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Articolo di Dottrina



L'OTTEMPERANZA DI SENTENZE DEL GIUDICE ORDINARIO



L’esecuzione del giudicato di pronunce del giudice ordinario contenenti una condanna generica

Viviano Rascio

Con la decisione in commento, i Giudici di Palazzo Spada si allineano all’orientamento prevalente (e tendenzialmente unico) in giurisprudenza, concernente la possibilità che il giudice amministrativo, adito in sede di ottemperanza, possa o meno dare esecuzione ad una sentenza di condanna generica pronunciata dal giudice ordinario. Orbene, la conclusione del Consiglio è la medesima che nel corso del tempo ha sposato anche la Corte di Cassazione: una simile ottemperanza non è attuabile poiché “la sentenza con la quale il giudice abbia dichiarato il diritto del lavoratore o dell’assicurato a ottenere spettanze retributive o pensionistiche e abbia condannato il datore di lavoro o l’ente previdenziale al pagamento dei relativi arretrati “nei modi e nella misura di legge” oppure “con la decorrenza di legge”, senza precisare in termini monetari l’ammontare del credito complessivo già scaduto o quello dei singoli ratei già maturati, deve essere definita generica e non costituisce valido titolo esecutivo (per difetto del requisito di liquidità del diritto portato dal titolo esecutivo ex art. 474 c.p.c.), (...) non potendo il creditore in tal caso agire in executivis, ma dovendo esso richiedere la liquidazione in un distinto successivo giudizio dinnanzi al giudice munito di giurisdizione” (ex plurimis, Cons. St., Sez. VI, 21 dicembre 2011 n. 6773). Tanto premesso, val la pena brevemente ricordare che la sentenza in epigrafe trae origine dalle doglianze espresse innanzi al T.A.R. Lazio di alcuni medici che chiedevano l’esecuzione del giudicato formatosi sulla sentenza della Corte di Appello di Roma, con la quale era stato dichiarato il loro diritto alla rideterminazione triennale delle borse di studio e che al contempo condannava, da un lato, l’Università degli Studi di Roma al pagamento delle relative somme e, dall’altro, il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (M.I.U.R.) al risarcimento dei danni da liquidarsi nella misura della differenza, per ciascuno degli anni accademici, tra il trattamento percepito e quello dovuto in base alla vigente normativa. Il giudice di prime cure, tuttavia, respingeva il ricorso, dichiarandolo inammissibile: invero, mentre la citata sentenza della Corte di Appello passava in giudicato nei confronti del M.I.U.R., la medesima era stata invece impugnata con ricorso in Cassazione da parte dell’Università degli Studi di Roma, motivo per cui il giudice di prime di cure giungeva ad affermare che “la condanna nei confronti del M.I.U.R. è stata testualmente disposta... ai fini del risarcimento dei danni da liquidarsi nella misura della differenza di quanto dovuto da parte dell’Università degli Studi di Roma e quello dovuto in base ai D.P.C.M. indicati e che, peraltro, il calcolo delle predette ultime somme non è da effettuarsi in applicazione di precisi criteri ed elementi indicati in sentenza, tanto è vero che i predetti criteri sono stati elaborati da parte dei ricorrenti, ne consegue che il mancato passaggio in giudicato della richiamata sentenza nella parte indicata preclude l’azionabilità in questa sede del giudizio di ottemperanza ai sensi dell’articolo 112 c.p.a., con la sua conseguente inammissibilità” (T.A.R. Lazio, Roma, Sez. III‐ bis, 2 luglio 2015, n. 8825). La questione giungeva così all’attenzione del Consiglio di Stato, gli appellanti ritenendo che il calcolo delle somme non sarebbe da effettuarsi in applicazione di precisi criteri ed elementi indicati in sentenza, in quanto i conteggi delle somme dovute, effettuati dal consulente tecnico di parte, si baserebbero sulla semplice applicazione di precisi criteri dettati dalla sentenza della Corte d’Appello, che a sua volta rinvia e si fonda su precisi criteri di legge: secondo gli appellanti, l’Amministrazione, o nell’ipotesi un commissario ad acta, sarebbero perfettamente in grado di effettuare la liquidazione, che deriva dall’applicazione di parametri di legge e regole tecnico/aritmetiche, senza spazio alcuno per apprezzamenti discrezionali. Orbene, prima di