunto T.S. , trasferitasi poi agli eredi, è stata riconosciuta dalla corte d’appello.

Tuttavia, essa non ha rispettato i parametri di corretta liquidazione di tale voce di danno, altresì fissati dalla giurisprudenza di questa corte allo scopo di evitare che tale pregiudizio, di breve durata temporale nella vita di una persona, ma percepito nella massima intensità ed altresì di massima gravità nei valori coinvolti, venga liquidato in misura bagatellare, in assoluto inidonea a costituirne un adeguato ristoro, rispettoso dei valori della persona umana.

Come questa Corte ha anche di recente ribadito (v. Cass. n. 23183/2014), laddove la liquidazione del danno biologico terminale può essere effettuata sulla base delle tabelle relative all’invalidità temporanea, in relazione al danno cd. catastrofale la natura peculiare del pregiudizio comporta la necessità di una liquidazione che si affidi ad un criterio equitativo puro, che tenga conto della "enormità" del pregiudizio, giacché tale danno, sebbene temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità, tanto da esitare nella morte.

La corte d’appello dovrà rinnovare la propria valutazione sul punto, attenendosi ai criteri indicati ai fini di una liquidazione effettivamente riparatrice e non meramente simbolica di tale voce di danno.

Va poi accolto il ricorso anche laddove lamenta la mancata liquidazione, in favore dei congiunti del defunto T.S. , del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale conseguente in capo a ciascuno di essi dalla morte del ragazzo, che al momento dell’incidente viveva ancora in famiglia con i genitori e i due fratelli. La corte d’appello ne ha escluso la risarcibilità assumendo che gli attori, odierni ricorrenti, abbiano proposto in primo grado solo le domande di risarcimento del danno biologico da morte subito dal defunto S. e del danno biologico e morale subito in proprio, oltre al danno materiale, senza alcuna precisa indicazione relativamente alla perdita del rapporto parentale.

tuttavia, in ragione della unitarietà della nozione di danno non patrimoniale, e dell’aver formulato fin dall’inizio del giudizio gli odierni ricorrenti una domanda ampia, volta al risarcimento dell’intero pregiudizio non patrimoniale subito, introducendo tra i fatti allegati ad atti a dimostrare l’entità della perdita la circostanza che il giovane vivesse ancora in famiglia al momento del decesso, e quindi la significatività degli stretti legami familiari e di convivenza mantenuti con i genitori e i fratelli fino al momento della morte, la corte d’appello avrebbe dovuto prendere in considerazione il verificarsi del danno non patrimoniale in tutte le sue componenti, accertandone il verificarsi e quantificando l’equivalente dovuto a ciascuno dei congiunti superstiti, in particolare in relazione al danno da perdita del rapporto parentale, tenendo conto della maggiore o minore significatività per ciascuno di esso del rapporto affettivo conseguente alla parentela col defunto.

Con il quarto motivo (da p. 27 in poi), i ricorrenti si dolgono del mancato riconoscimento, in loro favore, del danno patrimoniale futuro, già riconosciuto in primo grado.

Il motivo è infondato, atteso che la corte d’appello non ha di certo escluso, in assoluto, la riconoscibilità di tale voce di danno in favore dei familiari superstiti della vittima di un sinistro, ma ha motivatamente escluso che, sulla base del giudizio prognostico formulato in base ai dati offerti alla sua conoscenza dagli stessi attuali ricorrenti, parte dei futuri guadagni del giovane sarebbero stati senz’altro devoluti almeno in parte ai suoi familiari.

Il ricorso va pertanto accolto e la causa rinviata alla Corte d’Appello di Napoli che rinnoverà la valutazione in relazione ai due profili sopra indicati della quantificazione del danno c.d. catastrofale subito dalla vittima (e poi trasmessosi agli eredi) e del risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale in capo ai superstiti.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’Appello di Napoli.