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Articolo di Dottrina



STALKING



Configurabilità del delitto di stalking nell’ipotesi in cui la reiterazione di minacce o molestie abbia costretto la vittima a modificare le proprie abitudini di vita

Silvia LO FORTE

Si anticipa un estratto dell’Approfondimento di Diritto Penale che sarà inserito nel fascicolo di Luglio/Agosto della Rivista cartacea NelDiritto

Corte di Cassazione, Sez. V, sentenza 15 maggio 2013, n. 20993

Atti persecutori – Comportamento minaccioso o molesto – Reiterazione – Alterazione delle abitudini di vita quotidiana della vittima – Reato – Configurabilità – Fattispecie.

Massima

È configurabile il delitto di stalking quando il comportamento minaccioso o molesto di taluno, posto in essere con condotte reiterate, abbia costretto la vittima ad alterare le proprie abitudini di vita (nella specie, vi era stata una nutrita serie di episodi di pesante interferenza dell’imputato nella vita privata della persona offesa - quali frequentissime telefonate, massiccio invio di sms, appostamenti e pedinamenti, scenate di gelosia, con intollerabile esercizio di potere di veto sulle scelte di frequentazione sociale della vittima, intrusioni moleste nella vita privata di persone vicine alla vittima - con caratteristiche di assillante insistenza ed ossessiva ripetitività, tali da determinare l’alterazione delle sue abitudini di vita quotidiana come la rarefazione delle uscite da casa e delle frequentazioni sociali, nonché la messa in atto di manovre diversive e la diversa gestione dei rapporti con i familiari).

Estratto delle motivazioni

[…Omissis…]

La corte territoriale, con motivazione approfondita ed immune da vizi, sulla base delle dichiarazioni della persona offesa e dei testimoni escussi, ha evidenziato come i comportamenti posti in essere dal F. in danno della S. , a lui in precedenza legata da una relazione affettiva, si inquadrano nella tipologia del c.d. stalking, essendo consistiti in 'una nutrita serie di episodi di pesante interferenza dell'imputato' nella vita privata della persona offesa, 'con caratteristiche di assillante insistenza ed ossessiva ripetitività' ('frequentissime telefonate, massiccio invio di sms, appostamenti e pedinamenti, scenate di gelosia, con intollerabile esercizio di potere di veto sulle scelte di frequentazione sociale della vittima, intrusioni moleste nella vita privata di persone vicine alla vittima'), che si sono susseguiti, senza soluzione di continuità sino alla fine del 2009, costringendo la F. in tale periodo 'a modificare le sue abitudini di vita quotidiana - rarefazione delle uscite da casa e delle frequentazioni sociali, messa in atto di manovre diversive, sensazione costante di essere seguita ed osservata e conseguente predisposizione di cautele difensive (nella scelta degli orari, nei percorsi da compiere, etc.), diversa gestione dei rapporti con i familiari', pure coinvolti nelle moleste attività dell'imputato (cfr. pp. 4-10 dell'impugnata sentenza). Tanto premesso non può non riconoscersi come, attraverso tale apparato motivazionale, la corte territoriale, concludendo per la configurabilità dell'ipotesi di reato oggetto della contestazione, si sia inserita nel consolidato alveo interpretativo della giurisprudenza di legittimità, condiviso da questo Collegio, secondo cui è configurabile il delitto di 'stalking' quando, come previsto dall'art. 612 bis, co. 1, c.p., il comportamento minaccioso o molesto di taluno, posto in essere con condotte reiterate, abbia cagionato nella vittima o un grave e perdurante stato di turbamento emotivo ovvero abbia ingenerato un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero ancora (ed è l'ipotesi verificatasi nel caso in esame secondo la corte territoriale) abbia costretto lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita, bastando, inoltre, ad integrare la reiterazione quale elemento costitutivo del suddetto reato, anche due sole condotte di minaccia o di molestia (cfr. Cass., sez. V, 01/12/2010, n. 8832, R.,, rv 250202; Cass., sez. V, 11/01/2011, n. 7601, O.; Cass., sez. V, 10/01/2011, n. 16864, C, rv 250158; Cass., sez. V, 19/05/2011, n. 29872, L, rv 250399; Cass., sez. V, 09/05/2012, n. 24135, G.). Trattasi, in tutta evidenza, di un reato che prevede eventi alternativi, la realizzazione di ciascuno dei quali è, dunque, idonea ad integrarlo (cfr. Cass., sez. V, 19/05/2011, n. 29872, L, rv. 250399), dovendosi, in particolare, intendere per alterazione delle proprie abitudini di vita, ogni mutamento significativo e protratto per un apprezzabile lasso di tempo dell'ordinaria gestione della vita quotidiana, indotto nella vittima, come nel caso in esame, dalla condotta persecutoria altrui (quali la utilizzazione di percorsi diversi rispetto a quelli usuali per i propri spostamenti; la modificazione degli orari per lo svolgimento di certe attività o la cessazione di attività abitualmente svolte; il distacco degli apparecchi telefonici negli orari notturni et similia), finalizzato ad evitare l'ingerenza nella propria vita privata del molestatore. Anche sotto il profilo dell'elemento soggettivo del reato, le doglianze difensive non appaiono condivisibili. Trattandosi di reato abituale di evento, è sufficiente ad integrare l'elemento soggettivo il dolo generico, quindi la volontà di porre in essere le condotte di minaccia o di molestia, con la consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente necessari per l'integrazione della fattispecie legale, che risultano dimostrate proprio dalle modalità ripetute ed ossessive della condotta persecutoria compiuta dal F. e delle conseguenze che ne sono derivate sullo stile di vita della persona offesa. Invece, come affermato da una dottrina condivisibile non occorre una rappresentazione anticipata del risultato finale, ma, piuttosto, la costante consapevolezza, nello sviluppo progressivo della situazione, dei precedenti attacchi e dell'apporto che ciascuno di essi arreca all'interesse protetto, insita nella perdurante aggressione da parte del ricorrente della sfera privata della persona offesa.