giungere alle conclusioni del Consiglio di Stato, è bene sottolineare il ruolo e l’importanza del giudizio di ottemperanza, soprattutto al fine di comprendere il rapporto con il giudizio ordinario, che, si anticipa, si pone sostanzialmente in termini di cumulabilità rispetto all’azione esecutiva disciplinata dal Codice di procedura civile: la giurisprudenza in tema è da sempre concorde circa la possibilità di cumulare le due azioni sulla scorta dalla totale separazione dei rimedi de quibus (così, già Cons. St., Ad. Plen., 9 marzo 1973, n. 1). Disciplinato prima dall’art. 27, n. 4, R.D. 26 giugno 1924, n. 1054 (Testo Unico delle leggi sul Consiglio di Stato), il giudizio di ottemperanza invero era stato ideato per la sola ipotesi dell’esecuzione delle sentenze del giudice ordinario da parte del giudice amministrativo: quest’ultimo infatti, in ragione del divieto di cui all’art. 4, co. 2, L.A.C., non avrebbe potuto né annullare gli atti amministrativi né tantomeno condannare ad un facere la Pubblica Amministrazione. Sulla scorta di un orientamento formatosi in seno alla giurisprudenza, che reputava necessaria un’estensione dell’ambito applicativo del ricorso – art. 37, l. 6 dicembre 1971, n. 1024 (L. T.A.R.), il ricorso al giudizio di ottemperanza veniva poi esteso anche alle sentenze del giudice amministrativo, come conferma oggi l’art. 112 c.p.a., codice che attualmente disciplina lo strumento de quo, avendo abrogato le disposizioni della legge istitutiva dei Tribunali amministrativi regionali. Si tratta, dunque, di uno strumento volto ad ottenere l’esecuzione di una sentenza, di matrice sia amministrativa che civile, pronunciata nei confronti di un’amministrazione, sulla quale grava dunque l’obbligo di conformarsi. Non a caso, la ratio del giudizio de quo, soprattutto in considerazione del fatto che il medesimo si inserisce, quale species, nel più vasto genus dei giudizi di esecuzione, è ravvisabile nell’avvertita necessità di disporre un mezzo che sia in grado di favorire concretamente l’attuazione di una sentenza passata in giudicato: lo scopo è dunque quello di far ottenere al privato, anche in caso di inerzia dell’amministrazione, quell’utilità, o comunque in senso ampio quel bene della vita, riconosciuta in suo favore in via giurisdizionale, o in via diretta o tramite la nomina di un commissario ad acta che provveda in luogo dell’amministrazione a soddisfare il ricorrente. Corollario della ratio evidenziata, è la costruzione del rito di ottemperanza in termini di ipotesi di giurisdizione amministrativa estesa al merito della controversia; si tratta, per vero, dell’ipotesi più importante di giurisdizione estesa al merito, sia considerando il momento storico in cui veniva per la prima volta disciplinata (non va dimenticato, infatti, che, almeno in un primo momento, il giudice amministrativo poteva scrutinare solo la legittimità dell’atto) sia considerando che anche oggi, qualora il legislatore optasse per estendere la cognizione del giudice amministrativo anche al merito della questione sottoposta al suo vaglio, dovrebbe espressamente prevederlo, non essendo prevista una giurisdizione di tal fatta in via generale. Riprendendo le parole dei Giudici di Palazzo Spada, può affermarsi che “funzione tipica ed essenziale del giudizio di ottemperanza è quella di adeguare la realtà giuridica e materiale al giudicato. Per suo mezzo il Giudice accerta la violazione da parte dell’Amministrazione dell’obbligo di conformarsi alla pronuncia giurisdizionale e dispone le misure necessarie a realizzare gli stessi effetti che deriverebbero dall’adempimento di quell’obbligo. Quando è la medesima sentenza a realizzare come effetto suo proprio l’adeguamento della realtà sopra menzionato, cosicché non v’è necessità di alcuna ulteriore attività amministrativa per rendere attuale il deciso, non può darsi ingresso ad un giudizio che l’ordinamento appresta a quel fine esclusivo. Ne mancherebbe, invero, il presupposto essenziale costituito dalla difformità tra realtà e giudicato” (ex multis, Cons. St., Sez. III, 14 gennaio 2013, n. 130). Nell’ambito del Codice del processo amministrativo, come si avrà modo di vedere, il legislatore ha condensato l’intera regolamentazione del giudizio di ottemperanza, il cui