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Articolo di Dottrina



LA REVOCAZIONE



Sui motivi di revocazione di cui all’art. 106 c.p.a.

Viviana Rascio

Commento Cons. St., Ad. Plen., 27 luglio 2016, n. 21

La sentenza in epigrafe permette l’analisi di una rilevante questione processuale, su cui invero più volte la giurisprudenza è stata chiamata a pronunciarsi: la perimetrazione dei motivi del ricorso per revocazione. Giova anteporre a tale disamina una breve ricostruzione della vicenda, causa del pronunciamento de quo. A seguito di gara indetta per l’affidamento del servizio luce e dei servizi connessi per le Pubbliche Amministrazioni, il R.T.I. Alfa, classificatosi al primo posto, veniva escluso dalla procedura di aggiudicazione a seguito di irregolarità emerse in sede di verifiche di ufficio sulle dichiarazioni sostitutive rese in gara. Avverso tale esclusione, il R.T.I. proponeva ricorso innanzi al giudice amministrativo, sulla scorta del fatto che, per un verso, erroneamente due D.U.R.C. erano stati considerati irregolari, risultando al contrario ancora in corso di validità, e che, per atro verso, comunque sulla stazione appaltante, ai sensi dell’art. 31, co. 8, d.l. n. 69/2013, grava l’obbligo di invitare l’interessato a regolarizzare la propria posizione entro un termine non superiore a 15 giorni. Il T.A.R., tuttavia, nel respingere le doglianze della parte ricorrente, riteneva di dover affermare che “il concetto di definitività nell’ambito delle gare pubbliche dev’essere esaminato alla data di scadenza del termine di presentazione dell’offerta”, “non può valere quanto affermato da parte ricorrente circa l’obbligo dell’Istituto previdenziale di attivare la procedura di regolarizzazione prevista dall’art. 7, co. 3, d.m. 24 ottobre 2007, in quanto l’art. 38, co. 8, d.l. n. 69/2013 è entrato in vigore in data successiva rispetto a quella in cui le imprese del raggruppamento hanno reso le dichiarazioni e, comunque, in data successiva alla pubblicazione del bando di gara, per cui non è applicabile in virtù del principio tempusregitactum” ed infine che “in altri termini, il requisito di cui all’art. 38 del d.lgs. 163/2006 deve sussistere alla data in cui è resa la dichiarazione, non essendo possibile che lo stesso possa perfezionarsi in un momento successivo mediante l’invito alla regolarizzazione”. A seguito dell’appello proposto dal R.T.I. Alfa, la questione giungeva all’attenzione dei Giudici di Palazzo Spada, che, tuttavia, prendendo atto del contrasto in merito, rimettevano la problematica, concernente dunque la sussistenza o meno dell’obbligo degli Istituti previdenziali di invitare l’interessato alla regolarizzazione del D.U.R.C. (c.d. preavviso di D.U.R.C. negativo) anche nel caso in cui la richiesta provenga dalla stazione appaltante in sede di verifica della dichiarazione resa dall’impresa ai sensi dell’art. 38, co. 1, lett. i), d.lgs. n. 163/2006, all’Adunanza Plenaria. Il Collegio, con sentenza 29 febbraio 2016, n. 5, respingeva l’appello principale e accoglieva l’appello incidentale affermando in particolare che “anche dopo l’entrata in vigore dell’art. 31, comma 8, del decreto legge 21 giugno 2013 n. 69, (Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia), convertito con modificazioni dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, non sono consentite regolarizzazioni postume della posizione previdenziale, dovendo l’impresa deve essere in regola con l’assolvimento degli obblighi previdenziali ed assistenziali fin dalla presentazione dell’offerta e conservare tale stato per tutta la durata