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Articolo di Dottrina



FUNZIONE NOMOFILATTICA DELL’ADUNANZA PLENARIA E DIRITTO COMUNITARIO



Sull`esatta interpretazione dell`art. 99, comma 3, c.p.a., allorche` la Sezione intenda dissentire dalla giurisprudenza della Plenaria e conformarsi a quella, divergente, della CGCE

Alessandro AULETTA

Si anticipa un estratto dell’Approfondimento di diritto Amministrativo che sarà inserito nel fascicolo di Dicembre della Rivista cartacea NelDiritto

Funzione nomofilattica dell’Adunanza Plenaria e diritto comunitario.

C.G.A.R. Sicilia, 17 ottobre 2013, n. 848/o.

L’ordinanza in rassegna concerne questioni di carattere processuale di estrema rilevanza ed interesse, così sintetizzabili:

a. se i principi di diritto espressi nella sentenza CGCE, 4 luglio 2013, in causa C-100/12 (in questa Rivista, 2013, 1331, con mie brevi osservazioni), in tema di ordine di trattazione dei ricorsi in materia di appalti pubblici, siano applicabili anche al caso in cui le imprese partecipanti ad una gara, sebbene ammesse in numero maggiore di due, siano state tutte escluse dalla stazione appaltante, senza che risulti l’intervenuta impugnazione di detta esclusione da parte di imprese diverse da quelle coinvolte nel relativo giudizio, di modo che, di fatto, la controversia instaurata riguardi comunque due sole imprese;

b. se l’art. 99, comma 3, del Codice del processo amministrativo risulti di ostacolo alla soluzione comunitariamente orientata di questioni risolte in modo difforme dalla giurisprudenza interna, segnatamente dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, e da quella comunitaria. In particolare, ci si chiede se l’organo investito della decisione, a fronte di siffatta evenienza (verificatasi, per l’appunto, riguardo alla questione dell’ordine di trattazione dei ricorsi contenenti censure reciprocamente escludenti), debba, in base al suddetto art. 99, comma 3, c.p.a., rimettere comunque la questione all’Adunanza Plenaria, ovvero possa sollevare direttamente alla Corte europea la questione pregiudiziale circa l’esatta interpretazione di un principio controverso che involge l’applicazione del diritto comunitario, specie se si tratti, come nel caso del Consiglio di giustizia amministrativa della Regione Sicilia, di un giudice di ultima istanza, obbligato, pertanto, ex art. 267, comma 3, TFUE, a sollevare la predetta questione.

Diversamente detto, si ravvisa un contrasto tra la normativa interna e quella comunitaria nel punto in cui la prima richiede che, laddove una Sezione del Consiglio di Stato (o del Consiglio di giustizia) ritenga di non condividere un principio espresso dalla Plenaria, la stessa questione deve essere nuovamente rimessa all’esame della medesima Adunanza Plenaria (che se del caso valuterà se rimettere gli atti alla Corte europea ovvero modificare la propria giurisprudenza), mentre la seconda sembrerebbe implicare, ogni qualvolta si tratti di un problema interpretativo da risolvere alla luce del diritto comunitario, la necessità del rinvio pregiudiziale diretto al Giudice europeo.

In definitiva, ci si chiede se il meccanismo previsto dall’art. 99, comma 3, del Codice del processo amministrativo, ove ritenuto prevalente, non osti alla realizzazione del principio di ragionevole durata del processo, e non contrasti con l’esigenza che, in materia di appalti pubblici, il diritto sia applicato, negli Stati membri, in conformità alla giurisprudenza della Corte di Giustizia, tenuto anche conto dei principi dell’effetto utile e del primato del diritto comunitario su quello interno quantunque non si tratti di diritto sostanziale ma (come nella specie) processuale.

La questione controversa, sulla quale si registra un contrasto di giurisprudenza tra il Giudice nazionale e quello comunitario, attiene all’ordine di trattazione dei ricorsi principale ed incidentale contenenti censure reciprocamente escludenti nel caso specifico in cui, a partecipare alla procedura di gara, siano soltanto due imprese.

