| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | MARTEDÌ   28  FEBBRAIO AGGIORNATO ALLE 4:18
Articolo di Dottrina



LUCI ED OMBRE DELLA RIFORMA DEI REATI IN MATERIA DI TERRORISMO



INTERVENUTA CON D.L. 18 FEBBRAIO 2015, N. 7 (CONVERTITO CON MODIFICAZIONI DALLA L. 17 APRILE 2015, N. 43).

Guido Di Biase

(estratto dal Focus Magistratura, n. 2/3)

1. L’evoluzione normativa italiana sulla materia. Cenni.

Il codice penale italiano contempla una pluralità di disposizioni a contrasto del terrorismo, conseguenza dell’affastellarsi di plurimi interventi legislativi spesso dettati dell’urgenza di contrastare efficacemente le nuove fenomenologie eversive, come testimoniato dall’ampio uso del decreto legge: ne risulta una normativa frammentaria, che ha imposto agli interpreti sforzi ermeneutici non indifferenti.

La prima menzione del termine “terrorismo” nel codice penale è avvenuta all’indomani del sequestro Moro con d.l. 21 marzo 1978, n. 59, che ha introdotto il reato di “sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione” ex art. 289-bis. A breve distanza di tempo, in un clima di crescente tensione, è stato emanato il d.l. 15 dicembre 1979, n. 625, che ha introdotto gli artt. 270-bis (“associazioni con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico”, in seguito modificato con d.l. 18 ottobre 2001, n. 374), 280 (“attentato per finalità terroristiche o di eversione”: in precedenza la disposizione sanzionava la fattispecie di “Attentato contro il Capo del Governo”, abrogata con d. lgs. lgt. 14 settembre 1944, n. 288).

La normativa in parola – pur influenzata dalla l. 29 maggio 1982, n. 304, recante disposizioni premiali miranti alla dissociazione dei membri di associazioni eversive – è rimasta invariata fino agli anni Duemila, allorquando l’allarme ingenerato dall’attentato alle torri gemelle del 11 settembre 2001 e dai successivi attacchi di matrice fondamentalista (sedicente) islamica ha indotto il legislatore a rinforzare progres­sivamente l’apparato sanzionatorio a contrasto di tali fenomeni.

Così, il d.l. 18 ottobre 2001, n. 374 è intervenuto sul citato art. 270-bis, al fine di estendere l’incriminazione alle associazioni volte a colpire uno Stato estero, un’istituzione o un organismo internazionale, nonché di introdurre la confisca obbligatoria ed inasprire la cornice edittale rivolta ai meri partecipanti ad associazioni siffatte. Al contempo, è stato introdotto un nuovo art. 270-ter, teso ad incriminare la “assistenza agli associati” sulla falsariga dell’art. 418 c.p.

L’apparato sanzionatorio è stato successi­vamente rinforzato con la l. 14 febbraio 2003, che nel dare attuazione alla “Convenzione internazionale per la repressione degli attentati terroristici mediante utilizzo di esplosivo”, ha introdotto un nuovo art. 280-bis (“atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi”), nonché inserito un quinto comma nell’art. 280, al fine di escludere la prevalenza di eventuali circostanze attenuanti sulle aggravanti speciali contemplate dallo stesso articolo.

Il più incisivo intervento sulla materia si deve con ogni probabilità al d.l. 27 luglio 2005, n. 144 (convertito con modificazioni in L. 31 luglio 2005, n. 155), adottato a pochi giorni dall’efferato attentato terrorista alla metropolitana di Londra, nonché volto ad adeguare l’ordinamento interno alla decisione quadro 2002/475/GAI ed alla Convenzione del Consiglio d’Europa per la prevenzione del terrorismo redatta a Varsavia il 16 maggio del 2005 (firmata dall’Italia in data 8 giugno 2005 ma ad oggi non ancora ratificata). Il decreto ha infatti introdotto le nuove disposizioni codicistiche di cui agli artt. 270-quater (“arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale”), 270-quinquies (“addestra­mento ad attività con attività di terrorismo anche internazionale”) e – per effetto della legge di conversione – 270-sexies (“condotte con finalità di terrorismo”), oltre ad inserire un quarto comma nell’art. 414, co. 4, c.p., il quale contempla un’apposita aggravante per il caso in cui le condotte incriminate insistano su delitti di terrorismo.

In tale quadro si colloca il d.l. 18 febbraio 2015, n. 7 (convertito con modificazioni dalla l. 17 aprile 2015, n. 43), [1] che, a seguito del massacro perpetrato presso la Redazione parigina di Charlie Hebdo, ha nuovamente inciso sulla materia, inserendo nel codice penale i nuovi artt. 270-quater.1 (“orga­nizzazione di trasferimenti per finalità di terrorismo”), 678-bis (“detenzione abusiva di precursori di esplosivi”) e 679-bis (omissioni in materia di precursori di esplosivi”), oltre ad apportare rilevanti modifiche agli artt. 270-quater, 270-quinquies, 302 e 414 c.p., nonché al d. lgs. 6 settembre 2011, n. 159, in materia di misure di prevenzione. Il decreto legge del 2015 ha altresì rafforzato gli strumenti di coordinamento delle Forze dell’Ordine: è in tal senso emblematica l’estensione dei compiti della Procura Nazionale Antimafia ai reati di terrorismo.

Prima di esaminare le principali novità apportate dalla recente riforma, appare opportuno evidenziare i tratti essenziali della disciplina previgente, nell’interpretazione offerta dai più significativi arresti giurispru­denziali in materia.

2. La finalità di terrorismo.

Una disposizione centrale tra quelle innanzi elencate è dettata dall’art. 270-sexies c.p., laddove delinea una definizione normativa della “finalità di terrorismo”: elemento caratterizzante la totalità dei delitti in materia (si pensi agli artt. 270-bis, 270-quater, 270-quater.1, 270-quinquies, 280, 280-bis, 289-bis c.p.).

In base alla disposizione, “sono considerate con finalità di terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno ad un Paese o ad un’orga­nizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale, nonché le altre condotte definite terroristiche o commesse con finalità di terrorismo da convenzioni o altre norme di diritto interna­zionale vincolanti per l’Italia.”

Nonostante la finalità definitoria, la dispo­sizione in parola si è presentata foriera di dibattiti dottrinali e giurisprudenziali, motivati dall’ambiguità e indeterminatezza della formula legislativa, la quale ha imposto un intervento chiarificatore della giurisprudenza.