della procedura di aggiudicazione e del rapporto con la stazione appaltante, restando dunque irrilevante, un eventuale adempimento tardivo dell’obbligazione contributiva. L’istituto dell’invito alla regolarizzazione (il c.d. preavviso di DURC negativo), già previsto dall’art. 7, comma 3, del decreto ministeriale 24 ottobre 2007 e ora recepito a livello legislativo dall’art. 31, comma 8, del decreto legge 21 giugno 2013 n. 69, può operare solo nei rapporti tra impresa ed Ente previdenziale, ossia con riferimento al DURC chiesto dall’impresa e non anche al DURC richiesto dalla stazione appaltante per la verifica della veridicità dell’autodichiarazione resa ai sensi dell’art. 38, comma 1, lettera i) ai fini della partecipazione alla gara d’appalto”. Orbene, con successivo ricorso, il R.T.I. Alfa chiedeva, conseguentemente, la revocazione della suddetta sentenza, ritenendo che la medesima fosse inficiata da errore di fatto, consistente nell’omessa considerazione di una censura dedotta in primo e in secondo grado, chiedendo quindi l’accoglimento dell’appello. In particolare, sosteneva l’impresa ricorrente, il giudice avrebbe del tutto trascurato uno dei motivi di impugnazione, ritenuto invece, dalla ricorrente medesima, decisivo per la soluzione della controversia. Ed invero, prosegue il R.T.I. Alfa, quanto affermato dall’Adunanza Plenaria non esaurirebbe la problematica proposta: il giudice avrebbe infatti trascurato di affrontare la censura, proposta nel ricorso introduttivo e con il secondo motivo dei primi motivi aggiunti, con la quale era stato affermato che la regolarità della posizione della ricorrente e associati in ordine agli adempimenti contributivi non risultava solo dai D.U.R.C. acquisiti prima di formulare la dichiarazione necessaria per partecipare alla procedura, ma anche dai D.U.R.C. rilasciati successivamente alla data di sottoscrizione della propria dichiarazione impegnativa. Proprio questo, in sostanza, costituirebbe errore di fatto consistente nell’omessa lettura e discussione di un motivo di impugnazione, chiedendo quindi la revocazione della sentenza oggetto di gravame. L’Adunanza Plenaria, si anticipa, ha ritenuto invero di dover definire inammissibile il ricorso in questione; prima di analizzare le ragioni di tale decisone, deve essere innanzitutto ricordato che la revocazione, di cui agli artt. 106 e 107 c.p.a., disciplina che, tramite il rinvio contenuto nella prima norma citata, rimanda agli artt. 395 e 396 c.p.c., si suddivide in ordinaria, qualora il ricorso sia proposto avverso una sentenza non ancora passata in giudicato, e straordinaria, nel caso opposto. Nella prima ipotesi, l’evidenza che caratterizza il vizio dedotto, e dunque la sua immediata rilevabilità, non è – e non potrebbe del resto essere altrimenti – considerata preminente rispetto alla forza acquisita da una sentenza ormai passata in giudicato: si tratta in particolare dei motivi costituiti dall’errore di fatto e dalla contrarietà della sentenza rispetto ad altra precedente avente fra le parti autorità di cosa giudicata (art. 395, co. 1, nn. 4 e 5, c.p.c.) Al contrario, i motivi posti alla base della revocazione straordinaria sono connotati da una gravità tale da consentire finanche il travolgimento del giudicato: si tratta del dolo della parte, della falsità della prova, del rinvenimento di documenti decisivi ed infine del dolo del giudice (art. 395, co. 1, nn. 1, 2, 3 e 6). Orbene, focalizzando l’attenzione sul vizio attinente all’errore di fatto, motivo di revocazione dedotto dall’odierna parte ricorrente, va ricordato che, sul