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Articolo di Dottrina



L’INTERRUZIONE DELLA PRESCRIZIONE PER LE PERSONE GIURIDICHE AI SENSI DEL D.LGS. 231/2001



Il tema è di grande attualità per i suoi risvolti eminentemente pratici posto che non è infrequente il caso in cui il P.M. adotti l’atto di contestazione dell’illecito amministrativo nei confronti della persona giuridica prima che siano decorsi 5 anni dalla consumazione del reato presupposto; e che tuttavia tale atto imputativo sia notificato all’ente dopo che i predetti 5 anni siano decorsi.

Avv. Francesco Marzullo

1) Breve introduzione al tema.

Ai sensi dell’art. 22 del d.lgs. 231/01, il termine di prescrizione della “sanzione amministrativa” è di 5 anni dalla data di consumazione del reato presupposto, termine che può essere interrotto esclusivamente dalla richiesta di applicazione di misura cautelare interdittiva e dalla contestazione dell’illecito amministrativo mediante richiesta di rinvio a giudizio (art. 22 comma 2 d.lgs. 231/01).

Il tema è di grande attualità per i suoi risvolti eminentemente pratici posto che non è infrequente il caso in cui il P.M. adotti l’atto di contestazione dell’illecito amministrativo nei confronti della persona giuridica prima che siano decorsi 5 anni dalla consumazione del reato presupposto; e che tuttavia tale atto imputativo sia notificato all’ente dopo che i predetti 5 anni siano decorsi.

Nella suddetta evenienza, si affacciano due possibili soluzioni: il Giudice è tenuto a dichiarare la prescrizione della sanzione amministrativa oppure può ritenere comunque tempestiva la contestazione rivolta all’Ente ex art. 59 del d.lgs. 231/2001 con la inevitabile conseguenza che la prescrizione resterà sospesa per tutto il corso del giudizio fino al pronunciamento della sentenza definitiva.

2) Rapido confronto fra la disciplina dell’interruzione della prescrizione del reato e la disciplina della sanzione amministrativa (o illecito amministrativo) ex d.lgs. 231/2001.

Prima di fornire una possibile risposta a tale quesito, per completezza è bene soffermarsi su un confronto tra la disciplina dell’interruzione della prescrizione del reato (a carico della persona fisica) e la disciplina dell’interruzione della prescrizione della sanzione amministrativa a carico dell’Ente.

I termini di prescrizione della sanzione amministrativa sono più ridotti, appena 5 anni e non dipendono in alcun modo dalla gravità del reato presupposto (ascritto agli apicali o ai sub apicali) che fa scaturire la responsabilità dell’Ente. Si tratta di un termine inferiore di 1 anno rispetto al termine minimo previsto per la prescrizione dei delitti dall’art. 157 c.p. (salvo un termine più lungo che coincide con il massimo della pena edittale prevista da ciascuna fattispecie incriminatrice).

Per quanto attiene alla tipologia degli atti interruttivi, il novero degli eventi interruttivi della prescrizione della sanzione amministrativa è più ristretto rispetto agli atti tipizzati in relazione alla prescrizione del reato (si rinvia all’art. 160 c.p., come novellato dalla Riforma Orlando: art. 1 comma 12 della legge 23 giugno 2017 n. 103 che ha inserito tra gli atti interruttivi anche l’interrogatorio reso alla polizia giudiziaria su delega del P.M.).

Ragionando, de iure condito, va osservato che il comma 2 dell’art. 22 prevede due casi di atti interruttivi dell’interruzione della prescrizione dell’illecito amministrativo.

Il primo caso è dato dalla richiesta di applicazione di misura cautelare interdittiva e dalla contestazione ex art. 59 del d.lgs. 231/01 (norma che a sua volta rinvia ad uno degli atti tipici di esercizio dell’azione penale nei confronti della persona fisica ai sensi dell’art. 405 comma 1 c.p.p.)

Come ognun vede, mentre ad interrompere la prescrizione dell’illecito amministrativo è sufficiente la semplice “richiesta” di misura interdittiva avanzata dalla Procura, al fine di interrompere la prescrizione del reato è necessaria l’ordinanza applicativa della misura cautelare personale (quindi non è sufficiente un atto unilaterale del P.M., ma occorre che quel atto sia favorevolmente delibato dal G.I.P.).

Il secondo caso ricomprende tutti gli atti con cui ai sensi dell’art. 59 del d.lgs. 231/01 la Procura contesta all’Ente l’illecito amministrativo; si tratta dei medesimi atti con cui la Procura esercita l’azione penale nei confronti della persona fisica.

Gli effetti prodotti dagli atti interruttivi suddetti sia con riferimento all’illecito amministrativo sia con riferimento al reato sono gli stessi, ossia la decorrenza di un nuovo periodo di prescrizione (art. 22 comma 3 d.lgs. 231/01 e art. 160 comma 3 c.p.).

La vera differenza riposa nel fatto che, in presenza di plurimi atti interruttivi, i termini di prescrizione del reato non possono essere prolungati oltre i termini di cui all’art. 161 comma 2 c.p. (norma quest’ultima novellata con la già citata Riforma Orlando); viceversa, in tema di illecito amministrativo (rectius: sanzione amministrativa), nel caso di interruzione della prescrizione mediante atto imputativo, la prescrizione non corre fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio (art. 22 comma 4 del d.lgs. 231/01).