Ed invero, la questione prospettata sub a) dal Collegio, è diretta appunto a verificare la cogenza dei principi affermati dalla Corte di Giustizia, divergenti rispetto a quelli sciorinati dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, anche con riguardo al caso in cui le imprese partecipanti siano più di due, ma le impugnazioni si riducano, come avvenuto nella specie, a due, quella principale da parte della impresa esclusa (rectius: di una di esse), e quella incidentale da parte dell’aggiudicataria, impugnazioni dirette alla contestazione della sussistenza dei requisiti di partecipazione, rispettivamente, in capo all’impresa aggiudicataria (ricorso principale) ed a quella esclusa (ricorso incidentale).

Solo risolvendo affermativamente tale questione – solo appurando, cioè, il sostanziale isomorfismo della fattispecie scrutinata dal Consiglio di giustizia rispetto a quella venuta all’esame della Plenaria e della Corte di Giustizia, in cui le imprese partecipanti erano solo due - si pone al decidente il dubbio se applicare al caso concreto il principio di diritto affermato dalla Corte di Giustizia ovvero quello diverso affermato dall’Adunanza Plenaria, e segnatamente, ove tale dubbio persista, se rimettere la questione alla prima invece che, in virtù dell’art. 99, comma 3, c.p.a., alla seconda.

È opportuno chiarire, in via preliminare, che il tema dell’ordine di trattazione dei ricorsi principale ed incidentale contenenti censure reciprocamente escludenti può essere così esemplificato: l’impresa Alfa si aggiudica una commessa pubblica sulla base di una procedura che viene contestata dall’impresa esclusa, ricorrente principale; a sua volta l’aggiudicataria può interporre ricorso incidentale assumendo il difetto di legittimazione della ricorrente principale, cioè assumendo, in sostanza, che l’esclusione di tale impresa dalla procedura selettiva sia legittima e che, in definitiva, giammai tale impresa avrebbe potuto aggiudicarsi l’appalto di che trattarsi. Ora, quale è l’ordine di trattazione di tali ricorsi?. Vanno trattati insieme, o il ricorso incidentale (cioè quello proposto dall’aggiudicataria) volto a contestare la legittimazione della ricorrente principale va trattato con priorità?. Ed in questo secondo caso (cioè laddove il ricorso incidentale sia trattato per primo) la fondatezza del gravame preclude l’esame del ricorso principale?.

Come si ricorderà, le soluzioni fornite a tale questione sono sostanzialmente due:

1. si può ritenere, come da ultimo ritiene la Plenaria [sentenza 7 aprile 2011, n. 4, su cui confronta, anche per altri riferimenti, PELLEGRINO, La Plenaria e le ‘tentazioni’ dell’incidentale (Nota a A.P. n. 4 del 2011), in www.giustamm.it; mentre in precedenza la stessa Plenaria si era diversamente orientata sulla questione: cfr. sentenza 10 novembre 2008, n. 11, su cui cfr. VILLATA, Riflessioni in tema di ricorso incidentale nel giudizio amministrativo di primo grado (con particolare riferimento alle impugnative delle gare contrattuali, in Dir. Proc. Amm., 2009, 285; è opportuno però notare che la Sesta Sezione del Consiglio di Stato (30 luglio 2013, n. 4023/o.), tenuto conto della giurisprudenza della Corte di Giustizia, qui più volte richiamata, ha nuovamente sollecitato un pronunciamento della Plenaria sul punto, pronunciamento che allo stato non risulta ancora essere stato emesso: potrebbe trattarsi, visto anche quanto qui evidenziato, di un’occasione utile per allineare la giurisprudenza interna a quella comunitaria], che il ricorso incidentale vada sempre esaminato per primo, in quanto in un processo amministrativo orientato verso i principi caratteristici di una giurisdizione di tipo soggettivo non merita considerazione l’interesse minore e strumentale di cui è portatrice l’impresa legittimamente esclusa a che l’intera procedura sia ripetuta. In altre parole, se l’aggiudicataria contesta fondatamente la sussistenza dei requisiti di partecipazione in capo all’altra impresa partecipante alla procedura, l’analoga censura della controinteressata rispetto alla legittimazione dell’aggiudicataria non deve essere presa in considerazione perché dedotta da impresa sfornita dei requisiti di partecipazione cui comunque non potrebbe essere assegnato il bene della vita.

Si fa in sostanza applicazione, come notato in dottrina (PELLEGRINO, La Plenaria e le ‘tentazioni’ dell’incidentale, cit.), del principio per cui in pari causa turpitudinis melior est condicio possidentis, in quanto la realizzazione dell’opera da parte dell’aggiudicataria, ancorché in ipotesi si tratti di soggetto non legittimato a partecipare alla gara (è proprio quanto la controinteressata contesta con il ricorso principale), è un’esigenza che deve essere assistita da una minima garanzia di stabilità, esigenza con la quale contrasterebbe l’accoglimento del ricorso principale tendente all’annullamento dell’intera gara ed alla relativa ripetizione.