punto, i Giudici di Palazzo Spada hanno già da tempo preso posizione in ordine alla perimetrazione dell’errore de quo, ritenendo che il medesimo, per fondare una sentenza evocatoria, debba essere caratterizzato: a) dal derivare da una pura e semplice errata od omessa percezione del contenuto meramente materiale degli atti del giudizio, la quale abbia indotto l’organo giudicante a decidere sulla base di un falso presupposto di fatto, facendo cioè ritenere un fatto documentalmente escluso ovvero inesistente un fatto documentalmente provato; b) dall’attenere ad un punto non controverso e sul quale la decisione non abbia espressamente motivato; c) dall’essere stato un elemento decisivo della decisione da revocare, necessitando perciò un rapporto di causalità tra l’erronea presupposizione e la pronuncia stessa; l’errore deve inoltre apparire con immediatezza ed essere di semplice rilevabilità, senza necessità di argomentazioni induttive o indagini ermeneutiche (Cons. St., Ad. Plen., 24 gennaio 2014, n. 5). Calando il discorso nella fattispecie in esame, si ricorda che la parte ricorrente si doleva dell’errore di fatto compiuto dal Giudice, errore ravvisabile nel non aver considerato tutti i motivi dalla stessa dedotti. Invero, a tal proposito, l’Adunanza Plenaria ha compiuto un ulteriore passo in avanti, precisando che, a dispetto di quanto affermato dal R.T.I. Alfa, non tutta l’argomentazione dalla medesima dedotta a supporto delle proprie convinzioni costituisce motivo di ricorso su cui il Giudice, per rispettare l’obbligo di corrispondere il chiesto al pronunciato, deve decidere. Anzi, è al contrario necessario operare una distinzione fra i motivi di ricorso veri e propri e le relative argomentazioni che dei primi costituiscono il fondamento. La censura, su cui il giudice deve pronunciare, è costituita solo dai primi, poiché le seconde, a ben vedere, non sono in grado né di ampliare né di restringerne la portata, non comportando dunque alcun elemento di novità rispetto alla censura in sé. È per tale ragione che in relazione ad esse non sussiste alcun obbligo di specifica pronuncia. Nel caso in esame, il motivo dedotto dalla ricorrente tende ad affermare che la dichiarazione resa dal partecipante ad una gara pubblica di contenuto conforme a un D.U.R.C. in suo possesso e in corso di validità consente la sua ammissione nonostante la stazione appaltante abbia acquisito d’ufficio un D.U.R.C. negativo; quest’ultimo impone solo la regolarizzazione della posizione contributiva, nei termini che fino a quel momento l’imprenditore legittimamente ignorava. In sostanza, la tesi propugnata dal R.T.U. Alfa si sostanzia nella convinzione che la partecipazione alla gara è legittimata dal D.U.R.C. in suo possesso, sulla cui base viene redatta l’autodichiarazione di regolarità contributiva; di conseguenza, nella logica dell’impugnazione costituisce al massimo un rafforzativo il richiamo alla presenza di D.U.R.C. successivi alla presentazione della domanda di partecipazione al procedimento amministrativo. Motivo per cui, in ultima analisi, quanto dedotto dalla ricorrente in revocazione non costituisce motivo di impugnazione. Queste le ragioni per cui i Giudici di Palazzo Spada hanno ritenuto opportuno affermare che”non costituisce motivo di revocazione per omessa pronuncia il fatto che il giudice, nell’esaminare la domanda di parte, non si sia espressamente pronunciato su tutte le argomentazioni poste dalla parte medesima a sostegno delle proprie conclusioni”, giungendo così, inevitabilmente, alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso.