Sul punto, sembra essersi consolidato l’approdo ermeneutico cristallizzato nella recente sentenza della Cassazione, Sez. VI, 15 maggio (dep. 27 giugno) 2014, n. 28009,[2] che ha annullato con rinvio i provvedimenti cautelari irrogati a quattro esponenti del movimento NO TAV sulla base di imputazioni fondate sugli artt. 280 e 280-bis c.p.

Per mitigare il deficit di determinatezza della disposizione, al fine di renderla conforme al principio di offensività e dare ragione dell’elevato trattamento sanzionatorio com­minato dalle incriminazioni di condotte “con finalità di terrorismo”, la Suprema Corte ha accostato al sostrato psicologico di tale nozione una componente oggettiva, insistente sulla obiettiva idoneità a raggiungere gli scopi individuati dalla norma. Sembra opportuno riportare i principali passaggi logici che hanno consentito di approdare a tale conclusione: “La norma dell’art. 270-sexies presenta una struttura complessa, nella quale, pur essendo la norma stessa dedicata alla descrizione di una finalità, sono certamente compresi elementi di carattere obiettivo, quali misuratori della specifica offensività dei fatti contemplati, e quali garanzie d’un ordinamento che, per necessità costituzionale, deve rimanere distante dai modelli del diritto penale dell’intenzione e del tipo d’autore. A livello soggettivo, sul piano della rappresentazione e della volizione, l’agente opera in una duplice direzione. In primo luogo vuole un ‘grave danno per un Paese od una organizzazione internazionale’, o almeno vuole creare condizioni che seriamente conducano in quella direzione. In secondo luogo, persegue un fine alternativo, fra i tre indicati dalla norma: intimidire la popolazione, destabilizzare o distruggere strutture politiche fondamentali, o infine costringere il potere pubblico o una organizzazione internazionale a compiere o a non compiere un qualsiasi atto. … la prima parte della norma descrive un evento di pericolo, che deve concretamente profilarsi e che, nei riflessi soggettivi, deve pienamente riprodursi. La legge non si limita ad esigere il fine di produrre un ‘grave danno’, ma esige l’obiettivo compimento di condotte che possono determinare quel danno (e dunque sono idonee in quel senso). … Tuttavia, l’azione deve essere anche finalizzata ad uno di tre ulteriori eventi, che non deve neces­sariamente verificarsi, secondo lo schema tipico del dolo specifico. Nella sede presente interessa l’evento di ‘costrizione’ del potere pubblico a fare o non fare qualcosa. Ma non va trascurata, naturalmente, la ‘qualità’ dei due fatti ulteriori, poiché l’accostamento dei tre eventi e la loro parificazione a fini di trattamento sanzionatorio costituisce un fattore irrinunciabile per l’esatta ricostruzione delle rispettive fisionomie. Ecco dunque che alla ‘costrizione’ si affianca, in primo luogo, lo scopo terroristico ‘classico’ (‘intimidire la popolazione’), cioè portare nella società un turbamento profondo e perdurante, tale che la collettività, nel suo complesso, senta menomata la propria aspettativa di vita in condizioni di libertà e sicurezza. … In secondo luogo rilevano la destabilizzazione o la distruzione delle strutture istituzionali fonda­mentali di un Paese o di una organizzazione internazionale: una finalità più prossima allo scopo tradizionale dell’eversione dell’ordine costituzionale e democratico, spinta fino alla ‘destabilizzazione’ delle istituzioni più essenziali dal punto di vista politico, costituzionale, economico o sociale. … È appena il caso di notare come l’essenza della politica, e della stessa forma democratica dello Stato (art. 1 Cost., comma 2 e art. 49 Cost.), consista nel dispiegamento di forze individuali e sociali al fine di orientare e, in certo senso, di imporre le scelte rimesse agli organi del potere pubblico … Un primo elemento per l’actio finium regundorum, necessario ma non certo sufficiente, consiste nella ‘scala’ della decisione potenzialmente imposta al potere pubblico. Dovrà trattarsi di un affare particolarmente rilevante, capace di influenzare le condizioni della vita associata, per il suo oggetto o per l’implicazione che ne deriva in punto di ‘tenuta’ delle attribuzioni costituzionali. … L’interferenza tra ‘costrizione’ e ‘grave danno’ pone poi in evidenza un secondo elemento di delimitazione della fattispecie, capace di imporre una ‘macro­dimensione’ del fenomeno, ma a sua volta insufficiente, da solo, per una delimitazione del fatto che risulti compatibile con il principio di determinatezza (e con le implicazioni da questo sortite in punto di colpevolezza). I commentatori hanno posto in luce la scarsa capacità descrittiva della parola ‘grave’, ma la stessa nozione di ‘danno’, quando si parla di obiettivi politicamente qualificati, può risultare opinabile. Ciò che una parte può considerare dannoso per il Paese, altra parte può considerare conveniente. … Sennonché il fine di ‘costrizione’ non può assumere dimensione terroristica per il sol fatto che la condotta strumentale contrasta con un precetto penalmente sanzionato. Si guardi alla categoria dei reati ‘politici’ (secondo la definizione giuridicamente rilevante che discende dall’art. 8 cod. pen., comma 3): non ogni atto penalmente illecito, che sia politicamente orientato in senso obiettivo o soggettivo, può integrare la nuova nozione di terrorismo. Ancora una volta, la soluzione è suggerita anzitutto dal senso delle parole e dalla valenza ‘sociale’ del concetto di terrorismo (dunque dalla portata tipizzante della sua evocazione). … Insomma, l’equi­parazione tra condotta illecita politicamente motivata e terrorismo è improponibile. … Ritiene allora la Corte che la soluzione del problema interpretativo, necessariamente orientata verso una riduzione degli spazi di indeterminatezza della fattispecie, in armonia con l’assetto costituzionale dei valori in gioco, possa essere trovata nel collegamento tra i vari elementi evocati dalla norma … utile ad assicurare, tra l’altro, la conformità della scelta legislativa ai termini essenziali del dibattito sull’offensività nei delitti di attentato, che ha largamente interessato anche la definizione giuridica del concetto di terrorismo (interno). … detta rilevanza non possa che essere subordinata, comunque, alla capacità di determinare l’effetto di intimidazione o costrizione che normalmente si connette alla minaccia di pregiudizio per i beni più essenziali della persona e dunque della comunità civile. La Corte ritiene, in definitiva, che la norma in commento abbia esplicitato come il finalismo terroristico non sia un fenomeno esclusi­vamente psicologico, ma si debba materia­lizzare in un’azione seriamente capace di realizzare i fini tipici descritti nella norma medesima. Secondo alcuni autorevoli orienta­menti dottrinali, l’idoneità della condotta a realizzare il fine perseguito dall’agente sarebbe requisito comune a tutte le fattispecie segnate dal dolo specifico.[3] In ogni caso - data la pressante esigenza di delimitare il fatto tipico evitando un effetto di dilatazione della nozione di terrorismo tale da includere ogni reato politicamente motivato, quale che sia la ‘scala’ degli interessi in gioco - il legislatore ha espressamente introdotto la previsione di un evento di pericolo, di portata tale (‘grave’) da incidere sugli interessi dell’intero Paese, e di natura corrispondente alla realizzazione del fine perseguito dall’agente.”[4]