L’orientamento della Plenaria fonda, poi, come in parte anticipato, su ragioni squisitamente processuali, atteso che, se è vero che il processo amministrativo rappresenta una giurisdizione di tipo soggettivo, non può trovare in esso tutela un interesse oggettivo, quale quello del ripristino del gioco concorrenziale, se tale interesse oggettivo non si traduce, nella concreta dinamica processuale, in un interesse concreto ed attuale dell’impresa ricorrente, nel senso che deve trattarsi di impresa che poteva, astrattamente, aggiudicarsi l’appalto e che non se l’è visto aggiudicato a causa di una illegittimità commessa dalla stazione appaltante, ad esempio, nella valutazione dell’offerta tecnica.

Che questa sia la vera funzione istituzionale del processo amministrativo – tutelare interessi concreti ed attuali ad ottenere beni della vita e non già ottenere il mero ripristino della legalità a prescindere dalla possibilità di attingere un’utilità concreta dal processo – pare confermato dalla stessa giurisprudenza amministrativa che, per risolvere altre questioni dubbie, è spesso partita dalla medesima premessa di ordine concettuale.

Si ricordino ad esempio:

i) Cons. St., Ad. Plen., 28 gennaio 2012, n. 1, che, in tema di project financing, ha affermato sussistere l’onere di immediata impugnazione dell’atto di scelta del promotore in capo agli offerenti perché trattasi di atto dal quale deriva vantaggio al primo e pregiudizio ai secondi, alla luce della considerazione per cui “l’interesse ad assumere la posizione di promotore finanziario contiene e implica anche l’interesse ad essere aggiudicatario della successiva concessione, che, in definitiva, rappresenta il vero ‘bene della vita’ cui tende il presentatore del progetto”;

ii) Cons. St., Ad. Plen., 26 luglio 2012, n. 30 (in questa Rivista, 2013, 170, con mie brevi osservazioni), che, in tema di modalità di riedizione della gara, ha affermato che “per l’affidamento di contratti pubblici l’interesse fatto valere dal ricorrente che impugna la sua esclusione è volto a concorrere per l’aggiudicazione nella stessa gara (corsivo nostro); pertanto, anche nel caso dell’offerta economicamente più vantaggiosa, in presenza del giudicato di annullamento dell’esclusione stessa sopravvenuto alla formazione della graduatoria, il rinnovo degli atti deve consistere nella sola valutazione dell’offerta illegittimamente pretermessa, da effettuarsi ad opera della medesima commissione preposta alla procedura”;

iii) Cons. St., Ad. Plen., 23 aprile 2013, n. 8, che, in tema di impugnabilità immediata della clausole del bando, ha ribadito, in linea con la pronuncia n. 1 del 2003 e richiamando altresì la sentenza n. 4 del 2011, prima ricordata, che un onere di tal fatta sussiste solo con riferimento alla c.d. clausole escludenti, cioè quelle che arrecano immediatamente lesione all’interesse dell’impresa ad aggiudicarsi l’appalto;

2. si può invece ritenere, come fa la Corte di Giustizia nella citata sentenza del luglio 2013, che il ricorso incidentale dell’aggiudicatario non può comportare (per il solo fatto che va sempre trattato e deciso con priorità) il rigetto del ricorso dell’offerente legittimamente escluso (ricorrente principale) laddove la legittimazione di entrambi gli operatori venga contestata nell’ambito di un medesimo procedimento e per motivi identici: in questo caso, ciascuno dei concorrenti “può far valere un analogo interesse legittimo all’esclusione dell’offerta degli altri, che può indurre l’amministrazione aggiudicatrice a constatare l’impossibilità di procedere alla scelta di un’offerta regolare”. Come altrove rilevato, la considerazione su cui fonda la pronuncia della Corte di Giustizia è, allo stesso tempo, semplice e condivisibile: si richiama una precedente pronuncia del 2003 (19 giugno 2003, Hackenműller, in causa C-249/01) che ha riguardato in particolare l’ipotesi in cui l’eccezione di inammissibilità del ricorso principale (per difetto dei requisiti di partecipazione del ricorrente) sia sollevata d’ufficio (e non dall’aggiudicataria con il ricorso incidentale). In quella occasione il Giudice europeo ha rilevato che “il fatto che l’autorità dinanzi alla quale si svolge il procedimento di ricorso neghi la partecipazione a tale procedimento, per mancanza della legittimazione a ricorrere, ad un offerente escluso prima ancora di procedere a una selezione, avrebbe l’effetto di privare tale offerente non solo del suo diritto a ricorrere contro la decisione di cui egli afferma l’illegittimità, ma altresì del diritto di contestare la fondatezza del motivo di esclusione allegato da detta autorità per negargli la qualità di persona che sia stata o rischi di essere lesa dall’asserita illegittimità”. Tale insegnamento, rileva il Collegio, può essere applicato anche laddove l’eccezione di inammissibilità non sia sollevata d’ufficio dall’autorità ma con un ricorso incidentale proposto dall’aggiudicatario.