Testo Sentenza

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Adunanza Plenaria)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 9 di A.P. del 2016, proposto da:
R.G. s.p.a. in persona del legale rappresentante, in proprio e quale mandataria del raggruppamento con Consorzio S.R., rappresentata e difesa dagli avvocati Renato Ferola, Raffaele Ferola, Bianca Luisa Napolitano e Stefano Vinti, con domicilio eletto presso l'avvocato Raffaele Ferola in Roma, corso Vittorio Emanuele II n. 18;
contro
C. s.p.a. in persona del legale rappresentante, rappresentata e difesa dall'avvocato Angelo Clarizia, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Principessa Clotilde n. 2;
C. s.a. in persona del legale rappresentante, rappresentata e difesa dall'avvocato Giovanni Bruno, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Savoia n. 31 Int.2;
nei confronti di
M.G. sr.l., in persona del legale rappresentante, rappresentata e difesa dall'avvocato Angela Ferrara, con domicilio eletto presso l'avvocato Giuseppe Placidi in Roma, via Cosseria n 2
F. s.p.a. in persona del legale rappresentante, rappresentata e difesa dagli avvocati Annalisa Di Giovanni ed Eugenio Picozza, con domicilio eletto presso l'avvocato Eugenio Picozza in Roma, Via di San Basilio n. 61;
C.G. & C. s.r.l. ed E.S. s.r.l. in persona dei rispettivi legali rappresentanti, non costituite in giudizio;
C.L. s.r.l. in persona del legale rappresentante, rappresentata e difesa dall'avvocato Saverio Sticchi Damiani, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, piazza San Lorenzo in Lucina n. 26;
per la revocazione
della sentenza del Consiglio di Stato - Adunanza Plenaria n. 00005/2016, resa tra le parti, concernente affidamento del servizio luce e dei servizi connessi per le pubbliche amministrazioni
Visti il ricorso in revocazione e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio di C. s.p.a. e di C. s.a. e di M.G. s.r.l. e di F. s.p.a. e di C.L. s.r.l.;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Visti gli artt. 74 e 120, co. 10, cod. proc. amm.;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 22 giugno 2016 il consigliere Manfredo Atzeni e uditi per le parti gli avvocati Ferola, Vinti, Bruno, Clarizia che richiede un eventuale dispositivo, Sticchi Damiani, e Angela Ferrara per se e per delega degli avvocati Di Giovanni e di Picozza.;
Svolgimento del processo - Motivi della decisione

1. Con ricorso al Tribunale Amministrativo del Lazio, sede di Roma, rubricato al n. 2832/2015, R.G. s.p.a. in persona del legale rappresentante, in proprio e quale mandataria del raggruppamento con Consorzio S.R., impugnava il provvedimento prot. (...) del 13 gennaio 2015 con il quale C. s.p.a. aveva disposto la sua esclusione dalla gara per l'affidamento del servizio luce e dei servizi connessi per le pubbliche amministrazioni, lotti 5 e 6, nonché il silenzio diniego serbato sull'istanza di autotutela in data 20 gennaio 2015 e ogni altro atto presupposto, connesso e consequenziale.
Con motivi aggiunti estendeva l'impugnazione alla nota prot. (...) del 12 febbraio 2015 con cui C. ha riscontrato l'istanza di autotutela, confermando l'esclusione della ricorrente.
Con ulteriori motivi aggiunti impugnava la nota 24 marzo 2015 prot. (...) con cui C. s.p.a., richiamato il provvedimento di esclusione prot. (...) e le previsioni di cui ai paragrafi 2 e 4.1 del disciplinare di gara, ha escusso le fideiussioni presentate da R.G. s.p.a. in sostituzione delle cauzioni provvisorie prescritte per i lotti 5 e 6 della gara de qua, di importo pari a Euro 1.200.000,00 per il lotto 5 e Euro 870.000,00 per il lotto 6.
La ricorrente riferiva di avere partecipato alla gara indetta da C. s.p.a. con bando in data 19 dicembre 2012 per l'affidamento del servizio luce e dei servizi connessi per le pubbliche amministrazioni, lotti 5 e 6, classificandosi al primo posto.