ricorso oggi è proponibile, ai sensi degli artt. 59 e 112, nell’ipotesi in cui, rispettivamente, la Pubblica Amministrazione non ottemperi in tutto o in parte alle misure cautelari concesse ovvero non abbia dato attuazione alle sentenze passate in giudicato, alle sentenze esecutive e agli altri provvedimenti esecutivi del giudice amministrativo o alle sentenze passate in giudicato e agli altri provvedimenti ad esse equiparati del giudice ordinario. Un accenno merita poi la querelle sorta in relazione alla natura giuridica del giudizio de quo, se il medesimo possa, cioè, essere definito quale giudizio esecutivo ovvero in termini di giudizio di cognizione. E si tratta di una questione certo non meramente teorica, derivando dalla sua definizione l’ampiezza dei poteri da riconoscere in concreto al giudice amministrativo. Orbene, secondo un primo indirizzo, ad oggi minoritario, il giudizio di ottemperanza avrebbe natura di processo esecutivo: il giudice deve esercitare l’obbligo di esecuzione gravante sulla Pubblica Amministrazione derivante dal giudicato. L’attribuzione alla giurisdizione di merito troverebbe, dunque, la sua giustificazione nella necessità di consentire al giudice la possibilità di esercitare i poteri sostitutivi rispetto all’amministrazione inadempiente ed inerte, conclusione che trovava conforto nell’art. 88, R.D. 17 agosto 1907, n. 642, per il quale “l’esecuzione delle decisioni si fa in via amministrativa, eccetto che per la parte relativa alle spese”. Per diverso orientamento, il giudizio di ottemperanza avrebbe invece natura cognitoria: a supporto di simile conclusione il rilievo per cui l’essere costruito in termini di ipotesi più importante di giudizio di merito, nonché la possibilità che il giudice stesso si sostituisca all’amministrazione inadempiente nell’individuazione dei provvedimenti indispensabili per l’attuazione del giudicato, sono entrambi aspetti che non possono che dirimere la questione in tal senso. Tuttavia, la tesi maggioritaria, per vero da tempo, in giurisprudenza ritiene che il giudizio di ottemperanza vada qualificato in termini di giudizio di natura mista, comprendente caratteri propri sia dell’esecuzione che della cognizione. Natura mista che, per altro, andrebbe specificata in relazione al giudicato che le ha dato inizio: in tal senso, un conto sarebbe la richiesta di esecuzione di un provvedimento del Giudice ordinario ed altra cosa sarebbe la richiesta di ottemperanza di una sentenza del giudice amministrativo. Qualora infatti oggetto del giudizio fosse un giudicato civile, l’ottemperanza dovrebbe necessariamente avere carattere cognitorio e solo eventualmente esecutorio: il giudice amministrativo è chiamato sostanzialmente a verificare ed assicurare che il provvedimento del giudice ordinario, quale che ne sia il contenuto, abbia esecuzione ad opera della Pubblica Amministrazione, prendendo avvio solo ove ciò non avvenga la fase esecutiva del giudizio. Al contrario, nell’ipotesi in cui il giudizio di ottemperanza abbia ad oggetto una sentenza del giudice amministrativo, il rito dovrebbe essere qualificato come necessariamente esecutivo e solo eventualmente di natura cognitoria, essendoci già stato un accertamento del diritto/interesse del privato: residua così solo la fase di attuazione della pronuncia e la valutazione dell’effettiva conformità al vincolo imposto è, appunto, solo eventuale. Sulla questione, di recente, si è pronunciata l’Adunanza Plenaria, secondo la quale “l’esame della disciplina processuale dell’ottemperanza, di cui agli artt. 112 ss. c.p.a. (ai quali occorre doverosamente aggiungere l’art. 31, comma 4), porta ad affermare la attuale polisemicità del “giudizio” e dell’ “azione di ottemperanza”, dato che, sotto tale unica definizione, si raccolgono azioni diverse, talune meramente esecutive, altre di chiara natura cognitoria, il cui comune denominatore è rappresentato dall’esistenza, quale presupposto, di una sentenza passata in giudicato, e la cui comune giustificazione è rappresentata dal dare concretezza al diritto alla tutela giurisdizionale, tutelato dall’art. 24 Cost.. Di conseguenza il giudice dell’ottemperanza, come identificato per il tramite dell’art. 113 c.p.a., deve essere attualmente considerato come il giudice