Sembra quindi avere trovato risonanza la critica mossa da una attenta dottrina alla sentenza della Plenaria n. 4 del 2011, che si sofferma sull’eventualità che il ricorrente principale sia sfornito della legittimazione a partecipare alla gara, senza dedicare analoga – o meglio senza dedicare alcuna – attenzione all’ipotesi specularmente opposta: quella in cui (anche) il ricorrente incidentale (ossia l’aggiudicatario) non abbia titolo per partecipare alla gara (SQUAZZONI, Ancora sull’asserito effetto paralizzante del solo ricorso incidentale escludente nelle controversie in materia di gare. La Plenaria statuisce nuovamente sul rebus senza risolverlo, in Dir. Proc. Amm., 2011, 1063).

In altri termini, la critica all’orientamento espresso dalla Plenaria può muoversi anche nella cornice dei principi propri della giurisdizione di diritto soggettivo, ancorché le Sezioni Unite della Cassazione (sentenza 21 giugno 2012, n. 10294, in questa Rivista, 2012, 1193, con mie brevi osservazioni), chiamate a pronunciarsi sul ricorso presentato avverso la sentenza n. 4 del 2011 dell’Adunanza Plenaria, pur senza accogliere tale ricorso per assorbenti ragioni di carattere processuale, abbiano fatto notare, in un obiter dicutm, che tali principi meritano una (almeno parziale) riconsiderazione, specie se assunti come assiomi universalmente validi.

In particolare, osserva la S.C., che la soluzione fatta propria dal Massimo Consesso della giustizia amministrativa “genera indubbiamente delle perplessità che lasciano ancor più insoddisfatti ove si aggiunga che l’aggiudicazione può dare vita ad una posizione preferenziale soltanto se acquisita in modo legittimo e che la realizzazione dell’opera non rappresenta in ogni caso l’aspirazione dell’ordinamento (v. artt 121/23 cod. proc. amm.), che in questa materia richiede un’attenzione e un controllo ancora più pregnanti al fine di evitare distorsioni della concorrenza e del mercato”.

La stabilità dell’aggiudicazione e l’esigenza di garantire la solerte realizzazione dell’opera o del servizio appaltati - aspetti già tenuti in considerazione prioritaria in altre pronunce, prima richiamate - non meritano, a dire della Cassazione, maggiore considerazione rispetto alla tutela dell’assetto concorrenziale del mercato, esigenza, quest’ultima, per soddisfare la quale potrebbe essere necessario ripetere la gara, se, una volta esaminato il ricorso principale, dovesse emergere che l’aggiudicatario non aveva i requisiti per partecipare alla gara, con conseguente necessità di invalidare l’intera procedura e ordinarne la rinnovazione.

Così chiariti, in estrema sintesi, i termini del dibattito in atto – assodato cioè che un contrasto interpretativo sulla questione dell’ordine di trattazione dei ricorsi in materia di appalti pubblici effettivamente sussiste - occorre approfondire l’esame della seconda questione rimessa in via pregiudiziale alla Corte di Giustizia: se l’art. 99, comma 3, del Codice del processo amministrativo risulti di ostacolo alla soluzione comunitariamente orientata di questioni risolte in modo difforme dalla giurisprudenza interna, segnatamente da quella dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, e da quella comunitaria [nei termini meglio specificati supra, sub lett. b)].