Al termine del procedimento di verifica della anomalia, con successive note del 30 ottobre 2014 e del 12 novembre 2014 C. ha comunicato che a seguito di verifiche di ufficio sulle dichiarazioni sostitutive rese in gara erano emerse a carico di alcune consorziate esecutrici del mandante Consorzio R.F. le seguenti irregolarità:
- per E.S. S.r.l., la dichiarazione del legale rappresentante A., attestante che "nei confronti dei soggetti di cui all'art. 38, comma i lettere b) e D.Lgs. n. 163 del 2006 e del preposto alla gestione tecnica di cui al D.M. n. 37 del 2008 " non erano stati pronunciati provvedimenti penali definitivi, non era veritiera, in quanto era risultata una sentenza di applicazione della pena su richiesta emessa dal Tribunale Militare per "violazione delle norme sulla obiezione di coscienza" nei confronti del socio al 50% D.L. e una sentenza di applicazione della pena su richiesta di parte, emessa in data 3.8.1992, per il "reato di furto ex art. 624 c.p. " nei confronti del preposto alla gestione tecnica Gargiulo;
- per C.G. S.r.l., il DURC rilasciato a C. il 28.10.2014 per verifica della dichiarazione presentata in data 22.2.2013 era risultato negativo in relazione a "premi assicurativi per gli anni 2012-2013 per un importo di e 23.328,00" dovuti a INAIL e altro "insoluto da quantificare" per contributi INPS;
- per M.G. S.r.l., il DURC rilasciato a C. il 27.10.2014 per verifica della dichiarazione presentata in data 14.2.2013 era risultato negativo per l'importo di Euro 600,00 in relazione a "diffide pagate dopo la data di verifica autodichiarazione ruoli dovuti e inad. Matricola collegata".
Con provvedimento in data 13.01.2015 C., a seguito delle deduzioni difensive della R.G., disponeva l'esclusione del R.T.I. R. sul presupposto della irregolarità dei DURC, ritenendo che l'onere di invitare l'interessato alla regolarizzazione prima di emettere DURC negativo non si applicasse ai DURC rilasciati in sede di verifica delle autodichiarazioni;
quanto alla mancata dichiarazione della condanna per il reato di furto del 1992 del preposto alla gestione tecnica della E.S. S.r.l., ha ritenuto che le dichiarazioni "per quanto a propria conoscenza" valevano solo per gli esponenti sociali non più in carica.
Avverso gli atti in epigrafe R.G. s.p.a. ha quindi proposto il suddetto ricorso deducendo i seguenti motivi:
1) violazione dell' art. 38, co. 1, lett. i), del D.Lgs. n. 163 del 2006 e dell' art. 48 del D.P.R. n. 445 del 2000. Violazione degli artt. 31, co. 8, del D.L. 21 giugno 2013 n. 69 e 7, co. 3 del D.M. 24 ottobre 2007 . Violazione dei principi in materia di esclusione. Eccesso di potere per difetto di motivazione, carenza di istruttoria, falso presupposto. Sviamento.
2) violazione dell'art. 38, co. 1, lett. b) e c) D.Lgs. n. 163 del 2006 . Violazione del disciplinare di gara, par. 2 e all. 1 bis. Violazione dei principi in materia di esclusione. Eccesso di potere per difetto di motivazione, carenza di istruttoria, falso presupposto. Sviamento.
Con nota prot. (...) del 12.2.2015 C. ha riscontrato l'istanza di annullamento in autotutela della esclusione dalla gara presentata dalla ricorrente.
Tale atto è stato impugnato con motivi aggiunti depositati il 19 marzo 2015 in cui si deduce:
1) illegittimità derivata dai provvedimenti impugnati con il ricorso introduttivo;
2) violazione dell' art. 38, co. 1, lett. i), del D.Lgs. n. 163 del 2006 e dell' art. 48 del D.P.R. n. 445 del 2000. Violazione degli artt. 31, co. 8, del D.L. 21 giugno 2013 n. 69 e 7, co. 3, del D.M. 24 ottobre 2007 . Violazione dei principi in materia di esclusione. Eccesso di potere per difetto di motivazione, carenza di istruttoria, falso presupposto. Sviamento;
3) altra violazione dell'art. 38, co. 1, lett. i) e dell' art. 48 D.P.R. n. 445 del 2000. Illegittimità dell'art. 38, co. 1 principium; lett. i); co. 3 D.Lgs. n. 163 del 2006 e 43 D.P.R. n. 445 del 2000 per contrasto con gli artt. 45 dir. 18/2004, 49 e 56 tfue. Eccesso di potere per difetto di motivazione.