naturale della conformazione dell’attività amministrativa successiva al giudicato e delle obbligazioni che da quel giudicato discendono o che in esso trovano il proprio presupposto” (Cons. St., Ad. Plen., 15 gennaio 2013, n. 2). Tanto premesso, giungendo all’esame del caso de quo, va innanzitutto ricordato che la giurisprudenza non è sempre stata concorde nell’ammettere l’esauribilità del rito dell’ottemperanza nell’ipotesi di esecuzione nei confronti della Pubblica Amministrazione di condanne pecuniarie emesse dal giudice ordinario. Non a caso, per un primo, e a onor del vero minoritario orientamento, il rimedio dell’ottemperanza non sarebbe stato azionabile, essendo questo ammissibile solo in relazione alle pronunce dichiarative dell’illegittimità di un provvedimento amministrativo: rispetto ad una sentenza di condanna della Pubblica Amministrazione al pagamento di una somma di danaro, il giudice amministrativo non disporrebbe infatti di alcun potere discrezionale, venendo così a mancare la possibilità che il medesimo si sostituisca all’amministrazione nell’esercizio dei relativi poteri discrezionali (ex plurimis, Cass., Sez. Un., 13 luglio 1979, n. 4071). A mente di un secondo ed oggi senza dubbio maggioritario orientamento, al contrario, il giudizio di ottemperanza sarebbe ben azionabile anche per l’esecuzione di sentenze di condanna dell’amministrazione ad una somma di danaro: in effetti, l’esecuzione in questione, si è fatto notare, non inciderebbe, invadendola, sulla sfera dei poteri discrezionali dell’amministrazione, poiché si tratterebbe, a ben vedere, di dare esecuzione, sì, ad un facere, ma di natura vincolata, così come definito dalla sentenza di condanna (in termini, già Cons. St., Ad. Plen., 9 marzo 1973, n. 1). Ammessa dunque la possibilità di esperire il rito dell’ottemperanza al fine di chiedere l’esecuzione di una condanna pecuniaria emessa dal giudice ordinario nei confronti della Pubblica Amministrazione, l’attenzione deve spostarsi sulla tipologia di condanna che a tale esecuzione può dar luogo. Ed invero proprio a tal proposito, la sentenza in epigrafe rimarca ancora una volta che, posta tale possibilità, ad essa non può procedersi qualora la sentenza si qualifichi in termini di condanna generica: “la domanda di esecuzione davanti al giudice amministrativo di una condanna generica, relativa cioè al pagamento di una somma non determinata nel suo ammontare e non determinabile in modo pacifico, risulta inammissibile, trattandosi di sentenza che non costituisce valido titolo esecutivo. Deve, infatti, ritenersi precluso al giudice amministrativo, investito dell’ottemperanza, effettuare nuove valutazioni in fatto e in diritto su questioni che non sono state specificamente dedotte o trattate nel giudizio definito con la sentenza del giudice civile da ottemperare, la cui cognizione, nel caso di perdurante contrasto fra le parti, spetta al giudice ordinario”. Cionondimeno, in accoglimento di un orientamento pur sempre di segno negativo ma più moderato – sostenuto dalla Corte di Cassazione, i Giudici di Palazzo Spada affermano che “la sentenza di condanna, che non contenga la determinazione della somma dovuta, costituisce titolo esecutivo a condizione che dal complesso di informazioni rinvenibili nel dispositivo e nella motivazione, anche mediante l’integrazione con elementi certi perché acquisiti agli atti o riguardanti dati ufficiali, possa procedersi alla quantificazione con un’operazione meramente matematica” (già, Cass. Civ., Sez. Lav., 17 aprile 2009, n. 9245).

TESTO SENTENZA

Consiglio di Stato, sez. VI, 13/05/2016, (ud. 20/04/2016, dep.13/05/2016), n. 1952

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 9432 del 2015, proposto da:
m. An., Am. Cl., Am. Fi. Ma., An. Ca., Ar. Fi., Ar. Lu., As. Ad.,
Au. Fe., Ba. Fr., Ba. Fi., Ba. Ur., Ba. Da., Be. Em., Be. Cr., Be.
An., Be. Li., Bi. AAl., Bi. Li. Ng., Bi. Fr., Bi. Gi., Bo. Gi., Bo.
In., Br. Al., Br. Ka., Br. Fr., Bu. Fe., Ca. An., Ca. Cl., Ca. El.,
Ca. Ce., Ca. Al., Ca. Sa., Ca. Fr. Ro., Ca. Ro., Ca. An., Ca. Lu.,
Ca. Cl., Ca. Ma., Ca. Ma., Ca. Si., Ca. Te., Ca. Di., Ca. Ca., Ca.
Ma., Ca. Ch., Ce. Mi., Ce. Em., Ce. Ma., Ch. Em., Ch. Lo., Ci. Ma.,
Ci. El., Ci. Is., Ci. Ma., Ci. Ro., Co. Li., Co. El., Co. Al., Co.