In buona sostanza, la contestazione dell’illecito amministrativo costituisce una sorta di interruzione “sine die” oppure una causa di sospensione “sine die” della prescrizione della sanzione amministrativa.

Se a ciò si aggiunge la circostanza che la sussistenza dell’illecito amministrativo viene accertata dal giudice penale nel processo penale (art. 36 del d.lgs. 231/2001) e che spesso tale accertamento è contestuale a quello a carico delle persone fisiche in ordine al reato presupposto, diventa molto concreto il rischio che la sospensione della prescrizione della sanzione amministrativa a carico dell’Ente resterà sospesa per molti anni; e la sanzione sarà comminata dopo tanti anni dai fatti che hanno dato luogo alla responsabilità amministrativa dell’Ente.

Preso atto che la contestazione dell’illecito amministrativo è foriera di tali significative conseguenze per l’Ente, è opportuno tornare al nostro interrogativo di partenza, ossia l’atto imputativo a carico della persona giuridica, per essere ritenuto idoneo ad interrompere (senza la previsione di un tempo massimo come accade per i reati in genere) il corso della prescrizione, oltre che “emesso” deve anche essere “notificato” entro 5 anni dalla consumazione del reato presupposto.

3) La giurisprudenza di legittimità a favore della tesi “recettizia” dell’atto imputativo

Nell’attuale panorama giurisprudenziale si registra un primo orientamento di legittimità e di merito, improntato ad un maggior garantismo, secondo cui, quando l’atto interruttivo coincide con l’atto imputativo dell’illecito amministrativo (art. 59 del d.lgs. 231/2001), al fine di interrompere la prescrizione in materia di illeciti amministrativi ex d.lgs. 231/01, si deve aver riguardo non alla data di emissione dell’atto interruttivo, ma alla sua notifica.

Entrando più nel dettaglio, seguendo un ordine prettamente cronologico, si segnalano le seguenti sentenze della Suprema Corte che aderiscono a questo primo orientamento.

a) Nella sentenza Bonomelli[1] la Cassazione ha statuito che l’art. 22 d.lgs. 231/2001 ha puntualmente attuato i principi di delega contenuti nella legge 29 settembre 2000 n. 300 che, all’art. 11, lett. r) prevedeva espressamente che l’interruzione della prescrizione dovesse essere regolata dalle norme del codice civile, disposizione che replicava, con altrettanta puntualità, il contenuto dell’art. 28 legge 24 novembre 1981 n. 689, che proprio in materia di illecito amministrativo richiama la disciplina della prescrizione del codice civile. E’ evidente che in questa materia il legislatore ha attuato una differenziazione del regime di prescrizione avendo ben presente le ragioni consistenti nella diversità tra illecito amministrativo, fondante la responsabilità delle persone giuridiche, e reato e, conseguentemente ha adeguato la disciplina della prescrizione riferita all’ente al regime già previsto dalla legge generale sulla depenalizzazione del 1981 per l’illecito amministrativo punitivo.

La Suprema Corte aggiunge poi che non vi sono ragioni per ritenere l’esistenza di un trattamento differenziato irragionevole. Deve infatti escludersi che la disciplina prevista dall’art. 22 citato sia in conflitto con il principio costituzionale della ragionevole durata del processo (art. 11 comma 2 Cost.), anche inteso come diritto ad essere giudicato senza ritardo. Tant’è vero che il d.lgs. 231/01 ha, da un canto, introdotto un termine di prescrizione oggettivamente breve, pari a soli 5 anni dalla consumazione dell’illecito, nella dichiarata intenzione di contenere la durata della prescrizione e di non lasciare uno spazio temporale eccessivo ampio per l’accertamento dell’illecito nel corso delle indagini, anche per favorire le esigenze di certezze di cui necessità l’attività d’impresa, da altro canto, ha previsto un regime degli effetti interruttivi che replica la disciplina civilistica, stabilendo che una volta contestato l’illecito amministrativo, <<la prescrizione non corre fino al momento in cui passa in giudicato la sentenza che definisce il giudizio>>.

Così facendo, il legislatore ha realizzato un bilanciamento tra le esigenze di durata ragionevole del processo, soprattutto nel prevedere un termine breve di prescrizione e le esigenze di garanzia che devono consistere nel valore della completezza dell’accertamento giurisdizionale riferito ad una fattispecie complessa come quella relativa all’illecito amministrativo dell’ente.

E’ sufficientemente chiaro che la “ratio” di tale bilanciamento risiede nella tendenziale riduzione del termine di prescrizione una volta che, esercitata l’azione penale, si incardini il giudizio, con il contrappeso rappresentato dalla ridotta durata del termine di prescrizione, fissato per tutti gli illeciti in 5 anni, termine sensibilmente più breve rispetto a quello previsto dal codice penale.