Il punto controverso è enunciato in modo estremamente chiaro dal Collegio: “al pari di ogni altro giudice di ultima istanza, questo Consiglio dovrebbe poter domandare alla CGUE una pronuncia pregiudiziale sull’interpretazione del diritto dell’Unione europea; sennonché tale potestà in alcune ipotesi, e tra queste quella che viene in rilievo nel presente giudizio, parrebbe non essere direttamente esercitabile; e ciò appunto in ragione della vigenza di una norma processuale, l’art. 99, comma 3, c.p.a., che obbliga tutte le Sezioni e i Collegi del Consiglio di Stato ad applicare, ai fini del decidere sul rito e sul merito delle controversie amministrative, i principi di diritto enunciati dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, fatta salva la facoltà di rimettere le questioni alla stessa Adunanza Plenaria (onde sollecitarne un revirement solo eventuale) quando la Sezione o il Collegio intendano da detti principi discostarsi”.

Così opinando, quindi, la Plenaria deterrebbe non solo, del tutto legittimamente, il monopolio della funzione nomofilattica nell’ambito della giustizia amministrativa ma anche, forse meno legittimamente, il monopolio della scelta se mantenere fermo un proprio orientamento (non attuando un revirement o rimettendo la questione a Giudice europeo), ancorché si tratti, alla luce della giurisprudenza della Corte di Giustizia, di un orientamento non conforme al diritto europeo, per come risultante dal formante giurisprudenziale.

In altre parole, la funzione nomofilattica a livello nazionale sopravanzerebbe, o potrebbe in ipotesi sopravanzare, quella svolta dalla Corte di Giustizia a livello sovranazionale, in palese contrasto, quanto meno potenziale, con il principio della primautè e, in specie, con la ratio della disposizione dell’art. 267, comma 3, TFUE, che, nel prevedere l’obbligo per i Giudici di ultima istanza di rimettere questioni controverse di rilievo comunitario al Giudice europeo, ha inteso proprio scongiurare che l’interpretazione di questioni del genere si arresti – in virtù della scelta insindacabile di un Giudice di ultima istanza – al di qua dei confini nazionali.

È appena il caso di notare che, nell’ambito del processo civile, vige una disposizione simile all’art. 99, comma 3, c.p.a., ossia l’art. 374, comma 3, c.p.c. (introdotto dalla riforma del 2006), a mente del quale: “se la sezione semplice ritiene di non condividere il principio di diritto enunciato dalle sezioni unite, rimette a queste ultime, con ordinanza motivata, la decisione del ricorso”.

Come ha osservato la dottrina processualcivilistica (VERDE, Le modifiche al Codice di procedura civile al 28 febbraio 2006. Appendice di aggiornamento ai volumi VERDE, Profili del processo civile I, II, e VERDE, CAPPONI, Profili del processo civile, III, Napoli, 2006, spec. 23), “questa formulazione costituisce il punto di arrivo di una lunga discussione avutasi nel corso dei lavori preparatori. Si era partiti dall’idea di creare un sia pure tenue vincolo delle sezioni semplici alle sezioni unite, quando queste ultime avessero pronunciato sulle questioni dibattute in successivi ricorsi. Le critiche suscitate dalla proposta in base alla premessa ideologica che i giudici sono soggetti soltanto alla legge […], nonché la difficoltà di configurarla in maniera efficace (come accertare l’esistenza del precedente vincolante? quale rimedio in caso di ribellione?), senza introdurre ulteriori complicazioni processuali, hanno portato a costruire una disposizione il cui contenuto precettivo è assai modesto e che finisce per raccogliere una prassi applicativa virtuosa già in atto, collegata a una applicazione estensiva del già esistente (e non modificato) secondo comma dell’art. 374 […]”.

Per di più la formulazione definitiva della norma – e analoghe considerazioni valgono per l’art. 99, comma 3, c.p.a. – non riproduce il riferimento al vincolo, cosicché l’eventuale difformità tra la sentenza delle Sezioni semplici e la giurisprudenza dell’organo nomofilattico (quale che sia) non ridonda in vizio della prima, suscettibile di costituire motivo di impugnazione, rilevando al più sul piano disciplinare (IANNIRUPERTO, Le attribuzioni delle Sezioni unite civili e l’efficacia del principio di diritto, in Corr. Giur., 2008, 725; nel senso che la norma contenuta nell’art. 374, comma 3, c.p.c. sia sfornita di sanzione si esprime anche VERDE, Ius litigatoris e ius constitutionis, in Il difficile rapporto tra giudice e legge, Napoli, 2012, spec. 25), nel mentre vi è chi sottolinea che altro è pretendere l’adozione di una decisione conforme altro la non emissione di una decisione difforme (LUISO, Il vincolo delle Sezioni semplici al precedente delle Sezioni unite, in Giur. It., 2003, 820; SASSANI, Il nuovo giudizio di Cassazione, in Riv. Dir. Proc., 2006, 217).