4) violazione dell'art. 38, co. 1, lett. b) e c), del D.Lgs. n. 163 del 2006 . Violazione del disciplinare di gara, par. 2 e all. 1 bis e dell' art. 24 del D.P.R. n. 313 del 2002. Violazione dei principi in materia di esclusione. Eccesso di potere per difetto di motivazione, carenza di istruttoria, falso presupposto. Sviamento.
Con nota 24 marzo 2015 prot. (...) C. s.p.a., dopo aver richiamato il provvedimento di esclusione prot. (...) e le previsioni di cui ai paragrafi 2 e 4.1 del disciplinare di gara, ha escusso le fideiussioni presentate dalla ricorrente in sostituzione delle cauzioni provvisorie prescritte per i lotti 5 e 6 della gara de qua, di importo pari a Euro 1.200.000,00 per il lotto 5 e Euro 870.000,00 per il lotto 6.
Tale provvedimento è stato impugnato con motivi aggiunti depositati il 20 aprile 2015, con i quali la ricorrente ha dedotto i seguenti motivi:
1) illegittimità derivata dal provvedimento di esclusione;
2) violazione dell' art. 48 D.Lgs. n. 163 del 2006, dell' art. 3 L. n. 689 del 1981 e dell'art. 25, co. 2, Cost. nonché dei principi generali in materia di sanzioni amministrative. eccesso di potere per difetto di istruttoria e di motivazione, contraddittorietà.
La ricorrente chiedeva quindi l'annullamento dei provvedimenti impugnati.
Con sentenza n. 10310 in data 28 luglio 2015 il Tribunale Amministrativo del Lazio, sede di Roma, Sezione III, accoglieva il ricorso nella sola parte relativa all'escussione delle cauzioni, respingendolo per il resto.
2. Avverso la predetta sentenza R.G. s.p.a. proponeva ricorso in appello a questo Consiglio di Stato, (rubricato al n. 7396/2015) contestando gli argomenti, presupposto della decisione, e chiedendo la sua riforma e l'accoglimento dell'impugnazione proposta in primo grado.
Avverso la stessa sentenza proponeva appello incidentale C. s.p.a. chiedendo la sua riforma nella parte relativa all'escussione delle garanzie.
Con ordinanza n. 4540 in data 29 settembre 2015 la Quarta Sezione del Consiglio di Stato rimetteva l'affare all'Adunanza Plenaria.
L'Adunanza Plenaria con sentenza 29 febbraio 2016, n. 5, respingeva l'appello principale e accoglieva l'appello incidentale affermando, per quanto ora interessa, il seguente principio di diritto:
"Anche dopo l'entrata in vigore dell' art. 31, comma 8, del D.L. 21 giugno 2013, n. 69, (Disposizioni urgenti per il rilancio dell'economia), convertito con modificazioni dalla L. 9 agosto 2013, n. 98 , non sono consentite regolarizzazioni postume della posizione previdenziale, dovendo l'impresa deve essere in regola con l'assolvimento degli obblighi previdenziali ed assistenziali fin dalla presentazione dell'offerta e conservare tale stato per tutta la durata della procedura di aggiudicazione e del rapporto con la stazione appaltante, restando dunque irrilevante, un eventuale adempimento tardivo dell'obbligazione contributiva. L'istituto dell'invito alla regolarizzazione (il c.d. preavviso di DURC negativo), già previsto dall' art. 7, comma 3, del D.M. 24 ottobre 2007 e ora recepito a livello legislativo dall' art. 31, comma 8, del D.L. 21 giugno 2013, n. 69, può operare solo nei rapporti tra impresa ed Ente previdenziale, ossia con riferimento al DURC chiesto dall'impresa e non anche al DURC richiesto dalla stazione appaltante per la verifica della veridicità dell'autodichiarazione resa ai sensi dell'art. 38, comma 1, lettera i) ai fini della partecipazione alla gara d'appalto".