Per concludere sul punto, a seguito della contestazione dell’illecito amministrativo nelle forme di cui all’art. 59 d.lgs. 231/2001, a differenza di quanto accade per i reati, si vanifica il rischio che nel corso del processo (fino a sentenza definitiva) si debba dichiarare l’estinzione dell’illecito amministrativo per il sopraggiungere della prescrizione, come speso accade per il reato presupposto.

b) Nella sentenza Buonamico[2] il Supremo Collegio prende le mosse dalla lettera r) dell’art. 11 della legge n. 300/2000 (Delega al Governo per la disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche) secondo cui “l’interruzione della prescrizione è regolata dalle norme del codice civile”. Ad avviso della Suprema Corte: “nella disciplina dell’interruzione della prescrizione del diritto civile (art. 2943 c.c.) l’effetto di interruzione si ottiene con la portata a conoscenza dell’atto nei confronti del debitore, in particolare con la notifica degli atti processuali”. In linea con tale pronuncia, si pone altra sentenza della Suprema Corte n. 20060 del 4.4.2013 in cui si statuisce che in materia di responsabilità amministrativa ex d.lgs. 231/01 si devono applicare le norme di cui agli artt. 2943 c.c. e 2945 c.c.; di qui la necessità che il “processo venga iniziato a seguito di un rapporto regolarmente notificato all’interessato”.

c) Nella sentenza Citybank[3] anticipa il ragionamento svolto nelle due sentenze summenzionate del 2015. In particolare nel 2013 la Suprema Corte statuisce che se è vero che l’illecito amministrativo si prescrive in 5 anni dalla commissione del reato, è anche vero che si devono applicare le cause interrutive del codice civile e pertanto la prescrizione non corre fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il procedimento. Sicchè, a norma degli artt. 2943 c.c. e 2945 c.c., la prescrizione è interrotta dall’atto con il quale si inizia il giudizio; ne consegue che, in applicazione analogica di tale principio allorchè la connessione con i reati attribuisce al giudice penale la cognizione di un’infrazione amministrativa, il processo che venga iniziato a seguito di un rapporto regolarmente notificato all’interessato, ai sensi della legge n. 689 del 1981 (artt. 14 e 24 comma 2), interrompe la prescrizione dell’illecito punito con sanzione amministrativa fino al passaggio in giudicato della sentenza penale.

Da ultimo si segnala la sentenza n. 28299 del 7.7.2016, in cui si argomenta diffusamente sul fatto che la differenziazione del regime di prescrizione del reato e dell’illecito amministrativo fondante la responsabilità delle persone giuridiche non possa essere ritenuta irragionevole poiché si tratta di due ipotesi di responsabilità aventi natura diversa che per l’appunto giustifica il differente trattamento. A tal proposito, la Suprema Corte ha rimarcato che la responsabilità dell’ente si fonda su un illecito amministrativo e la circostanza che tale illecito venga accertato nel processo penale non determina alcun mutamento della sua natura: il sistema di responsabilità ex delicto di cui al d.lgs. n. 231 è stato qualificato come tertium genus (SS.uu. n. 38343 del 18.09.2014, TyssenKrupp s.p.a.), sicchè non può essere ricondotto integralmente nell’ambito e nelle categorie dell’illecito penale. Pertanto, se i due illeciti hanno natura differente, allora può giustificarsi un regime derogatorio e differenziato con riferimento alla prescrizione.

4) La giurisprudenza di merito a favore della tesi “recettizia” dell’atto imputativo

In linea con il ragionamento sviluppato nelle summenzionate sentenze di legittimità, si pongono anche talune sentenze di merito, in cui si puntualizza che, ai fini dell’interruzione della prescrizione nel processo a carico degli enti a norma del d.lgs. 23172001, ciò che rileva è la data della notifica e non la data del mero deposito della contestazione dell’illecito amministrativo.

Ne citiamo alcune in questa sede:

d) Nella sentenza n. 1509/2017 del 30.11.2017, il G.U.P. del Tribunale di Firenze, nel richiamare la succitata sentenza Buonamico (n. 18257 del 12.2.2015), ha argomentato muovendo dall’esame della legge delega che all’art. 11 lett. r) testualmente recita: “prevedere che le sanzioni amministrative di cui alle lettere g), h), i) si prescrivono decorsi cinque anni dalla consumazione dei reati indicati nelle lettere a), b), c) e d) e che l’interruzione della prescrizione è regolata dalle norme del codice civile. “.

La Corte ha ritenuto che, cosi come nel diritto civile l’interruzione della prescrizione si ottiene solo quanto l’atto interruttivo è portato a conoscenza del debitore con la notifica di un atto processuale, allo stesso modo deve interpretarsi l’art. 22 cit. Radicalmente diverso è il principio su cui si basa la prescrizione in ambito penale, perché in tale ambito viene in rilievo l’esigenza di “chiudere” con l’estinzione del reato quelle vicende potenzialmente rilevanti sotto il profilo penalistico, nelle quali però vi sia stata un’inerzia (per le più varie ragioni) da parte del titolare dell’azione penale: ciò che rileva è, primo luogo, l’esigenza di non protrarre all’infinito la possibilità di un processo e della relativa sanzione per fatti ormai lontani nel tempo e poi per ragioni intuitive di ordine pratico, quali la difficoltà di reperire testimoni e acquisire prove a distanza di molti anni.