Si tende invece ad escludere la responsabilità civile per mancato rispetto del precedente, considerato che la decisione difforme dalla giurisprudenza delle Sezioni Unite non integra gli estremi della colpa grave richiesti dalla l. 117 del 1988 perché possa configurarsi la responsabilità civile del magistrato a condizione che la posizione dissenziente sia motivata in diritto (per il processo civile cfr. Cass. civ., Sez. I, 30 luglio 1999, n. 8260; per il processo amministrativo, cfr., in senso possibilista, quanto osservato da FOLLIERI E., L’introduzione del principio dello stare decisis nell’ordinamento italiano, con particolare riferimento alle sentenze dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, in Dir. Proc. Amm., 2012, 1237, il quale ritiene che “per le Sezioni del Consiglio di Stato, la non condivisione del principio stabilito dall’Adunanza Plenaria impone la rimessione a quest’ultima, con ordinanza motivata, senza alcuna possibilità di disattenderlo, pur in presenza di congrua ed adeguata motivazione. Se la Sezione, invece, non rispetta questo vincolo, si è in presenza di una violazione macroscopica della norma che può integrare gli estremi della colpa grave per l’inescusabilità dell’errore e per la non sussistenza dell’esenzione di responsabilità perché non è attività di interpretazione di norma di diritto”. Occorre tuttavia, precisa l’A., che il precedente sia espressamente richiamato dalle parti e che non si tratti di obiter dicta come tali non vincolanti).

La dottrina processualcivilistica (per tutti vedi TOMMASEO, La riforma del ricorso per Cassazione: quali i costi della nuova nomofilachia?, in Giur. It., 2003, 826) ha inoltre evidenziato che il meccanismo previsto dall’art. 374, comma 3, c.p.c. presenta dei risvolti negativi, difficilmente rimediabili, quali: l’eccessivo carico di lavoro delle Sezioni Unite; lo svilimento del ruolo delle Sezioni semplici, unitamente all’inidoneità a prevenire contrasti, invero non infrequenti, nella stessa giurisprudenza delle Sezioni Unite; Sezioni Unite che, per altro verso, sono additate come “capolinea di ogni fermento innovatore” (così CONSOLO, Giustizia, Corti di Gravame, tradizione e modernità, in Corr. Giur., 2005, 753).

Per i giudizi innanzi alla Corte dei conti, vi è la stessa previsione, ma la rimessione alle Sezioni Riunite, in caso di non condivisione del principio di diritto enunciato da queste ultime, riguarda non solo le Sezioni Giurisdizionali Centrali, ma anche quelle Regionali (art. 42 l. n. 69/2009, integrativo dell'art. 1, comma 7, d.l. 453 del 1993 (informazione, quest’ultima, attinta da FOLLIERI E., L’introduzione del principio dello stare decisis nell’ordinamento italiano, cit.).

Ma, nel caso che ci interessa, come ormai dovrebbe esser chiaro, vi è un ulteriore elemento di complicazione, rappresentato dalla tensione tra la funzione nomofilattica svolta dall’Adunanza Plenaria e quella svolta, su questioni rilevanti per il diritto eurounitario, dalla Corte di Giustizia, elemento di complicazione che, da quanto risulta, non è stato mai fatto oggetto di rinvio pregiudiziale al Giudice europeo da parte di alcuna Sezione semplice della Corte di Cassazione.

Si attende quindi con particolare impazienza l’intervento chiarificatore della Corte di Giustizia, che sarà utile non solo in relazione alla controversa questione dell’ordine di trattazione dei ricorsi in materia di appalti pubblici (questione che di per sé ha rilevanti implicazioni di sistema, relative all’identità del processo amministrativo), ma anche rispetto alla più generale tematica della rilevanza del principio dello stare decisis nel nostro ordinamento, principio su cui la norma dell’art. 99, comma 3, c.p.a. punta senza remore.






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