3. Con ricorso rubricato al n. 2707/2016 R.G. s.p.a. chiede la revocazione della suddetta sentenza, sostenendo essere questa inficiata da errore di fatto, consistente nell'omessa considerazione di una censura dedotta in primo e in secondo grado, chiedendo quindi l'accoglimento dell'appello.
Si è costituita C. s.p.a. chiedendo la declaratoria dell'inammissibilità ovvero il rigetto dell'appello.
Analoghe conclusioni sono state formulate da C. s.a. e da C.L..
M.D. Group s,r,l, e F. s.p.a. si sono costiuite in giudizio chiedendo l'accoglimento del ricorso.
Le parti hanno scambiato memorie e repliche.
La causa è stata assunta in decisione alla pubblica udienza del 22 giugno 2016.
4. La ricorrente sostiene che la sentenza indicata in epigrafe è inficiata da errore revocatorio in quanto il giudice ha del tutto trascurato uno dei motivi di impugnazione, ritenuto decisivo per la soluzione della controversia, in tal modo dimostrando di non avere esattamente percepito il contenuto dell'impugnazione proposta.
Come si ricava dalla pregressa narrativa, la ricorrente è stata esclusa dalla procedura di cui si tratta in quanto la sua dichiarazione circa la regolarità contributiva propria e degli associati nonostante fosse conforme ai DURC in suo possesso è stata smentita dal DURC acquisito d'ufficio dall'Amministrazione in sede di verifica della medesima dichiarazione.
Nell'esaminare tale problematica l'Adunanza Plenaria ha espresso il principio di diritto sopra riportato.
Secondo la ricorrente quanto affermato dall'Adunanza Plenaria non esaurisce la problematica proposta.
Il giudice avrebbe infatti trascurato di affrontare la censura, proposta nel ricorso introduttivo e con il secondo motivo dei primi motivi aggiunti, con la quale era stato affermato che la regolarità della posizione della ricorrente e associati in ordine agli adempimenti contributivi non risultava solo dai DURC acquisiti prima di formulare la dichiarazione necessaria per partecipare alla procedura; la ricorrente aveva sottolineato come la regolarità contributiva era attestata anche da DURC rilasciati successivamente alla data di sottoscrizione della propria dichiarazione impegnativa.
La ricorrente afferma che ciò costituisce errore di fatto consistente nell'omessa lettura e discussione di un motivo di impugnazione, chiedendo quindi la revocazione della sentenza in epigrafe; sostiene inoltre che l'argomentazione proposta doveva portare all'affermazione di un diverso principio di diritto, e all'accoglimento del gravame.
Tale impostazione non può essere condivisa.
Deve in primo luogo essere rilevato che non tutta l'illustrazione svolta dal ricorrente in un giudizio di impugnazione costituisce motivo di ricorso.
Occorre, infatti, distinguere tra motivo di ricorso e argomentazione a ciascuno dei motivi sostegno del medesimo.
Il motivo di ricorso, infatti, delimita e identificala domanda spiegata nei confronti del giudice, e in relazione al motivo si pone l'obbligo di corrispondere, in positivo o in negativo, tra chiesto e pronunciato, nel senso che il giudice deve pronunciarsi su ciascuno dei motivi e non soltanto su alcuni di essi.
A sostegno del motivo - che identifica la domanda prospettata di fronte al giudice - la parte può addurre, poi, un complesso di argomentazioni, volta a illustrare le diverse censure, ma che non sono idonee, di per se stesse, ad ampliare o restringere la censura, e con essa la domanda.
Rispetto a tali argomentazioni non sussiste un obbligo di specifica pronunzia da parte del giudice, il quale è tenuto a motivare la decisione assunta esclusivamente con riferimento ai motivi di ricorso come sopra identificati.
Nel caso che ora occupa il motivo dedotto dalla odierna ricorrente mira alla affermazione secondo la quale la dichiarazione resa dal partecipante a una gara pubblica di contenuto conforme a un DURC in suo possesso e in corso di validità consente la sua ammissione nonostante la stazione appaltante abbia acquisito d'ufficio un DURC negativo; quest'ultimo impone solo la regolarizzazione della posizione contributiva, nei termini che fino a quel momento l'imprenditore legittimamente ignorava.