Per le ragioni esposte la prescrizione in materia penale continua a correre anche dopo che l’azione penale è stata esercitata, a differenza di quanto accade nell’ambito civile.

Dunque, appare condivisibile che l’unica opzione interpretativa possibile dell’art. 22 del d.lgs. n. 231/01, alla luce della legge delega, è che l’atto procedimentale di contestazione sia portato a conoscenza del destinatario: dalle espressioni utilizzate dal Legislatore si comprende come nel caso dell’art 22 cit. venga in rilievo il momento della conoscenza effettiva dell’atto (si parla di “contestazione”), nel caso dell’art 160 co. 2 c.p. (si parla di prescrizione interrotta dalla “richiesta di rinvio a giudizio”) ci si soffermi sul momento in cui deve attivarsi il titolare dell’azione penale, a prescindere dalla conoscenza che ne abbia l’imputato (nello stesso senso: Cass. Pen. sez. VI n. 28299/16,; Cass. pen. sez. VI n. 2006/13).

e) Anche il Tribunale di Brescia[4] ha sposato la tesi “della natura recettizia” dell’atto imputativo. Preliminarmente il Tribunale accertava che la contestazione dell’illecito amministrativo era stata depositata dal P.M. poche settimane prima delle spirare del termine prescrizionale di 5 anni dalla data di consumazione del reato presupposto; la notifica dell’atto imputativo tuttavia interveniva in data successiva e cioè quando i 5 anni erano decorsi. In buona sostanza, il Tribunale era chiamato a dirimere la seguente questione: se la citazione dell’ente avesse o meno prodotto l’interruzione del termine della prescrizione e se quindi la contestazione dell’illecito fosse avvenuta entro i limiti temporali concessi dal d.lgs. 231/2001 per l’avvio del processo a carico dell’ente.

Il Tribunale, al termine di un lungo e articolato percorso motivazionale, centrato sulle peculiarità della disciplina della responsabilità dell’ente, ha rilevato la tardività dell’atto interruttivo e pertanto la prescrizione dell’illecito amministrativo. Nel suo iter motivazionale, il Tribunale riflette sulla natura della contestazione dell’illecito amministrativo e qualifica la contestazione ex art. 59 del d.lgs. 231/2001 come <<atto recettizio>>, destinato a produrre i propri effetti solo dal momento in cui è portato a conoscenza del destinatario.

La riflessione ha un immediato precipitato pratico e cioè la prescrizione dell’illecito amministrativo posto che aggancia l’effetto interruttivo non all’emissione dell’atto di citazione a giudizio (come sempre accade nel processo penale ai sensi dell’art. 160 c.p.p.) ma piuttosto alla regolare notificazione dello stesso all’ente imputato.

Il Tribunale di Brescia conclude per la natura recettizia della contestazione ex art. 59, privilegiando una interpretazione letterale della legge ed in particolare l’utilizzo del verbo “contesta” sia nello stesso art. 59 sia nell’art. 22, utilizzo che rimanda all’emissione di un atto, il cui contenuto deve essere portato a conoscenza del destinatario

La scelta lessicale compiuta dal legislatore delegato rimarca una netta differenza rispetto alla disciplina penalista, tant’è che in detta sede la notifica è un’attività irrilevante ai fini dell’interruzione della prescrizione dei fatti di reato, con riguardo al cui istituto (art. 160 c.p.) il legislatore si limita ad elencare in modo statico specifici atti processuali, la cui efficacia interruttiva è subordinata alla mera emissione.

Il Tribunale di Brescia, oltre a soffermarsi sull’interpretazione letterale delle norme, valorizza anche l’interpretazione sistematica delle stesse. A tal riguardo, si sottolinea come la disciplina della responsabilità amministrativa dell’ente abbia mutuato il regime della prescrizione dalla regolamentazione civilistica, introducendo un sistema di cause interruttive in termini del tutto equivalenti a quelli sanciti dall’art. 2945 c.c. Infatti, come la sospensione della prescrizione prevista dal d.lgs. 231/2001 è determinata solo e unicamente dalla contestazione dell’illecito all’ente, in via simmetrica, la stessa sospensione disciplinata dal codice civile consegue soltanto a due specifiche ipotesi in cui l’esercizio del diritto avviene nel necessario contraddittorio tra le parti mediante atti notificati alla controparte.

Alla stregua di tale parallelismo, si deve arguire che la contestazione dell’illecito all’ente è atto di natura recettizia, per la cui efficacia è imprescindibile l’effettiva portata a conoscenza dell’atto al destinatario.

f) Una delle prime sentenze di merito (in ordine di tempo) che ha condiviso la tesi della natura recettizia è stata pronunciata dal G.U.P. del Tribunale di Bari (sentenza n. 941 del 5.7.2013), secondo cui la contestazione dell’illecito amministrativo di cui all’art. 59 del d.lgs. 231/01 è “atto recettizio che produce i suoi effetti solo dal momento in cui è portato a conoscenza del destinatario.

Il G.U.P. di Bari ha così motivato.