An., Co. An., Co. So., Co. Ca., Co. Em., Co. Se., Co. Gi., Cu. Gi.,
Cu. Ma. Ro., Da. Ma., D'A. Ma. Ro., De Ca. Lu., De Fr. Gi. Pa., Del
Ga. Ra., De Ma. Ro., De Ma. Gu. Ma., De Ma. Fr., De Ni. Ma. Ch., De
Sa. An., De St. Ma., Di Ba. Cl., Di Ca. St., Di Fo. Co., Di Gi. An.,
Di La. Ma. Ch., Di Li. Al., Di Ma. Va., Di. Sa., Di Ve. Fa., D'O. Fu.
Pa., Du. Ca., Ev. Sa., Fa. Ma. Ag., Fa. Pa., Fa. Fe., Fa. Gl. Pa.,
Fa. Sp. Fe., Fa. Fr., Fe. Ed., Fe. Ro., Fe. Al. Ma., Fi. Le., Fi.
Er., Fi. Ve., Fi. Gi., Fo. Mi., Fo. An., Fo. Br. Ri., Fo. Ni., Fr.
Si., Fr. Si., Fr. Lu., Fr. Ma., Fr. Im. Ti., Fr. Di. Fr., Ga. La.,
Ga. Se., Ga. Al., Ge. Do., Gi. La., Gi. Cr., Gi. An., Gi. Va., Gi.
Ra., Gi. Si., Gi. Fr., Gi. Pa., Gi. Ma. Cr., Gr. Ro., Gr. Va., Gr.
Fr., Gr. Pi. Lu., Gu. Sa., Ha. Ka. Ya., Ia. Fr., Ia. Ma., Ie. To.,
Io. Fr., Io. Mi., La. Ka., La. Gu., La Pi. Ma., La. An., La To. Ma.,
La To. Va., La. Ma. Ad., La. An., Le. Lo., Li. Gi., Li. Ro., Li. Ma.,
Lo. En., Lo. Gi., Lu. Ga., Lu. Ba., Lu. Fa., Lu. Al. Ma., Lu. Al.,
Ma. An., Ma. Em., Ma. Ma. Gr., Ma. An., Ma. Cr., Ma. An., Ma. Al.,
Ma. Al., Ma. Va., Ma. Ma., Me. Fr., Me. An., Me. An., Me. Il., Me.
Lu., Me. Al., Mi. Gi. Az., Mi. Mo., Mi. Fi., Mo. An., Mo. Ma. Ro.,
Mo. Ma., Mo. Ar., Mu. Mo., Mu. Da., Na. Mi., Na. An., No. Co., Nu.
Ma. Ma., Or. An., Or. Ma., Pa. Vi., Pa. Si., Pa. Mi., Pa. La., Pa.
Al., Pa. Sa., Pa. Do., Pa. Gi., Pa. Vi., Pa. Ag., Pe. Fe., Pe. Pi.,
Pe. An., Pi. Em., Pi. Ma., Pi. Be., Pi. Ni., Po. Pa. Em., Po. Ch.,
Po. Da., Pr. Pa., Pr. St., Pr. Em., Pu. Yu. Ma., Pu. Ma., Ra. An.,
Ra. Cr., Ra. Ca., Re. Ag., Re. Ma., Re. Al., Re. Si., Ri. Se., Ri.
Lo., Ri. Ka., Ri. Ro. Sa., Ro. An., Ro. Em., Ro. Ro., Ro. An., Ro.
St., Ru. Ba., Ru. An. La., Sa. Cr., Sa. Ma., Sa. Se., Sc. Ra., Sc.
Il., Sc. Fr., Sc. La., Se. Si., Se. Pi., Se. Ma., Se. Do., Se. Ma.,
Si. Io., Si. Ca., Si. Ma., Sp. Fa., Sp. Gi. Pa., St. Si., Ta. Fl.,
Ta. Ma., Ta. Ma., Ta. Fr., Te. Ma. Ch., To. Ma. Te., To. Fe., To.
Ga., To. Ma., To. Fa., To. Gi., To. Ch., Tr. Le., Tr. Si., Tu. Ma.,
Va. St., Va. Va., Va. Ve., Va. Be., Va. Ti., Vi. Al., Vi. Gi., Vi.
An. e Vi. Am., rappresentati e difesi dall'avv. Nunzio Pinelli, con
domicilio eletto in Roma, Via Crescenzio, n. 25;
contro
Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca, in persona
del Ministro p.t., rappresentato e difeso per legge dall'Avvocatura
Generale dello Stato, domiciliata in Roma, Via dei Portoghesi, n. 12;
Università degli Studi di Roma La Sapienza, in persona del legale
rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall'avv. Luigi
Napolitano, con domicilio eletto in Roma, Via Sicilia, n. 50;
per la riforma:
della sentenza del T.A.R. per il Lazio, Sede di Roma, Sezione III
Bis, n. 8825 del 2 luglio 2015, resa tra le parti, concernente
l'esecuzione della sentenza n. 1628 del 28 febbraio 2014 della Corte
di Appello di Roma, Sezione lavoro.
Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero
dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca e della Università
degli Studi di Roma La Sapienza;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 10 marzo 2016 il Cons.
Dante D'Alessio e uditi per le parti gli avvocati Schiavone, per
delega di Pinelli, Napolitano e l'avvocato dello Stato Palmieri;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

Fatto
FATTO e DIRITTO
1.- Gli appellanti medici hanno chiesto al T.A.R. per il Lazio l'esecuzione del giudicato formatosi sulla sentenza della Corte di Appello di Roma - Sezione lavoro, n. 1628 del 28 febbraio 2014, con la quale è stato dichiarato il loro diritto alla rideterminazione triennale delle borse di studio percepite successivamente al 22 settembre 2004, parametrata all'incremento del trattamento economico previsto dal C.C.N.L. dei medici del S.S.N., con la condanna dell'Università degli Studi di Roma La Sapienza al pagamento delle relative somme e con la condanna del Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca (M.I.U.R.) al risarcimento dei danni da liquidarsi nella misura della differenza, per ciascuno degli anni accademici sino al 2006/2007, tra il trattamento percepito, incrementato della rideterminazione triennale, e quello dovuto in base ai D.P.C.M. 7 marzo, 6 luglio e 2 novembre 2007, oltre agli interessi legali dal 23 febbraio 2009 al saldo.
2.- Il T.A.R. per il Lazio, Sede di Roma, Sezione III Bis, con sentenza n. 8825 del 2 luglio 2015, ha dichiarato il ricorso inammissibile.
Dopo aver evidenziato che la predetta sentenza della Corte di Appello di Roma è stata impugnata con ricorso in Cassazione da parte dell'Università degli Studi di Roma La Sapienza (il 19 maggio 2014) mentre è passata in giudicato nei confronti del M.I.U.R., il T.A.R. ha, infatti, ritenuto che "la condanna nei confronti del M.I.U.R. è stata testualmente disposta ... ai fini del risarcimento dei danni da liquidarsi nella misura della differenza di quanto dovuto da parte dell'Università degli Studi di Roma La Sapienza e quello dovuto in base ai D.P.C.M. indicati e che, peraltro, il calcolo delle predette ultime somme non è da effettuarsi in applicazione di precisi criteri ed elementi indicati in sentenza, tanto è vero che i predetti criteri sono stati elaborati da parte dei ricorrenti, ne consegue che il mancato passaggio in giudicato della richiamata sentenza nella parte indicata preclude l'azionabilità in questa sede del giudizio di ottemperanza ai sensi dell' articolo 112 c.p. a., con la sua conseguente inammissibilità".
3.- Gli appellanti hanno impugnato la citata sentenza del T.A.R. per il Lazio ritenendola erronea sotto diversi profili.
3.1.- Dopo aver evidenziato che i due capi della sentenza della Corte d'Appello di Roma sono "del tutto scollegati e distinti, sia sotto il profilo formale che sostanziale", gli appellanti hanno sostenuto che il parametro differenziale sussiste, nella predetta sentenza, non in relazione a quanto dovuto dall'Università degli Studi di Roma La Sapienza ma tra il trattamento da loro percepito, incrementato della rideterminazione triennale, e quello dovuto in base ai D.P.C.M. 7 marzo, 6 luglio e 2 novembre 2007. Con la conseguenza che il M.I.U.R. deve ritenersi obbligato a conformarsi al giudicato che non può ritenersi sospeso in attesa che altri capi della sentenza, che non riguardano il Ministero, passino in giudicato.
Gli appellanti hanno quindi formalmente rinunciato alla esecuzione del capo della sentenza della Corte d'Appello di Roma emessa nei confronti dell'Università degli Studi di Roma La Sapienza e riguardante il riconoscimento e la rideterminazione triennale del loro trattamento economico.
3.2.- Gli appellanti hanno poi sostenuto l'erroneità della impugnata sentenza del T.A.R. per il Lazio anche per aver affermato che "il calcolo delle predette ultime somme non è da effettuarsi in applicazione di precisi criteri ed elementi indicati in sentenza", in quanto i conteggi delle somme dovute, effettuati dal consulente tecnico di parte, si basano sull'applicazione di precisi criteri dettati dalla sentenza della Corte d'Appello che rinvia e si fonda su precisi criteri di legge. Con la conseguenza che l'Amministrazione (o un commissario ad acta) sono in grado di effettuare la liquidazione, che deriva dall'applicazione di parametri di legge e regole tecnico/aritmetiche, senza spazio alcuno per apprezzamenti discrezionali.