Sul punto, è interessante notare come, in una precedente pronuncia (peraltro espressamente evocata dall’esaminato arresto sui NO TAV), le medesime caratteristiche obiettive della condotta (rectius: della violenza) sono state invocate per individuare il discrimen tra associazione terroristica ex art. 270-bis c.p. ed associazione sovversiva ex art. 270 c.p. (così come modificato con l. 2 febbraio 2006, n. 85).

Dal momento che l’inclusione di scopi “politici” tra quelli caratterizzanti la finalità di terrorismo ex art. 270-sexies esclude la possibilità di distinguere le due associazioni sotto il profilo soggettivo,[5] la linea di confine andrebbe individuata nella natura della violenza adoperata, che nel caso del terrorismo “funge da strumento di pressione, da metodo di lotta, da modus operandi particolarmente efferato (caratterizzato dal) l’uso indiscriminato e polidirezionale della violenza, non solo perché accetta gli ‘effetti collaterali’ della violenza diretta ... ma anche perché essa può essere rivolta in incertam personam, proprio per generare panico, terrore, diffuso senso di insicurezza”.[6]

3. Addestramento con finalità di terrorismo ex art. 270-quinquies c.p. prima e dopo la riforma del 2015.

Anteriormente all’emanazione del d.l. 18 febbraio 2015, n. 7, l’art. 270-quinquies c.p. così disponeva: “Chiunque, al di fuori dei casi di cui all’articolo 270-bis, addestra o co­munque fornisce istruzioni sulla preparazione o sull’uso di materiali esplosivi, di armi da fuoco o di altre armi, di sostanze chimiche o batteriologiche nocive o pericolose, nonché di ogni altra tecnica o metodo per il compimento di atti di violenza ovvero di sabotaggio di servizi pubblici essenziali, con finalità di terrorismo, anche se rivolti contro uno Stato estero, un’istituzione o un organismo internazionale, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. La stessa pena si applica nei confronti della persona addestrata.”

Come la maggior parte delle previsioni a contrasto del terrorismo,[7] la fattispecie delittuosa anticipa il momento consumativo alla commissione di atti preparatori di un attentato, incriminando colui che addestri o fornisca istruzioni per il compimento di atti terroristici di violenza o sabotaggio, peraltro estendendo la punibilità al soggetto addestrato (ma non anche al mero recettore di informazioni).

Lo strutturale deficit di offensività insito a siffatta tecnica legislativa ha indotto la giurisprudenza ad adottare un’interpretazione adeguatrice, sulla falsariga di quanto avvenuto in relazione all’art. 270-sexies. Sul punto, va evocata la pronuncia Cass., Sez. VI, 20 luglio 2011, n. 29670,[8] che ha inaugurato la propria trattazione rilevando come la fattispecie ex art. 270-quinquies integri un “delitto a consu­mazione anticipata … a duplice dolo specifico”: l’uno insistente sulla finalizzazione degli insegnamenti al compimento di atti di violenza ovvero di sabotaggio di servizi pubblici essenziali, l’altro al perseguimento di finalità di terrorismo.[9]

Ciò posto, la punizione del destinatario della condotta nel solo caso di addestramento e non anche in quello di ricezione delle informazioni induce ad intendere “l’addestramento come contrassegnato da una vera e propria interazione tra l’addestratore e l’addestrato, che presupporrebbe (almeno di norma) un contatto diretto tra il primo ed il secondo, secondo i caratteri tipici dell’attività militare o paramilitare; addestrare è, dunque, rendere abile alle attività oggetto dell’addestramento, così da rendere punibile, allorché l’addestra­mento si sia compiuto e la ‘recluta’ sia divenuta un vero e proprio ‘addestrato’, anche quest’ultimo (art. 270 quinquies, ultimo periodo). Una soluzione, quella adesso prospettata, da ritenere addirittura costituzio­nalmente necessitata perché se l’addestra­mento non sortisce il risultato voluto dall’addestratore che diviene correo dell’adde­strato solo nel caso in cui la sua opera abbia esito positivo, la distanza anche rispetto al primo fine (oggetto del primo dolo specifico) renderebbe inipotizzabile, non soltanto l’elemento psicologico ma anche la condotta tipica descritta dall’art. 270- quinquies.” Di converso, può ravvisarsi “nel ‘fornire istruzioni’ (anche) una diffusione ad incertam personam, che può essere effettuata pure a distanza, attraverso mezzi telematici e, quindi, nei confronti di soggetti che non sì è in grado di stabilire se siano in grado di apprendere realmente le istruzioni impartite.”

Ciò posto la Corte ha fatto proprio il citato orientamento dottrinale incline “a ravvisare sempre e comunque nei reati a dolo specifico caratterizzati dall’assenza di un evento naturalistico, delle ipotesi di reato di pericolo concreto entro il quale allo scopo perseguito deve corrispondere - proprio per l’eccesso del momento volitivo, qui per ben due volte chiamato in causa - l’oggettiva idoneità della condotta a realizzare l’evento costituente l’obiettivo della condotta. Tanto da far ritenere che tale idoneità (pur nell’immanenza della sua esclusiva base finalistica) costituisce un requisito immancabile per l’individuazione della stessa tipicità della condotta. … cosicché se tale finalità non sia concretamente perseguibile perché le attività poste in essere sono inidonee al raggiungimento dello scopo, si perviene a costruire una fattispecie di pura volontà; con un’anticipazione della consuma­zione non riconoscibile sul piano del possibile giuridico perché resta inipotizzabile ogni offesa, non soltanto (quel che qui interessa) sotto il profilo del pericolo concreto, ma anche sotto il profilo del pericolo presunto, costruendosi una figura di reato contras­segnata da una sorta di ‘pericolo del pericolo’ che, per ciò solo, non può essere verificato se non utilizzando criteri di inferenza pale­semente arbitrari. … La necessità di una severa tipizzazione dei singoli momenti strumentali che definiscono la condotta impone, quindi, un’altrettanto severa diagnosi sulla possibilità che quelle condotte descritte nell’art. 210 quinquies possano effettivamente realizzarsi non secondo modelli puramente didascalici (pur - almeno di norma - indispensabili nella struttura della fattispecie) ma concretamente idonei, nella loro intrinseca consistenza (da valutare ex ante, ma sulla base di elementi di fatto: spaziali, temporali, personali, etc), da divenire verificabili dal giudice di merito nella loro proiezione verso il risultato rappresentato e voluto.”[10]