La volontà del legislatore è chiara, e in claris non fit interpretatio: in materia di illecito amministrativo delle persone giuridiche, l’interruzione della prescrizione è regolata dalle norme di diritto civile. E, poiché l’art. 2943 c.c. sancisce che la prescrizione è interrotta dalla notificazione dell’atto..”, sarà soltanto la notificazione dell’atto interruttivo (nel caso di specie la richiesta di rinvio a giudizio) a interrompere la prescrizione dell’illecito amministrativo.”

Il Tribunale poggia la sua tesi su due argomenti.

Il primo risiede nel fatto che la disciplina della prescrizione dell’illecito amministrativo è diversa e autonoma rispetto a quella della prescrizione del reato ed è essenzialmente modellata sul tipo della prescrizione dettata in ambito civilistico dagli artt. 2943 c.c. e 2945 c.c.. Sicchè non avrebbe senso applicare le generali norme del codice penale al regime della prescrizione dell’illecito amministrativo delle persone giuridiche; in altri termini la norma di cui all’art. 22 del d.lgs. 231/2001 sarebbe “non compatibile” con le generali previsioni del codice penale, secondo cui ai reati si applicano termini differenziati di prescrizione in ragione della loro gravità, indifferenti nel limite massimo ad eventuali atti interruttivi.

Il secondo argomento è dato dall’analisi del dato proveniente dalla legge delega che all’art. 11, lett. r) della legge n. 300 del 200 prevede espressamente “che l’interruzione della prescrizione è regolata dalle norme del codice civile”. Ad avviso del Tribunale di Bari pertanto la volontà del legislatore è chiara e in claris non fit interpretaio: in materia di illecito amministrativo delle persone giuridiche, “l’interruzione della prescrizione è regolata dalle norme del codice civile”. E poichè l’art. 2943 c.c. sancisce che la prescrizione è interrotta dalla notificazione dell’atto, sarà soltanto la notificazione dell’atto introduttivo a interrompere la prescrizione dell’illecito amministrativo.

5) La giurisprudenza di legittimità a favore della tesi non “recettizia” dell’atto imputativo

Come già annunciato, esiste nell’attuale panorama giurisprudenziale, un secondo orientamento, diametralmente opposto al primo, in cui si ritiene che l’etto interruttivo della prescrizione sia correlabile all’adozione dell’atto imputativo.

Diciamo subito che si tratta di sentenze che non offrono una motivazione a sostegno di tale tesi, fatta eccezione per la sentenza più recente, Cirrone, depositata il 24 settembre del 2018 e di cui si darà conto più avanti.

a) Continuando a seguire un ordine cronologico, si segnala la sentenza La Cascina[5] n. in cui la Sez. VI della Cassazione penale in modo (direi quasi) lapidario ha concluso che la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell’ente, in quanto atto di contestazione dell’illecito, interrompe la prescrizione e ne sospende il decorso dei termini fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio, ai sensi degli artt. 59, 22 comi 2 e 4 del d.lgs. 231/2001. La Suprema Corte precisa inoltre che l'intervenuta prescrizione del reato presupposto successivamente alla contestazione all'ente dell'illecito non determina l'estinzione della responsabilità amministrativa, giacché il relativo termine, una volta effettuata la contestazione ex art. 59 d.lgs. n. 231 del 2001, non corre fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio nei confronti della persona giuridica. In particolare, un preciso argomento è stato individuato nel testo dell'art. 60 d.lgs. n. 231 del 2001, il quale prevede che l'estinzione per prescrizione del reato impedisce unicamente all'accusa di procedere alla contestazione dell'illecito amministrativo, ma non impedisce, invece, di portare avanti il procedimento già incardinato.

b) Anche nella sentenza D’Errico[6] il Supremo Consesso ha ribadito che l’illecito da reato contestato all’ente non può ritenersi estinto per intervenuta prescrizione quando, attraverso la richiesta di rinvio a giudizio, il titolare dell’azione punitiva abbia proceduto alla formale contestazione del suddetto illecito ai sensi dell’art. 59 d.lgs. 231/01.

Secondo tale filone giurisprudenziale questo adempimento, a norma dell’art. 22 co. 2 e 4, non solo interrompe la prescrizione, ma ne sospende il decorso fono al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio: alla luce di quanto apoditticamente rappresentato in sentenza, l’illecito in questione non può ritenersi prescritto risultando il relativo termine sospeso dalla data di proposizione della richiesta di rinvio a giudizio, tempestivamente presentata entro il quinquennio da quella di consumazione del reato presupposto, come richiesto dal primo comma del citato art. 22.

c) La prima sentenza di legittimità (sul piano temporale) in cui si afferma in modo netto che, ai sensi del d.lgs. n. 231 del 2001, artt. 22 e 59, la richiesta di rinvio a giudizio, nel caso in esame intervenuta prima del quinquennio, è atto di contestazione che interrompe e sospende il decorso della prescrizione sino alla sentenza che definisce il giudizio, è la Cerasino[7]. Nella predetta sentenza la Seconda Sezione penale enuncia il principio, ma non spende un rigo in punto di motivazione.

d) Da ultimo ma non per ultimo, è doveroso richiamare la recentissima sentenza Cirone[8] in cui si sancisce che la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell'ente, in quanto atto di contestazione dell'illecito, interrompe la prescrizione e ne sospende il decorso dei termini fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio, ai sensi degli artt. 59 e 22, commi 2 e 4, del d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231.