Commento

Con la sentenza in esame, la Corte si pronuncia in ordine al ricorso proposto dall’imputato condannato per il reato di atti persecutori dalla Corte di Appello di Torino. La difesa sosteneva che non erano ravvisabili nella condotta del proprio assistito – né dal punto di vista oggettivo né da quello soggettivo - gli elementi costitutivi della fattispecie criminosa di cui all’art. 612 bis c.p., dovendosi invece ritenere integrata la contravvenzione di molestia o disturbo alle persone ex art. 660 c.p.

I giudici di legittimità respingono il ricorso, ritenuto palesemente infondato, innanzitutto poiché, da un’analisi oggettiva – come peraltro correttamente ed approfonditamente rilevato dalla corte territoriale – i comportamenti dell’imputato ai danni della vittima (a lui precedentemente legata da una relazione affettiva) devono necessariamente qualificarsi come stalking. Si è trattato, infatti, di una nutrita serie di episodi di pesante interferenza nella vita privata della persona offesa, con caratteristiche di assillante insistenza ed ossessiva ripetitività tali da comportare una modifica delle abitudini di vita quotidiana, come la rarefazione delle uscite di casa e delle frequentazioni sociali, la messa in atto di manovre diversive, la sensazione costante di essere seguita od osservata con conseguente predisposizione di cautele difensive, la diversa gestione dei rapporti con i familiari.

Occorre rilevare che, quindi, tale pronuncia si inserisce nel consolidato alveo interpretativo della giurisprudenza di legittimità che riscontra il delitto di atti persecutori ex art. 612 bis, co. 1, c.p., ogniqualvolta il comportamento minaccioso o molesto di taluno, posto in essere con condotte reiterate, abbia cagionato nella vittima o un grave e perdurante stato di turbamento emotivo, ovvero abbia ingenerato un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona a lui legata da relazione affettiva, ovvero ancora (come nell’ipotesi di specie) l’abbia costretto ad alterare le proprie abitudini di vita (Cass. pen., 19 maggio 2011, n. 29872; Cass. pen., Sez. V, 11 gennaio 2011, n. 7601; Cass. pen., 10 gennaio 2011, n. 16864; Cass. pen., Sez. V, 1 dicembre 2010, n. 8832). La Corte ricorda peraltro che lo stalking prevede eventi alternativi, che non devono realizzarsi contestualmente ai fini della configurabilità del delitto stesso; di conseguenza, la sola alterazione delle abitudini di vita – effettivamente sussistente nel caso di specie – è suscettibile di integrare il delitto in esame. In particolare per quanto concerne la portata di tale presupposto, si ritiene che vi rientri ogni mutamento significativo e protratto per un apprezzabile lasso di tempo dell’ordinaria gestione della vita quotidiana, indotto nella vittima dalla condotta persecutoria altrui al fine di evitare l’ingerenza del molestatore nella propria vita privata.

In secondo luogo, i giudici di legittimità non condividono le doglianze della difesa neppure sotto il profilo psicologico, poiché trattandosi di reato abituale di evento, ritengono sufficiente il dolo generico, ovvero la volontà di porre in essere le condotte di minaccia o di molestia nonché la consapevolezza della loro idoneità alla produzione di uno degli eventi alternativamente necessari per l’integrazione della fattispecie legale. E nel caso di specie, sia l’elemento volitivo che l’elemento intellettivo sono dimostrati proprio dalle modalità ripetute ed ossessive della condotta persecutoria tenuta dall’imputato e dalle ricadute sullo stile di vita della vittima.


...omissis...






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