L’impostazione in parola ha trovato l’avallo della dottrina dominante e della giurisprudenza successiva. Può essere segnalata in tal senso Cass. sez. I, 6 novembre 2013 (dep. 30 gennaio 2014), n. 4433, ove si è ribadito che la descrizione della norma “impone la distinzione tra formazione e informazione (ovvero tra insegnamento e divulgazione), senza potersi anticipare la soglia di punibilità a uno stadio della condotta che non sia ancora insegnamento ma mera divulgazione ovvero (laddove la finalità sia di terrorismo) di proposta ideologica. Per il principio di legalità dell’art. 1 c.p. non si possono, cioè, promuovere manifestazioni di pericolosità sociale (sia pur grave e qualificata) a condotte penalmente rilevanti: le nozioni fornite (od acquisite) di tipo militare devono essere, appunto, idonee a costituire in chi le riceve (o le acquisisce) un bagaglio tecnico sufficiente a preparare o ad usare armi e quant’altro, non solo … a suscitare o ad aumentare il proprio o altrui interesse in tale settore.”

Appare particolarmente significativo un ulteriore passaggio argomentativo della pronuncia, volto a precisare quali condotte sono suscettibili di integrare la fattispecie delittuosa: “l’auto-addestramento (e non l’informazione) e l’etero-addestramento (e non il proselitismo). Auto ed etero addestramento sono reato, l’informazione e il proselitismo no, rientrano nel perimetro delle libertà individuali costituzionalmente protette.”

Tali affermazioni acquistano particolare rilievo alla luce della riforma della disposizione ad opera del d.l. 18 febbraio 2015, n. 7. Oltre a disporre – mediante introduzione di un nuovo comma 2 – un aggravamento di pena laddove gli insegnamenti o le informazioni vengano diffusi attraverso strumenti informatici, il recente intervento normativo ha aggiunto un periodo finale al primo comma, assoggettando a pena anche “la persona che avendo acquisito, anche autonomamente, le istruzioni per il compimento degli atti di cui al primo periodo, pone in essere comportamenti univocamente finalizzati alla commissione delle condotte di cui all’articolo 270-sexies.”

Se parte della dottrina ha intravisto in tale innovazione il recepimento normativo della punibilità dell’autoaddestramento (già ricono­sciuta senza particolari motivazioni della citata pronuncia n. 4433 del 2014),[11] una diversa opinione ha ravvisato nella modifica legislativa “il proposito … di coprire qualsiasi lacuna e di ‘ovviare’ a precedenti sentenze assolutorie chiudendo loro, per il futuro, qualunque possibile spazio”:[12] in altri termini, l’estensione della punibilità al c.d. terrorista autodidatta mirerebbe a sanzionare la condotta di “informazione”, che le pronunce illustrate hanno espressamente reputato scevra di rilevanza penale in quanto rispondente a libertà garantite dalla Costituzione. In ogni caso, va evidenziato che la modifica normativa non sanziona la mera raccolta di informazioni, bensì i successivi comportamenti univo­camente finalizzati a compiere condotte con finalità di terrorismo. Alla luce della condivisibile tendenza giurisprudenziale a privilegiare un’interpretazione in chiave offensiva delle disposizioni a consumazione anticipata, appare prevedibile che, nella prassi, si tenderà ad esigere un collegamento teleologico tra le informazioni raccolte e gli atti a scopo terroristico, pur non imposto dal tenore letterale della disposizione.

Può essere peraltro valutato con favore l’inserimento dell’avverbio “univocamente” in sede di conversione, il quale ha peraltro l’effetto di diminuire la distanza tra la fattispecie in questione e quella di attentato ex art. 280 c.p.[13]

4. “Arruolamento” ed “organizzazione di trasferimenti” ex art. 270-quater e 270-quater.1 c.p.: rapporti con le fattispecie di associazione ed addestramento con finalità di terrorismo.

Nell’incriminare la condotta di “arruolamento con finalità di terrorismo anche interna­zionale”, fino al febbraio 2015 l’art. 270-quater c.p. prevedeva che “chiunque, al di fuori dei casi previsti dall’art. 270-bis, arruola una o più persone per il compimento di atti di violenza ovvero di sabotaggio di servizi pubblici essenziali, con finalità di terrorismo, anche se rivolti contro uno Stato estero, un’istituzione o un organismo internazionale, è punito con la reclusione da sette a quindici anni.”

A seguito della modifica intercorsa con d.l. 18 febbraio 2015, n. 7, la disposizione in parola contempla anche la punibilità del soggetto arruolato, alla luce del nuovo comma 2, che così dispone: “fuori dei casi di cui all’articolo 270-bis, e salvo il caso di addestramento, la persona arruolata è punita con la pena della reclusione da tre a sei anni”.

Il dettato normativo presenta delle significative assonanze con l’esaminato art. 270-quinquies (introdotto dal medesimo d.l. n. 144 del 2005), atteso che le due disposizioni condividono la clausola di riserva in favore dell’applicazione del delitto associativo ex art. 270-bis c.p. e la preordinazione della condotta incriminata al compimento di “atti di violenza ovvero di sabotaggio di servizi pubblici essenziali, con finalità di terrorismo”.

Al netto di tali assonanze, la disposizione in esame è imperniata sulla condotta di “arruolamento”: nozione dai confini proble­matici che ha dato luogo a plurime controversie interpretative:[14] ne è esempio la dubbia configurabilità del delitto tentato.

Tali problemi ermeneutici sono stati affrontati dalla recente pronuncia Cass., Sez. I, 9 settembre (dep. 9 ottobre) 2015, n. 40699,[15] recante la prima esegesi approfondita del delitto ad opera della Suprema Corte.