E’ questa la prima sentenza della Suprema Corte in cui si motiva diffusamente circa la natura “non recettizia” dell’atto interruttivo. In tale sentenza si mette in chiaro che l'art. 59 del d.lgs n. 231 del 2011 (richiamato dall'art. 22 dello stesso testo) opera un rinvio integrale all’art. 405 comma 1 c.p.p. che individua -come atto di contestazione dell'illecito- la richiesta di rinvio al giudizio, ovvero un atto la cui efficacia prescinde dalla notifica alle parti, che non è prevista dalla legge.

Sicchè – ad avviso della Corte- il richiamo che la legge delega effettua alle norme del codice civile non consente di “trasformare” la richiesta di rinvio a giudizio in un atto recettizio, in assenza di ogni indicazione normativa al riguardo. Ragionando diversamente, si finirebbe per manipolare arbitrariamente l’art. 22, riconducendo l'effetto interruttivo alla notifica dell'avviso di udienza, ovvero ad un atto a cui la legge non riconosce tale effetto.

Infine, la sentenza Cirone – al fine di avvalorare la sua tesi- valorizza il dato che in tema di interruzione della prescrizione del reato ciò che conta è l’atto in sé, ossia nella sua materialità, tant’è che va riconosciuta, anche agli atti processualmente nulli, la capacità di conseguire lo scopo interruttivo. Gli atti interruttivi della prescrizione hanno un valore ed un’efficacia obiettiva poiché denotano la persistenza nello Stato dell’interesse punitivo.

6. Conclusione

Nell’attesa che sul punto, stante l’aperto contrasto esistente tra le Sezioni semplici della Suprema Corte, si pronuncino le Sezioni Unite, a parere di chi scrive, va preferita la tesi secondo cui la contestazione dell’illecito amministrativo è atto avente natura recettizia. Tanto si ricava vuoi dall’interpretazione letterale degli artt. 59 e 22 del d.lgs. 231/2001, che utilizzano il verbo “contesta” che ovviamente rimanda all’emissione di un atto, il cui contenuto deve essere portato a conoscenza del destinatario vuoi dall’interpretazione sistematica dell’art 11, lett. r) della legge delega 29 settembre 2000 n. 300 che prevede espressamente che l’interruzione della prescrizione dovesse essere regolata dalle norme del codice civile.

E’ indubbio che la tesi contraria, di recente avvallata dalla Seconda Sezione penale della Cassazione (in forza del quale per interrompere la prescrizione dell’illecito amministrativo sarebbe sufficiente l’emissione dell’atto imputativo in luogo della sua notificazione all’ente), pretende di estendere, alla disciplina della prescrizione dell’illecito amministrativo, la normativa circa la prescrizione del reato (in particolare l’art. 160 c.p., secondo cui l’adozione dell’atto imputativo produce un effetto interruttivo).

Proprio tale assimilazione di disciplina (che finisce per porre sullo stesso piano la responsabilità penale delle persone fisiche e quella amministrativa delle persone giuridiche) non è condivisibile perché non si confronta con la tesi (parimenti sostenuta dalla Suprema Corte) secondo cui il sistema di responsabilità ex delicto di cui al d.lgs. n. 231/2001 va qualificato come tertium genus (SS.UU. n. 38343 del 18.09.2014, TyssenKrupp) e non può pertanto essere ricondotto integralmente nell’ambito e nelle categorie dell’illecito penale.

La responsabilità amministrativa degli Enti e quella penale delle persone fisiche sono ontologicamente diverse e procedono in parallelo, come si evince dall’art. 8 del d.lgs. 231/01 (secondo cui la responsabilità dell’Ente sussiste anche quando l’autore del reato non è stato identificato o non è imputabile). Il che comporta l’autonomia delle due fattispecie (quella amministrativa e quella penale per il reato presupposto) e l’autonomia delle due condanne sotto il profilo processuale.

Per la responsabilità amministrativa ciò che conta è che venga compiuto un reato da parte del soggetto riconducibile all’ente, ma non è anche necessario che tale reato venga accertato con individuazione e condanna del responsabile. La responsabilità penale da reato presupposto può anche essere ritenuta incidenter tantum (ad esempio perché non si è potuto individuare il soggetto responsabile o perché questi è non imputabile) e ciò nondimeno l’ente può essere comunque sanzionato in via amministrativa (Cass. pen. Sez V, 4.4.2013 n. 20060).

Coerentemente con tale linea argomentativa, la giurisprudenza di legittimità ha da tempo ritenuto che, anche nelle ipotesi di prescrizione del reato presupposto, l'accertamento della responsabilità dell'ente deve effettuarsi, sia pure previo accertamento incidentale della sussistenza del reato.

