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Testo del provvedimento

AMMINISTRAZIONE PUBBLICA
GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA


Il divieto dei nova




CONSIGLIO DI STATO, SEZ. III , SENTENZA 14 settembre 2016, n.3873
RICOGNIZIONE

Il Consiglio di Stato si sofferma sulla disciplina dei nova nel processo amministrativo




MASSIMA

Nel processo amministrativo è inammissibile, per violazione del divieto dei nova sancito dall'art. 104, comma 1, D.Lgs. n. 104/2010 (CPA), l'introduzione, per la prima volta nel giudizio di secondo grado, di doglianze, in fatto e diritto, ulteriori rispetto a quelle che, proposte con atti ritualmente notificati, hanno delimitato il perimetro del thema decidendum in primo grado (Conferma della sentenza del T.a.r. Lombardia, Brescia, sez. I, n. 1387/2015).





TESTO DELLA SENTENZA

CONSIGLIO DI STATO, SEZ. III , SENTENZA 14 settembre 2016, n.3873 - Pres.Maruotti; Est.Maruotti.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Terza)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 4026 del 2016, proposto dal signor V.S., rappresentato e difeso dall'avvocato Paolo Campostrini (C.F. (...)), domiciliato ex art. 25 del c.p.a. presso la Segreteria della Terza Sezione del Consiglio di Stato in Roma, piazza Capo di Ferro, n. 13;
contro
La Questura di Brescia, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso per legge dall'Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici è domiciliato in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12;
per la riforma
della sentenza del T.A.R. per la Lombardia, Sezione staccata di Brescia, Sez. I, n. 1387/2015, resa tra le parti, concernente un diniego di rinnovo di un permesso di soggiorno;
Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio della Questura di Brescia;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 30 agosto 2016 il pres. Luigi Maruotti e udito l'avvocato dello Stato Maria Vittoria Lumetti;
Rilevato che nel corso della camera di consiglio il Collegio, chiamato a pronunciare sulla domanda incidentale dell'appellante, ha deciso di definire il secondo grado del giudizio con sentenza resa ai sensi dell'art. 60 c.p.a., previa comunicazione al difensore presente;
Svolgimento del processo - Motivi della decisione