La Corte di legittimità muove dalla considerazione per cui i più recenti interventi antiterrorismo in materia penale – almeno a far data dal d.l. 27 luglio 2005, n. 144 – appaiono “decisamente orientat(i) a realizzare una tipizzazione di figure delittuose autonome rispetto quantomeno alla prova della partecipazione (o del concorso esterno) ad una associazione avente i caratteri di cui all’art. 270 bis, in un contesto non scevro da valorizzazioni della categoria del pericolo quale fonte di legittimazione della risposta punitiva. Ciò da un lato appare essere - nei limiti di compatibilità costituzionale - il portato di regole di esperienza maturate nel settore del contrasto al fenomeno terroristico trans­nazionale … dall’altro … (il) frutto della volontà di adeguamento a fonti internazionali”.

Ciò posto, la Corte ha rilevato che il contesto dell’incriminazione non consente di conferire al lemma “arruolamento” lo stesso significato sotteso alle disposizioni degli artt. 244 e 288 c.p., le quali riferiscono il medesimo termine all’inquadramento in una struttura stricto sensu militare. Posto che “il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo (e ancor di più il sabotaggio) non implica né presuppone l’esistenza di un regolare esercito, quanto di formazioni organizzate di tipo paramilitare, anche con ristretto numero di aderenti, a composizione mobile, necessariamente idonee alla mimetizzazione”, “pur non potendosi certo equiparare il termine ‘arruolamento’, scelto dal legislatore, al diverso e più ampio concetto di ‘reclutamento’, è necessario affermare che il significato è qui equiparabile alla nozione di ingaggio, intesa come raggiungimento di un ‘serio accordo’ tra soggetto che propone (il compimento, in forma organizzata, di più atti di violenza ovvero di sabotaggio con finalità di terrorismo) e soggetto che aderisce. … la scelta, da parte del legislatore nel 2005, del termine ‘arruola’ (in luogo di recluta) non può pertanto ritenersi priva di valore, nel senso che è da ritenersi espressiva - fermo restando quanto detto in precedenza - della volontà di ‘fissare’ il momento consumativo del reato in una fase più avanzata rispetto a quella della mera proposta (da parte del reclutante) o trattativa”

Posto che la ricostruzione della fattispecie appare congruente con la recente introduzione della punibilità dell’arruolato, secondo la Corte “non può, peraltro, escludersi in via generalizzante e dogmatica l’ipotesi del tentativo punibile in rapporto a condotte poste in essere dal soggetto proponente e tese, con i caratteri di cui all’art. 56 c.p., (ed in presenza dei descritti presupposti di contesto e finalistici) al raggiungimento del suddetto accordo. Non è infatti la particolare natura del reato (di pericolo) ad impedire - di per sé - l’applicazione della generale previsione estensiva di cui all’art. 56 c.p., quanto la struttura della singola fattispecie … e la possibilità o meno di identificare in concreto una ‘progressione della esposizione a pericolo’ dei beni giuridici protetti, come ritenuto - pur nell’ovvio contrasto di opinioni - da autorevole dottrina. Nel caso in esame, essendo il reato consumato incentrato su un evento (per quanto detto, il serio accordo) altamente pericoloso, è da ritenersi tollerabile ed identificabile in concreto (ferme restando le complessità probatorie) una progressione (nell’attività tesa alla promozione e realizzazione dell’accordo) tale da integrare la soglia di punibilità della condotta, con l’ovvia necessità di distinguere i caratteri del tentativo punibile rispetto alla attività di mero proselitismo o libera manifestazione del pensiero … e con l’altrettanto avvertita necessità di confrontarsi con le scelte di incriminazione operate dal legislatore e relative a fattispecie analoghe (art. 302 c.p., art. 414 c.p.).”

Va peraltro evidenziato come, una volta identificato l’arruolamento con il “serio accordo”, il delitto ex art. 270-quater sembra costituire una disposizione speciale rispetto all’art. 304 c.p., laddove incrimina il mero accordo per commettere un delitto previsto dal Titolo I del libro II del codice penale, in deroga alla generale previsione dell’art. 115 c.p.[16]

Ciò posto, il d.l. 18 febbraio 2015, n. 7 ha introdotto un’ulteriore fattispecie di reato tesa ad anticipare la tutela penale pur restando distinta dal delitto associativo. Il riferimento è all’art. 270-quater.1 c.p., in base al quale “fuori dai casi di cui agli articoli 270- bis e 270-quater, chiunque organizza, finanza o propaganda viaggi in territorio estero finalizzati al compimento delle condotte con finalità di terrorismo di cui all’articolo 270-sexies, è punito con la reclusione da cinque a otto anni”.

La disposizione, dall’evidente assonanza con l’art. 600-quinquies c.p., è preordinata a contrastare il fenomeno dei c.d. foreign fighters, come si evince dall’espresso riferimento al territorio estero, opportu­namente inserito in fase di conversione.[17] Ancora una volta, si tende ad incriminare meri atti preparatori, contrassegnati essenzialmente dallo scopo soggettivo “terroristico” (al quale probabilmente la giurisprudenza accosterà la concreta idoneità a raggiungere lo scopo, in assonanza a quanto avvenuto in relazione alle altre fattispecie in materia).

La disposizione in esame non pone particolari problemi in punto di concorso di norme, a fronte della doppia clausola di riserva che ne dispone l’applicazione soltanto laddove non risultino integrati né il delitto associativo ex art. 270-bis, né quello di arruolamento ex art. 270-quater. Tantomeno sembrano profilarsi difficoltà di coordinamento con l’art. 270-quinquies, a fronte dell’eterogeneità delle condotte ivi sanzionate.

Sono più problematici i rapporti tra i delitti di arruolamento ex art. 270-quater ed addestramento ex art. 270-quinquies. Entram­be le disposizioni recano una clausola di sussidiarietà espressa nei confronti del reato associativo ex art. 270-bis, ed il neointrodotto art. 270-quater, co. 2 circoscrive la punizione dell’arruolato ai casi in cui il fatto non integri la fattispecie di addestramento (coerentemente sanzionato con una pena superiore nel massimo, a differenza dell’addestramento c.d. attivo, punito meno severamente dell’arruo­lamento). Ciò posto, la legge non precisa il trattamento sanzionatorio di chi esegua sia condotte di arruolamento che di adde­stramento, non essendo inserito in un’associazione ex art. 270-bis (nel qual caso troverà applicazione soltanto quest’ultimo). Sul punto, sono prospettabili due distinte letture: o si valorizza l’eterogeneità delle condotte di arruolamento ed addestramento, in guisa da punire l’autore per entrambe le fattispecie, ovvero si ritiene assorbito il disvalore dell’addestramento nel più grave delitto di arruolamento, evocando il principio di consunzione. Ad ogni modo, si tratta di uno soltanto tra i molteplici “problemi connessi al progressivo sviluppo d’un reticolo ormai fitto di previsioni incriminatrici, frutto evidente d’una logica casistica e della sovrapposizione di interventi guidati dall’emergenza.”[18]