Anche in una recentissima sentenza (28 febbraio 2018 n. 9072) la Sez. III della Suprema Corte ha ribadito che in tema di responsabilità degli enti, in presenza di una declaratoria di prescrizione del reato presupposto, il giudice, ai sensi dell’art. 8 comma 1 lett. b) del d.lgs. n. 231/01 comma 1, lett. b), deve comunque procedere all'accertamento autonomo della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio l'illecito fu commesso che, però, non può prescindere da una verifica, quantomeno incidentale, della sussistenza del fatto di reato (ex plurimis: Cass. pen. Sez. VI, 25 gennaio 2013 n. 21192).

Quindi, la prescrizione del reato presupposto non “blocca” in alcun modo il processo a carico dell’ente, una volta validamente incardinato.

Quel che si vuol dire, tirando le somme, è che una lettura sistematica del d.lgs. 231/01 e della disciplina penalistica in tema di prescrizione del reato non autorizza l’interprete ad operare una vera e propria “trasposizione” del principio (mutuato dal codice penale circa la valenza interruttiva dell’atto in sé di esercizio dell’azione penale) anche con riferimento all’atto imputativo della responsabilità amministrativa a carico dell’Ente.

Ragionando diversamente e cioè patrocinando la tesi che nega la natura ricettizia dell’atto di contestazione dell’illecito amministrativo, si dovrebbe riconoscere come il legislatore delegato sia stato in qualche modo “distonico” nel disciplinare il tema dell’interruzione della prescrizione dell’illecito amministrativo. E ciò in quanto avrebbe creato, con riguardo all’illecito amministrativo ex d.lgs. 231/2001, una disciplina “ibrida” (tra i due possibili scenari di riferimento: penale e civile) che finisce per mutuare dal diritto penale il principio secondo cui l’interruzione della prescrizione ben può prescindere dalla conoscenza dell’atto di contestazione e che viceversa mutua dal diritto civile il principio secondo cui, dopo l’adozione dell’atto imputativo, la prescrizione è “congelata” fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio.

Se così fosse, saremmo in presenza di una “forzatura” interpretativa.

E a questo punto restano da percorrere due strade,

- sottoporre la questione al vaglio delle Sezioni Unite, stante l’aperto contrasto insorto tra le Sezioni semplici;

- oppure sollevare incidente di costituzionalità dell’art. 22 d.lgs. 231/2001 (incidente che potrebbe essere sollevato dalle stese SS.UU. in ragione della distonia tra decretazione delegata e legge di delega, in cui si fissa il principio direttivo dettato dall’art. 11 lett. r) secondo cui l’interruzione della prescrizione dell’illecito amministrativo è correlata alla notifica dell’atto con cui si intraprende il giudizio.

Allo stato, non è revocabile in dubbio che la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche e quella penale delle persone fisiche appartengano a “due mondi diversi”, anche se va dato atto che sono “in itinere” taluni tentativi da parte del nostro legislatore per “accorciare” le distanze tra questi due mondi, soprattutto in relazione alla tematica dell’interruzione “sine die” del periodo prescrizionale del reato in coincidenza di atti processuali particolarmente significativi.

Mi riferisco in particolare al recente emendamento presentato in Commissione Giustizia alla Camera dal movimento 5Stelle al c.d. d.d.l. n. 1189[9], laddove si propone di modificare il comma 2 dell’art. 159 c.p., prevedendo espressamente che il corso della prescrizione del reato rimanga sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio[10].

E’ innegabile che il testo del predetto emendamento riecheggia e ricalca quasi testualmente l’attuale formulazione dell’art. 22 comma 4 del d.lgs. 231/01.

Ciò che cambierebbe (nel caso di approvazione dell’emendamento in parola) sarebbe solo la individuazione dell’atto processuale che fa da “spartiacque” e che interrompe la prescrizione “sine die”. Infatti, al fine di congelare la prescrizione della sanzione amministrativa, già oggi è sufficiente l’atto (unilaterale) di contestazione dell’addebito all’Ente, mentre, per “congelare” la prescrizione del reato, sarebbe necessaria la pronuncia della sentenza di primo grado che è un atto che “sintetizza” le opposte tesi processuali perorate dalla Pubblica accusa e dalla Difesa.

A parere di chi scrive, l’approccio al tema della sostanziale imprescrittibilità della sanzione amministrativa da reato dovrebbe essere radicalmente diverso. In disparte la questione sull’opportunità dell’emendamento in parola (che potrebbe segnare la quasi imprescrittibilità del reato nel caso in cui la pronuncia di primo grado intervenga prima che maturi la prescrizione), si potrebbe de iure condendo modificare la disciplina della prescrizione della sanzione amministrativa, prevedendo espressamente che l’interruzione è associata alla notifica dell’atto imputativo e prevedendo altresì un termine massimo entro cui l’illecito amministrativo ex d.lgs. 231/01 debba essere accertato. Solo così di eviterebbe all’Ente la “pena” di rimanere a lungo sotto processo (e cioè di rimanere a lungo “sotto la spada di Damocle”[11]) correndo il rischio di essere raggiunti “prima o poi” da pesanti sanzioni amministrative pecuniarie ed interdittive che potrebbero avere riverberi esiziali sui rapporti contrattuali ed economici in corso. Basti pensare, a titolo esemplificativo, alle conseguenze economiche che deriverebbero dalla sanzione del divieto di contrattare con la pubblica amministrazione ex art. 9 comma 2 lett. c) del d.lgs. 231/01 ove fosse posta a carico di una società, che assiduamente partecipa alle gare pubbliche e che ha in corso commesse pubbliche.