3.3.- Gli appellanti hanno quindi chiesto la nomina, ove occorra, di un CTU che liquidi le somme da corrispondere a ciascun medico in funzione differenziale tra quanto percepito, incrementato della rideterminazione triennale, e quanto dovuto in base ai D.P.C.M. 7 marzo, 6 luglio e 2 novembre 2007, ed hanno indicato le modalità secondo le quali deve essere calcolato l'adeguamento triennale, con l'indicazione dei relativi importi in una apposita tabella.
3.4.- In conclusione gli appellanti hanno chiesto l'annullamento della sentenza impugnata e l'emissione dei provvedimenti idonei ad assicurare l'esecuzione della sentenza della Corte d'Appello di Roma, anche con l'ammissione di una CTU per la determinazione delle somme da corrispondere a ciascun medico.
4.- All'appello si oppongono il M.I.U.R. e l'Università degli Studi di Roma La Sapienza che ne hanno chiesto, con articolate memorie, il rigetto.
5.- L'appello non può essere accolto.
Sebbene dal punto di vista formale, come è pacifico anche fra le parti, la decisione della Corte d'Appello di Roma preveda due distinte condanne, la prima a carico dell'Università degli Studi di Roma La Sapienza e la seconda a carico del M.I.U.R., giustamente il T.A.R. per il Lazio ha ritenuto che la condanna posta a carico del M.I.U.R., che risulta passata in giudicato, non può essere eseguita dal giudice amministrativo a causa della funzionale dipendenza di tale parte della decisione dall'esecuzione della condanna posta a carico dell'Università degli Studi di Roma La Sapienza che è stata impugnata in Cassazione e non è passata in giudicato.
5.1.- La condanna posta a carico del M.I.U.R., a titolo di risarcimento del danno, è stata, infatti, determinata, nella sua misura, nella differenza fra quanto deve essere corrisposto dall'Università degli Studi di Roma La Sapienza (che dovrebbe procedere alla rideterminazione triennale delle borse di studio percepite successivamente al 22 settembre 2004, parametrata all'incremento del trattamento economico previsto dal C.C.N.L. dei medici del S.S.N) e quanto dovuto in base ai D.P.C.M. 7 marzo, 6 luglio e 2 novembre 2007.
Ma non vi è certezza, fino al passaggio in giudicato della parte della decisione riguardante l'Università degli Studi di Roma La Sapienza, né sull'obbligo, posto a carico dell'Università, di liquidare gli importi corrispondenti alla rideterminazione triennale delle borse di studio percepite, né sui criteri per la determinazione del loro ammontare che, come risulta dagli atti (ed emerge anche dall'appello proposto davanti al Consiglio di Stato), non sono affatto pacifici fra le parti.
5.2.- La sentenza di cui si chiede l'esecuzione non contiene peraltro elementi così precisi da consentire comunque l'esecuzione della condanna nei confronti del M.I.U.R.
6.- In proposito si deve ricordare che l'ottemperanza davanti al giudice amministrativo di sentenze definitive del giudice civile, secondo quanto previsto dall'art. 112, comma 2 lett. c), del c.p.a., può essere richiesta "al fine di ottenere l'adempimento dell'obbligo della pubblica amministrazione di conformarsi, per quanto riguarda il caso deciso, al giudicato", e, quindi, per dare esecuzione a specifiche statuizioni rimaste non eseguite e non anche per introdurre nuove questioni di cognizione che sono riservate alla giurisdizione del giudice ordinario.
In particolare, con riferimento alla richiesta di pagamento di somme di denaro, per giurisprudenza consolidata, il creditore può certamente agire davanti al giudice amministrativo per l'ottemperanza di una sentenza di condanna, non generica, del giudice civile passata in giudicato. Mentre la sentenza di condanna che non contiene l'esatta determinazione della somma dovuta, costituisce titolo esecutivo solo a condizione che dal complesso delle informazioni rinvenibili nel dispositivo e nella motivazione possa procedersi alla quantificazione con un'operazione meramente matematica.