Ad ogni modo, la questione sembra destinata ad assumere rilevanza meramente teorica, attese le esigue probabilità che, nella prassi, un tale soggetto non sia incardinato in una associazione ex art. 270-bis.[19] In verità, le sparute pronunce della Suprema Corte sui delitti ex artt. 270-quater e 270-quinquies c.p. (pressoché interamente evocate nel presente scritto) svelano che le condotte ivi incriminate sono ben di rado compiute da soggetti estranei ad un’associazione terroristica: il che ha indotto larga parte della dottrina a ravvisarvi un carattere eminentemente simbolico.[20]

Le stesse conclusioni possono con ogni probabilità essere estese al nuovo delitto di “organizzazione di trasferimenti” ex art. 270-quater.1 c.p., atteso che risulta difficile immaginarne la commissione senza previo arruolamento.[21]

5. Ulteriori innovazioni apportate al codice penale.

Il decreto legge 18 febbraio 2015, n. 7 ha introdotto un’inedita circostanza aggravante speciale, riferita ai delitti di istigazione a delinquere c.d. pubblica ex art. 414 c.p.[22] e privata ex art. 302 c.p. (oltreché all’esaminato delitto di addestramento ex art. 270-quinquies c.p.) “se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici”. Nel caso dell’art. 414, detta aggravante viene ad aggiungersi a quella già introdotta dal d.l. n. 144 del 2005, in riferimento alla promozione di “delitti di terrorismo o crimini contro l’umanità”.

Tali previsioni svelano come il legislatore ravvisi un più marcato disvalore nelle condotte compiute mediante mezzi informatici, secondo un’opzione legislativa tacciata di irragione­volezza da parte della dottrina, secondo la quale “non si comprende perché l’istigazione realizzata in un forum telematico di 10 persone debba essere punita, addirittura talora più gravemente di due terzi, rispetto all’istigazione a mezzo stampa contenuta in un giornale o in un libro o su un volantino di cui sono state distribuite migliaia di copie.”[23]

Sotto altro profilo, la legge di conversione ha introdotto all’art. 3, d.l. n. 7 del 2015 un nuovo comma 3-bis, in base al quale «La condanna per i delitti previsti dagli articoli 270-bis, 270-ter, 270-quater, 270-quater.1 e 270-quinquies del codice penale comporta la pena accessoria della perdita della potestà genitoriale quando è coinvolto un minore»: disposizione parimenti oggetto di critiche dottrinali, imperniate sul difetto di determi­natezza, alla luce dei multiformi ruoli assumibili da un minore in vicende siffatte, non adeguatamente selezionati dal termine “coinvolgimento”. [24]

Al contempo, il decreto legge del 2015 ha introdotto due nuovi reati contravvenzionali, rispettivamente imperniati sulla detenzione abusiva di precursori di esplosivi e sulla omessa denuncia del furto o della sparizione dei medesimi. In particolare, gli artt. 678-bis e 679-bis c.p. sono congegnati come norme penali in bianco, dal momento che le sostanze vietate sono individuate mediante espresso rinvio all’allegato I del regolamento (CE) n. 98/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 gennaio 2013. Detto rinvio si rivela problematico sotto più profili, atteso che nell’elenco di matrice sovranazionale sono ricompresi elementi di uso comune, quali l’acqua ossigenata (perossido di idrogeno) e il diserbante (clorato di sodio).[25] Anche senza considerare i problemi di conoscibilità del divieto penale ai sensi dell’art. 5 c.p., le maggiori incongruenze discendono dal mancato riferimento normativo ai limiti di concentrazione delle predette sostanze, pur espressamente fissati dal regolamento europeo. Se vi è concordanza sull’opportunità di adottare un’interpretazione correttiva che subordini il rilievo penale al superamento dei limiti in questione, [26] parte della dottrina rileva come, anche adottando tale accorgimento ermeneutico, l’incriminazione si rileverebbe inopportuna, in quanto focalizzata su reati di possesso in grado di comportare un’eccessiva anticipazione della tutela, in frizione con il principio di offensività. Peraltro, una siffatta violazione dei principi fondamentali in materia penale non sarebbe necessitata dal doveroso adempimento di vincoli sovranazionali, in quanto il citato regolamento si limita a prescrivere la predisposizione di sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive, senza imporne la natura penale.[27]

Infine, l’intervento normativo del 2015 ha elevato la pena comminata per il reato di possesso e fabbricazione di documenti di identificazione falsi ex art. 497-bis c.p., portandola alla reclusione da due a cinque anni, così abilitando (tra l’altro) l’arresto in flagranza e l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche.

6. Le modifiche al sistema delle misure di prevenzione.

Il fine di contrastare i c.d. foreign fighters è stato perseguito dal legislatore anche mediante modifica dell’art. 4, lettera d) d. lgs. 6 settembre 2011, n. 159 (c.d. codice antimafia), in modo da ampliare il novero dei destinatari di misure di prevenzione personali (e conseguentemente patrimoniali, in virtù del richiamo operato dall’art. 16, co. 1, lettera a) d. lgs. 6 settembre 2011, n. 159).

Se infatti fino all’emanazione del d.l. n. 7 del 2015 la disposizione in parola consentiva l’emanazione di misure siffatte “a coloro che, operanti in gruppi o isolatamente, pongano in essere atti preparatori, obiettivamente rilevanti, diretti a sovvertire l’ordinamento dello Stato, con la commissione di uno dei reati previsti dal capo I, titolo VI, del libro II del codice penale o dagli articoli 284, 285, 286, 306, 438, 439, 605 e 630 dello stesso codice nonché alla commissione dei reati con finalità di terrorismo anche internazionale”, oggi la stessa risulta estesa agli autori di “atti preparatori, obiettivamente rilevanti, diretti a prendere parte ad un conflitto in territorio estero a sostegno di un’organizzazione che persegue le finalità terroristiche di cui all’articolo 270-sexies del codice penale.”