1. Con decreto dell'11 febbraio 2015 , il Questore di Brescia ha respinto l'istanza di rilascio del permesso di soggiorno per lavoro subordinato, presentata il 22 febbraio 2012 dal signor V.S., titolare di permesso di soggiorno per lavoro subordinato, efficace fino al 2 marzo 2012.
Il diniego è stato emanato perché l'attività lavorativa subordinata dichiarata dall'istante (dal 1 febbraio 2012 al 31 agosto 2012) presso il signor Singh J.H. e poi (dal 1 settembre 2013) presso il signor Gidda Kulvinder (presso il quale risiedeva dalla stipula del contratto di lavoro) sarebbe stata fittizia e il richiedente non abiterebbe neanche, come affermato, presso il suo datore di lavoro.
2. Con il ricorso di primo grado n. 1746 del 2015 (proposto al Tar per la Lombardia, Sezione di Brescia), il signor V.S. ha impugnato tale diniego, chiedendone l'annullamento per violazione dell' art. 10 bis, L. 7 agosto 1990, n. 241 e per difetto di motivazione, perché il Questore si sarebbe limitato a citare le fonti normative di riferimento, senza che sia possibile desumere le reali valutazioni poste a base del provvedimento de quo.
Il Tar, con la sentenza impugnata, resa ai sensi dell'art. 60 c.p.a., ha respinto il ricorso (con condanna alla rifusione delle spese di giudizio, liquidate in Euro 1.500), ritenendo ragionevoli e razionali le conclusioni cui era pervenuta l'Amministrazione nel qualificare inesistente il rapporto di lavoro dichiarato dal ricorrente.
3. Con l'appello in esame, il signor V.S. ha chiesto che, in riforma della sentenza impugnata, il ricorso di primo grado sia accolto, deducendo l'erroneità della sentenza che avrebbe valorizzato sia la nota della polizia locale di Manerbio che lo 'scritto' redatto dai Carabinieri di Manerbio, dei quali egli dubita della validità.
4. Si sono costituiti il giudizio la Questura di Brescia ed il Ministero dell'interno, che hanno chiesto il rigetto dell'appello.
5. Alla camera di consiglio del 30 agosto 2016, la causa è stata trattenuta per la decisione con sentenza resa ai sensi dell'art. 60 c.p.a., previa comunicazione al difensore presente.
6. L'appello è inammissibile, come segnalato nel corso della camera di consiglio, ai sensi dell'art. 73, comma 3, c.p.a..
Come esposto in narrativa, il ricorso di primo grado si sviluppava in due motivi, uno di carattere procedimentale, per non essere stata consentita al signor V.S. la partecipazione al procedimento ai sensi dell' art. 10 bis, L. 7 agosto 1990, n. 241, e l'altra di difetto di istruttoria e di motivazione, non essendo dato evincere le effettive ragioni dell'impugnato diniego.
Con un unico, breve motivo in appello il signor V.S. deduce l'erroneità della sentenza di primo grado, che avrebbe argomentato con esclusivo riferimento alla nota della polizia locale di Manerbio e allo 'scritto' redatto dai Carabinieri di Manerbio, atti che sarebbero di dubbia e imprecisata natura e che non avrebbero invece alcun rilievo.
Rileva il Collegio che in effetti tali due atti costituiscono il presupposto del diniego di rilascio del permesso di soggiorno, perché dagli stessi il Questore di Brescia, che li ha espressamente richiamati nel provvedimento impugnato, ha evinto che l'attività lavorativa asseritamente svolta dallo straniero sarebbe pretestuosa, né sarebbe stata dimostrata l'esistenza di legami familiari sul territorio nazionale.
La sentenza del giudice di primo grado ha rilevato che il contenuto delle due note della polizia locale e dei Carabinieri legittimamente hanno supportato il diniego.
Solo in appello il signor V.S., modificando la strategia difensiva di primo grado, non ha più lamentato il difetto di motivazione, ma la mancanza di valore probatorio delle due note in questione, di cui ha ipotizzato diversi, possibili inquadramenti giuridici.
Tale motivo però non è stato proposto in primo grado.
Innanzi al TAR, era stato dedotto che nessun supporto motivazionale era stato dato dal Questore alla propria determinazione.
L'eventuale illegittimo richiamo di tale note - a giustificazione del diniego di rilascio del permesso di soggiorno - non costituisce un vizio della sentenza del giudice di primo grado, ma del provvedimento del Questore.
Il motivo - in quanto proposto per la prima volta in sede di appello - è quindi inammissibile.
Nel processo amministrativo è inammissibile, per violazione del divieto dei nova sancito dall'art. 104, comma 1, c.p.a., l'introduzione, per la prima volta nel giudizio di secondo grado, di doglianze, in fatto e diritto, ulteriori rispetto a quelle che, proposte con atti ritualmente notificati, hanno delimitato il perimetro del thema decidendum in primo grado (Cons. St., sez. III, 6 giugno 2016, n. 2401; sez. IV, 4 maggio 2016, n. 1754).
7. In ogni caso, l'appello risulta comunque infondato, poiché la polizia locale ed i Carabinieri hanno individuato le specifiche ragioni che hanno indotto a ritenere fittizio il rapporto di lavoro denunciato dal signor V.S..
7. Per le ragioni sopra esposte, l'appello deve essere dichiarato inammissibile.
Sussistono sufficienti motivi per compensare tra le parti le spese e gli onorari del secondo grado del giudizio.
P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) respinge l'appello n. 4026 del 2016, per le ragioni esposte in motivazione.
Compensa tra le parti le spese e gli onorari del secondo grado del giudizio.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma, presso la sede del Consiglio di Stato, Palazzo Spada, nella camera di consiglio del giorno 30 agosto 2016, con l'intervento dei magistrati:
Luigi Maruotti, Presidente, Estensore
Lydia Ada Orsola Spiezia, Consigliere
Giulio Veltri, Consigliere
Massimiliano Noccelli, Consigliere
Stefania Santoleri, Consigliere