In assenza di tali requisiti, la domanda di esecuzione davanti al giudice amministrativo di una condanna generica, relativa cioè al pagamento di una somma non determinata nel suo ammontare e non determinabile in modo pacifico, risulta inammissibile, trattandosi di sentenza che non costituisce valido titolo esecutivo. Deve, infatti, ritenersi precluso al giudice amministrativo, investito dell'ottemperanza, effettuare nuove valutazioni in fatto e in diritto su questioni che non sono state specificamente dedotte o trattate nel giudizio definito con la sentenza del giudice civile da ottemperare, la cui cognizione, nel caso di perdurante contrasto fra le parti, spetta al giudice ordinario.
6.1.- Anche questa Sezione ha affermato che, secondo il consolidato orientamento della Corte di Cassazione in materia, la sentenza, con la quale il giudice abbia dichiarato il diritto del lavoratore o dell'assicurato a ottenere spettanze retributive o pensionistiche e abbia condannato il datore di lavoro o l'ente previdenziale al pagamento dei relativi arretrati "nei modi e nella misura di legge" oppure "con la decorrenza di legge", senza precisare in termini monetari l'ammontare del credito complessivo già scaduto o quello dei singoli ratei già maturati, deve essere definita generica e non costituisce valido titolo esecutivo (per difetto del requisito di liquidità del diritto portato dal titolo esecutivo ex art. 474 c.p.c.), qualora la misura della prestazione spettante all'interessato non sia suscettibile di quantificazione mediante semplici operazioni aritmetiche, eseguibili sulla base di elementi di fatto contenuti nella medesima sentenza, e debba essere effettuata per mezzo di ulteriori accertamenti giudiziali, previa acquisizione dei dati istruttori all'uopo necessari, non potendo il creditore, in tal caso, agire in executivis ma dovendo richiedere la liquidazione in un distinto giudizio dinanzi al giudice munito di giurisdizione (Consiglio di Stato, Sez. VI, 21 dicembre 2011 n. 6773).
7.- Ciò si è verificato nel presente giudizio, nel quale è stata chiesta l'esecuzione di una sentenza che non solo in parte non è passata in giudicato ma che ha un contenuto (almeno in parte) generico perché occorre procedere ad ulteriori valutazioni, in fatto e in diritto, che non sono pacifiche fra le parti, sulla esatta determinazione di quanto spettante agli interessati.
Peraltro le singole posizioni degli appellanti, come emerge dagli atti di giudizio, sono anche diverse fra loro quanto alla decorrenza delle differenze retributive e quanto (ovviamente) alla misura delle stesse.
7.1.- Non si può quindi ritenere che la quantificazione di quanto dovuto agli appellanti dal M.I.U.R. possa essere oggetto di semplici operazioni aritmetiche sulla base degli elementi di diritto e di fatto contenuti nella sentenza della quale si è chiesta l'esecuzione essendo invece necessari ulteriori accertamenti, a causa della genericità della condanna e dell'evidente mancato accordo fra le parti, sulla quantificazione di quanto dovuto dall'Università ed anche dal M.I.U.R.
8.- La sentenza della Corte d'Appello di Roma non risulta pertanto eseguibile nemmeno nei confronti del M.I.U.R., in assenza di elementi necessari per la esatta determinazione della somma dovuta.
8.1.- E l'ammontare della somma (ancora eventualmente) dovuta dall'Università (che costituisce uno degli elementi necessari per la quantificazione anche della somma dovuta dal M.I.U.R.), non può essere determinata in questo giudizio (nemmeno con una CTU) essendo oggetto di un giudizio ancora pendente davanti al giudice civile.
8.2.- In conseguenza, per la stretta correlazione funzionale che vi è fra i due capi della sentenza della Corte d'Appello di Roma e per l'incertezza nella determinazione delle somme comunque dovute anche dal M.I.U.R., anche la parte della sentenza passata in giudicato nei confronti del M.I.U.R. non può essere eseguita.
8.3- Resta fermo che gli interessati possono rivolgersi al competente giudice civile per poter ottenere la concreta liquidazione delle somme a loro spettanti.
9.- In conclusione, per tutti gli esposti motivi, l'appello deve essere respinto.
Si ritiene di poter comunque disporre la compensazione integrale fra le parti delle spese e competenze del grado di appello.
PQM
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)
definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Dispone la compensazione fra le parti delle spese e competenze del grado di appello.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nelle camere di consiglio del 10 marzo e del 20 aprile 2016 con l'intervento dei magistrati:
Sergio Santoro, Presidente
Bernhard Lageder, Consigliere
Dante D'Alessio, Consigliere, Estensore
Andrea Pannone, Consigliere
Vincenzo Lopilato, Consigliere
DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 13 MAG. 2016.






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