Nella logica di tale doglianza è irrilevante il fatto che il DURC in possesso dell'imprenditore sia confermato da un DURC successivo: la tesi del ricorrente è che la partecipazione alla gara è legittimata dal DURC in suo possesso, sulla cui base viene redatta l'autodichiarazione di regolarità contributiva; di conseguenza, nella logica dell'impugnazione costituisce al massimo un rafforzativo il richiamo alla presenza di DURC successivi alla presentazione della domanda di partecipazione al procedimento amministrativo.
Non può quindi essere affermato che quanto evidenziato dalla ricorrente in revocazione costituisca motivo di impugnazione.
Considerazioni connesse con quelle fino a ora svolte impongono poi di affermare che l'omessa esame dell'argomentazione richiamata dalla ricorrente non ha influito sulla decisione della controversia.
Il principio di diritto enunciato afferma univocamente che l'accertamento della regolarità contributiva del partecipante alla gara deve essere svolto sulla base del DURC richiesto d'ufficio dall'Amministrazione in sede di verifica delle autodichiarazioni, mentre non rilevano le risultanze dei DURC richiesti dall'impresa.
E' evidente che il principio è applicabile tanto se il DURC è stato ottenuto prima della sottoscrizione dell'autodichiarazione quanto, e anzi a maggior ragione, se il DURC è stato rilasciato successivamente.
In entrambi i casi, infatti, il documento non consente di superare quanto risulta dal DURC acquisito d'ufficio.
5. In conclusione l'Adunanza Plenaria enuncia il seguente principio di diritto: "non costituisce motivo di revocazione per omessa pronuncia il fatto che il giudice, nell'esaminare la domanda di parte, non si sia espressamente pronunciato su tutte le argomentazioni poste dalla parte medesima a sostegno delle proprie conclusioni".
In relazione al caso di specie deve essere affermato che la sentenza di cui si chiede la revocazione non ha affatto omesso l'esame di un motivo di ricorso, e che gli argomenti, rafforzativi del motivo di impugnazione dedotto, ai quali fa riferimento il ricorrente non sono decisivi per orientare diversamente il giudice.
Il ricorso in revocazione deve quindi essere dichiarato inammissibile.
In ragione della parziale novità e complessità delle questioni trattate le spese devono per metà essere compensate fra le parti costituite; per la restante metà devono essere poste a carico della ricorrente in favore delle parti resistenti, nella misura liquidata in dispositivo; spese compensate nei confronti delle intervenienti "ad adiuvandum".
P.Q.M.

il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Adunanza Plenaria) definitivamente pronunciando sul ricorso in revocazione n. 2707/2016, come in epigrafe proposto, lo dichiara inammissibile.
Per metà compensa integralmente spese e onorari del giudizio fra le parti; per la restante parte, condanna la ricorrente in revocazione alla rifusione di spese e onorari del giudizio in favore di C. s.p.a., C. S.A., C.L. s.r.l., liquidandole in complessivi Euro 6.000,00 (seimila/00) oltre agli accessori di legge in favore di ciascuna delle suddette Società; spese integralmente compensate nei confronti delle intervenienti "ad adjuvandum" M.G. s.r.l. e F. s.p.a.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 22 giugno 2016 con l'intervento dei magistrati:
Alessandro Pajno, Presidente
Filippo Patroni Griffi, Presidente
Sergio Santoro, Presidente
Giuseppe Severini, Presidente
Luigi Maruotti, Presidente
Carlo Deodato, Consigliere
Nicola Russo, Consigliere
Sandro Aureli, Consigliere
Roberto Giovagnoli, Consigliere
Manfredo Atzeni, Consigliere, Estensore
Raffaele Greco, Consigliere
Claudio Contessa, Consigliere
Giulio Castriota Scanderbeg, Consigliere






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