L’intervento normativo ha dato pertanto luogo all’instaurazione di un “‘doppio binario’ di misure preventive e sanzionatorie nei confronti del terrorismo, in conformità al modello già sperimentato per la lotta alla mafia.”[28]

Contestualmente all’estensione della gamma dei destinatari delle misure, è stata potenziata la facoltà di adottare provvedimenti in via di urgenza. Se in precedenza l’art. 9 abilitava il solo Presidente del Tribunale ad adottare misure personali in via cautelare, oggi un’analoga potestà è attribuita al questore: in riferimento ai soli soggetti considerati dalla citata lettera d), costui può disporre il temporaneo ritiro del passaporto e la sospensione della validità ai fini dell’espatrio di ogni altro documento equipollente, purché nei soli casi di necessità e urgenza, fermo l’obbligo di darne immediata comunicazione al competente procuratore della Repubblica, “il quale, se non ritiene di disporne la cessazione, ne richiede la convalida, entro quarantotto ore, al presidente del tribunale … che provvede nelle successive quarantotto ore con le modalità di cui al comma 1. Il ritiro del passaporto e la sospensione della validità ai fini dell’espatrio di ogni altro documento equipollente cessano di avere effetto se la convalida non interviene nelle novantasei ore successive alla loro adozione.”[29]

Al contempo, l’efficacia della nuova previsione viene ad essere preservata mediante l’introduzione di una nuova fattispecie delittuosa ad opera del nuovo art. 75-bis d. lgs. 6 settembre 2011, n. 159, in base al quale “Il contravventore al divieto di espatrio conseguente all’applicazione delle misure di cui ai commi 1 e 2-bis dell’articolo 9 è punito con la reclusione da uno a cinque anni.”: come si evince agevolmente dal tenore letterale della disposizione, il delitto di nuovo conio è intervenuto a preservare non solo l’osservanza dei provvedimenti adottati dal questore nei confronti dei soggetti individuati dal citato art. 4, lettera d), ma altresì il rispetto delle prescrizioni consentite in via generale al Presidente del tribunale.

Al contempo, la contestuale riforma dell’art. 71 d. lgs. 6 settembre 2011, n. 159 ha annoverato i delitti previsti dagli artt. da 270-bis a 270-quinquies c.p. tra le fattispecie aggravate allorché commesse dal destinatario di un provvedimento definitivo di prevenzione.

Un’ultima significativa modifica apportata dalla riforma del 2015 ha interessato l’art. 53 d. lgs. 30 giugno 2003, n. 196, dotato di un ambito applicativo che trascende il contrasto del terrorismo. La disposizione infatti estende i casi in cui il trattamento dei dati personali ad opera delle forze dell’ordine può essere eseguito a prescindere dal rispetto di una larga serie di garanzie accordate dal c.d. codice della privacy. Mentre in passato tale possibilità era circoscritta alle espresse previsioni di legge, oggi sono ricomprese anche le disposizioni regolamentari: il che ha suscitato plurime critiche dottrinali, tese ad evidenziare che “l’attribuzione ad un ministro del potere di decidere dell’ambito di applicazione di deroghe a norme di rango legislativo, svincolandolo in sostanza dall’osservanza di alcune norme di legge, segna uno spostamento verso l’esecutivo di poteri pericolosamente incidenti sui diritti essenziali dell’individuo.”[30]


[1] Cfr. ex plurimis, Viganò, Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il nuovo decreto legge in materia di contrasto al terrorismo, in www.penalecontemporaneo.it, 23 febbraio 2015; Balsamo, Decreto antiterrorismo e riforma del sistema delle misure di prevenzione, ivi, 2 marzo 2015; Cavaliere, Considerazioni critiche intorno al d.l. antiterrorismo, n. 7 del 18 febbraio 2015, ivi, 31 marzo 2015; Colaiocco, Le nuove norme antiterrorismo e le libertà della persona: quale equilibrio?, in Arch. pen. 2015 n. 2; Fasani, Le nuove fattispecie antiterrorismo: una prima lettura, in Dir. pen. proc. 2015, 933 ss.; Leo, Nuove norme in materia di terrorismo, in Garofoli-Treu, Il libro dell’anno del diritto 2016 Treccani; Wenin, L’addestramento per finalità di terrorismo alla luce delle novità introdotte dal d.l. 7/2015, in www.penalecontemporaneo.it, 3 aprile 2015.

[2] In www.neldiritto.it, nonché in www.penalecontemporaneo.it, 30 giugno 2014, con nota di Zirulia, No Tav: la Cassazione fissa i parametri interpretativi in merito alle condotte di attentato ed alla finalità di terrorismo,ed in Cass. Pen., 2015, 2266 ss. con nota di Bendoni, Assalto al cantiere T.A.V. di Chiomonte: non fu terrorismo. L’impostazione tratteggiata nella sentenza (in particolare al § 4) è stata confermata dalla più recente pronuncia Cass., Sez. VI, 30 aprile (dep. 11 agosto) 2015, n. 34782.

[3] Il riferimento dottrinale è a Marinucci-Dolcini, Manuale di diritto penale, III ed., Milano, 2009, 392 s.

[4] Va peraltro segnalato che la medesima pronuncia, al successivo § 5, svolge un approfondito esame dei delitti di attentato, giungendo alla conclusione per cui: “la categoria dei delitti di attentato proponga questioni del tutto analoghe a quelle che hanno dovuto essere affrontate e risolte in materia di tentativo. … l’idoneità e l’univocità degli atti (sono) requisiti necessari anche per le figure in questione. L’assunto, talvolta motivato in base ad una pretesa sovrapponibilità fra tentativo e attentato, è oggi generalmente giustificato quale implicazione essenziale del principio di offensività, e comunque quale condizione necessaria per la tassatività delle fattispecie.”

[5] Lo scopo associativo delineato dall’art. 270, a seguito della riforma intervenuta con l. 2 febbraio 2006, n. 85, è infatti descritto in termini di: “sovvertire violentemente gli ordinamenti economici o sociali costituiti nello Stato ovvero a sopprimere violentemente l’ordinamento politico e giuridico dello Stato”

[6] Così Cass., Sez. V, 23 febbraio (dep. 2 aprile) 2012, n. 12252, in www.penalecontemporaneo.it, 8 maggio 2012, con nota di Valsecchi, La Cassazione sulla nozione di “violenza terroristica”, e sul rapporto fra il reato di associazione sovversiva (art. 270 c.p.) e il reato di associazione terroristica (art. 270 bis c.p.), nonché in Cass. Pen., 2012, 3347 ss. con nota di Barberini, "Sovversivi, non terroristi": la Corte di Cassazione offre una rivoluzionaria interpretazione dell’art. 270-bis.

[7] Si pensi all’ “arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale” ex art. 270-quater, come anche alla fattispecie associativa ex art. 270-bis.