E’ indubbio che l’attuale disciplina di sostanziale imprescrittibilità della sanzione amministrativa può portare a pericolose distorsioni operative; si pensi al caso in cui la Procura decida di interrompere la prescrizione a carico dell’Ente, limitandosi a confezionare e datare l’atto imputativo; e subito dopo decida di procedere separatamente a carico delle persone fisiche che rispondono del reato presupposto.

Al termine del processo penale che si conclude con l’accertamento in via definitiva del reato, quella stessa Procura sarebbe legittimata a “riprendere dal cassetto” quell’atto di contestazione dell’illecito amministrativo (anni prima predisposto) e a notificarlo all’Ente per avviare il giudizio di accertamento della responsabilità amministrativa nei suoi confronti. Nel frattempo, magari sono passati molti anni, i precedenti amministratori (imputati del reato presupposto) sono stati sostituiti, anche i soci sono cambiati; e ciò nondimeno le conseguenze pregiudizievoli degli errori del passato finirebbero per “scaricarsi” su una realtà aziendale che ha radicalmente modificato la sua politica di impresa, dotandosi di un valido ed efficace Codice Etico, di un idoneo ed aggiornato Modello organizzativo nonché di un autonomo e attento Organismo di Vigilanza.

Avv. Francesco Marzullo

Bibliografia specifica sull’argomento:

- “La riforma giallo-verde del diritto penale: adesso tocca alla prescrizione” di Insolera Gaetano in Diritto penale contemporaneo web, 9 novembre 2018.

- “Note minime in tema di prescrizione della responsabilità da reato degli enti collettivi” di Ciro Santoriello, in Giurisprudenza penale web, 2018,10.

- “La prescrizione degli illeciti previsti dal d.lgs. 231/2001” di Luigi Ferrajoli in www.ecnews.it del 2 settembre 2016

- “L’interruzione della prescrizione nel processo a carico dell’ente a norma del d.lgs. 231/2001: rileva la data della notifica – e non del mero deposito- della contestazione dell’illecito amministrativo” di Luigi Santangelo, in Diritto penale contemporaneo, 27 aprile 2015.

- “La responsabilità dell’ente da reato prescritto” di Beltrani, in Riv. Resp. Amm. Enti, 2014, n. 2.

- “L’interruzione della prescrizione nel sistema del d.lgs. 231/2001”, di Salvatore, in Riv. Resp. Amm. Enti, 2009, n. 2.



[1] Cass. pen. Sez VI 10.11.2015 n. 28299 in Mass. Uff. n. 267047

[2] Cass. pen. Sez VI, 12.2.2015 n. 18257 in Mass. Uff. n. 263171

[3] Cass. pen. Sez V, 4.4.2013 n. 20060) in www.iusexplorer.it/giurisprudenza

[4] Vedi sentenza 20.2.2015 n. 692, depositata il 24.2.2015 n. 692, in Diritto Penale Contemporaneo, allegato all’articolo 27.4.2015 di Luigi Santangelo, L’interruzione della prescrizione nel processo a carico dell’ente a norma del d.lgs. 231/2001: rileva la data della notifica – e non del mero deposito- della contestazione dell’illecito amministrativo”.

[5] La sentenza è agevolmente scaricabile dal sito www.olympus.uniurb.it Le intercettazioni sono utilizzabili anche per accertare la responsabilità amministrativa dell'ente”

[6] Cass. pen. Sez. V, 22.9.2015 n. 50102, depositata il 21.12.2015, in Mass Uff. n. 265588.

[7] Cass. pen. Sez. II, 15.12.2011 n. 10822, depositata il 20.3.2012, in www.iusexplorer.it/giurisprudenza

[8] Cass.pen., Sez II, 24.9.2018 n. 41012 in Giustizia penale web, 2018,10, “Note minime in tema di prescrizione della responsabilità da reato degli enti collettivi” di Ciro Santoriello.

[9] L’emendamento al c.d. d.d.l. Anticorruzione n. 1189, recante “misure per il contrasto dei reato contro la pubblica amministrazione”, propone di sostituire il secondo comma dell’art. 159 c.p. nel seguente modo: “il corso della prescrizione rimane sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o dal decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o della irrevocabilità del decreto di condanna”

[10] A proposito di tale proposta di riforma giallo-verde, Insolera G. cosi si esprime: “il congegno escogitato con l’emendamento, dopo la condanna di primo grado, consente di far dormire sogni tranquilli ai giudici delle impugnazioni” nello scritto “La riforma giallo-verde del diritto penale: adesso tocca alla prescrizione” in Diritto penale contemporaneo web 9 novembre 2018.

[11] Ancora Insolera G. scrive: “il mondo che la riforma immagina è forse quello in cui ogni consociato può restare sotto la spada della giustizia penale a tempo indeterminato?” in “La riforma giallo-verde del diritto penale: adesso tocca alla prescrizione” in Diritto penale contemporaneo web 9 novembre 2018.






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