[8] in www.penalecontemporaneo.it, con note di Valsecchi, “Addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale” (art. 270 quinquies c.p.): la prima pronuncia della Cassazione, 20 dicembre 2011, e Piccichè, Il problema del dolo nel reato di addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale: due sentenze a confronto,19 settembre 2012.

[9] L’impostazione ha riscosso il consenso della dottrina dominante (cfr. gli Autori indicati alla nota precedente), contrariamente ad una successiva, isolata, pronuncia della Suprema Corte, che ha individuato l’elemento soggettivo del delitto “nel dolo generico, atteso che la ‘finalità di terrorismo’ menzionata nella disposizione de qua vale a connotare gli atti di violenza e di sabotaggio di servizi pubblici, così come è dato desumere dalla lettera della disposizione e dall’argomento sistematico desumibile dal successivo articolo (rubrica e tenore) art. 270 sexies c.p.” .

[10] Nella propria istruttiva indagine comparatistica tra le normative antiterrorismo tedesca e italiana, Wenin, L’addestramento per finalità di terrorismo, cit., 9, rileva come nei due ordinamenti “da una diversa tecnica di tipizzazione legislativa si perviene infine, tramite un’interpretazione dottrinale e giurisprudenziale, ad una convergenza sostanziale nell’applicazione della regola che pare trovare fondamento nell’esigenza di conciliare la necessità di tutela con i principi ispiratori di una società libera.”

[11] In tal senso Wenin, L’addestramento per finalità di terrorismo, cit., 13.

[12] Così Cavaliere, Considerazioni critiche intorno al d.l. antiterrorismo, cit., 3.

[13] In questi termini, Colaiocco, Le nuove norme antiterrorismo e le libertà della persona, 5.

[14] Cfr. Cavaliere, Considerazioni critiche intorno al d.l. antiterrorismo, cit., 7.

[15] In www.neldiritto.it, nonché in Arch. Pen., 2016, n. 1, con nota di Colaiocco, L’arruolamento per finalità di terrorismo: la prima pronuncia della Suprema Corte.

[16] Cfr. Colaiocco, L’arruolamento per finalità di terrorismo: la prima pronuncia della Suprema Corte, cit., 7 s.

[17] Sui rischi di eccessiva dilatazione del penalmente rilevante in conseguenza della formulazione previgente, cfr. Cavaliere, Considerazioni critiche intorno al d.l. antiterrorismo, cit., 8.

[18] Così Leo, Nuove norme in materia di terrorismo, cit., 2.

[19] Cfr. Colaiocco, L’arruolamento per finalità di terrorismo: la prima pronuncia della Suprema Corte, cit., 6 s., il quale ravvisa le seguenti due possibili ipotesi: “arruolamento per il solo compimento (che poi potrebbe anche mancare) di singoli atti di terrorismo, al di fuori di un programma criminoso riconducibile ad un’apposita organizzazione” e “cellula operativa composta solo da due persone; quando la seconda sia arruolata dalla prima” .

[20] Cfr. Cavaliere, Considerazioni critiche intorno al d.l. antiterrorismo, cit., 5; Leo, Nuove norme in materia di terrorismo, cit., 5.

[21] Cfr. Leo, Nuove norme in materia di terrorismo, cit., 6.

[22] Per un commento a talune recenti applicazioni giurisprudenziali del delitto in parola cfr. Zirulia, ‘La Tav va sabotata’: Erri De Luca assolto dall’accusa di istigazione a delinquere, in www.penalecontemporaneo.it, 8 febbraio 2016; Id., Apologia dell’IS via internet e arresti domiciliari. Prime prove di tenuta del sistema penale rispetto alla nuova minaccia terroristica, ivi, 14 dicembre 2015.

[23] Così Cavaliere, Considerazioni critiche intorno al d.l. antiterrorismo, cit.,12, il quale muove più articolate critiche alla politica criminale seguita in materia di terrorismo: “ormai fa parte del corredo di ogni provvedimento emergenziale l’aggiunta di circostanze aggravanti. Esse traducono – secondo cadenze proprie di un fiscale contrappasso a fini simbolico-repressivi – qualsiasi sfumatura casistica, emotivamente allarmante, di un fatto in mesi ed anni di ulteriore pena detentiva.”

[24] In tal senso Colaiocco, Le nuove norme antiterrorismo e le libertà della persona, cit. 5; Leo, Nuove norme in materia di terrorismo, cit., 6.

[25] Cfr. Cavaliere, Considerazioni critiche intorno al d.l. antiterrorismo, cit.,10.

[26] Cfr. Cavaliere, Considerazioni critiche intorno al d.l. antiterrorismo, cit., 9 s.; Leo, Nuove norme in materia di terrorismo, cit., nt. 5.

[27] Cfr. Cavaliere, op. loc. ult. cit.

[28] Così Balsamo, Decreto antiterrorismo e riforma del sistema delle misure di prevenzione, cit., 5, il quale rileva la continuità tra “i due fenomeni criminali, entrambi caratterizzati da una ibrida polivalenza … da connotati che superano la dimensione delittuosa e svelano la radicata persistenza di modelli culturali di comportamento, dalla compresenza di elementi di innovazione ed elementi di continuità (sicché alla dimensione transnazionale si accompagna il radicamento nei tradizionali contesti di appartenenza), dalla combinazione di attività economiche legali e illegali, dalla intensa potenzialità di destabilizzazione del sistema democratico”.

[29] Cfr. Balsamo, Decreto antiterrorismo e riforma del sistema delle misure di prevenzione, cit., 3, il quale rileva l’analogia della scansione temporale adottata rispetto a quella vigente in materia di DASPO ex art. 6, co. 3, l. 13 dicembre 1989, n. 401. Il medesimo Autore condivide la c.d. giurisdizionalizzazione delle misure di prevenzione in materia di terrorismo, la quale segna il superamento positivo del previgente sistema di listing, che comportava “l’automatico congelamento dei beni a prescindere da qualsiasi accertamento giudiziario, per effetto di decisioni assunte da organismi internazionali e comunitari su impulso di autorità politico-amministrative.” Tale sistema era stato del resto ritenuto in frizione con alcuni principi fondamentali di matrice europea, dalle importanti sentenze della CGUE, Grande Camera, del 3 settembre 2008 in cause C 402/05 P e C 415/05 P (Kadi e Al Barakaat International Foundation c. Consiglio e Commissione) e della CEDU, Grande Camera, 12 settembre 2012 nel caso Nada c. Svizzera. Cfr. Balsamo, op. cit., 6 ss.

[30] Così Cavaliere, Considerazioni critiche intorno al d.l. antiterrorismo, cit., 13.






Condividi