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Articolo di Dottrina



L'ONDIVAGA RILEVANZA DELLA FAMIGLIA DI FATTO NEL DIRITTO PENALE




Guido Di Biase

1. Natura della non punibilità ex art. 384 c.p. e possibilità di un’interpretazione analogica.

Con la recente sentenza del 30 aprile (dep. 4 agosto) 2015, n. 34147,[1] la Seconda Sezione della Corte di Cassazione ha prosciolto un’imputata dal reato di favoreggiamento personale ex art. 378 c.p. compiuto in favore del proprio convivente more uxorio, previa adozione di un’interpretazione estensiva dell’art. 384, co. 1 c.p., in contrasto con l’opinione dottrinale e giurisprudenziale largamente prevalente.[2]

Prima di illustrare le ragioni della decisione e la sua portata nella ricostruzione dello “statuto” penale della famiglia di fatto, appare opportuno esaminare brevemente la disposizione in questione.

L’art. 384 c.p. così dispone: “Casi di non punibilità. [I]. Nei casi previsti dagli articoli 361, 362, 363, 364, 365, 366, 369, 371-bis, 371-ter, 372, 373, 374 e 378, non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore. [II]. Nei casi previsti dagli articoli 371-bis, 371-ter, 372 e 373, la punibilità è esclusa se il fatto è commesso da chi per legge non avrebbe dovuto essere richiesto di fornire informazioni ai fini delle indagini o assunto come testimonio, perito, consulente tecnico o interprete ovvero non avrebbe potuto essere obbligato a deporre o comunque a rispondere o avrebbe dovuto essere avvertito della facoltà di astenersi dal rendere informazioni, testimonianza, perizia, consulenza o interpretazione.”

Detta disposizione prevede due distinte cause di non punibilità, riferite ad un’elencazione tassativa di delitti contro l’amministrazione della giustizia: l’una ricorrente allorché il fatto sia stato compiuto in virtù della stringente necessità di salvare sé medesimo od un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore; l’altra imperniata sulle dichiarazioni mendaci rilasciate da un soggetto che, per legge, non avrebbe dovuto essere ascoltato, né essere obbligato a deporre, ovvero non sia stato avvertito della possibilità di astenersi.

Pur se contrassegnate da un’analoga ratio, le due ipotesi hanno ambiti di applicazione soggettivi differenti: la prima è focalizzata sulla nozione di “prossimi congiunti”, così come definita dall’art. 307, co. 4 c.p., mentre la seconda è perimetrata in relazione delle disposizioni processuali che esonerano taluno dall’adempiere alle richieste dell’Autorità giudiziaria (o del difensore). La diversa estensione delle due ipotesi si manifesta in tutta la propria evidenza in relazione ai c.d. conviventi more uxorio. Pur beneficiando senz’altro della non punibilità sancita dal secondo comma[3] – in quanto titolari della facoltà di astenersi dalla deposizione, ai sensi dell’art. 199, co. 3, lettera a), c.p.p. – i medesimi sembrerebbero esclusi dall’applicazione del primo comma, in quanto non ricompresi tra i prossimi congiunti dalla previsione definitoria ex art. 307, co. 4, c.p.[4]

Al fine di vagliare la plausibilità di tale disparità di trattamento, nonché la possibilità di determinarne il superamento in via ermeneutica, appare opportuno indagare previamente la controversa natura della non punibilità stabilita dall’art. 384, c.p.

A discapito della rubrica della disposizione, non si registrano opinioni inclini a ravvisarvi una causa di non punibilità in senso stretto: a fondamento della previsione non si ravvisano infatti le “ragioni di opportunità politico-criminale” che caratterizzano la categoria, contrassegnata dall’esclusione della punibilità in virtù di considerazioni esterne al fatto di reato.

L’orientamento in passato prevalente configurava la fattispecie come una causa di giustificazione, intendendola per lo più come species dello stato di necessità ex art. 54 c.p., anche in virtù dell’assonanza letterale tra le due disposizioni (tese entrambe ad escludere la responsabilità di chi abbia agito costretto dalla necessità di scongiurare un grave nocumento):[5] il che ha indotto taluni autori a subordinare l’applicazione dell’art. 384 c.p. alla non volontarietà del pericolo, nonostante il silenzio della disposizione sul punto.[6]

Una diversa opinione – che appare oggi tributaria del maggior numero di consensi – ravvisa nella disposizione controversa una causa scusante, in quanto imperniata sulla considerazione della particolare situazione emotiva vissuta dal soggetto, tale da rendere inesigibile l’osservanza del precetto penale.[7] In altri termini, alla base della non punibilità vi sarebbe la considerazione della drammaticità dell’alternativa tra collaborare all’ammini­strazione della giustizia e pregiudicare i propri cari, la quale svelerebbe l’inesigibilità di una condotta rispettosa della legge nella situazione data.

Ad ogni modo, la definizione della natura giuridica dell’istituto non risolve di per sé il problema della sua applicabilità ai casi non espressamente considerati, la cui soluzione è affidata ai principi generali del diritto penale.

Come è noto, l’art. 14 delle disposizioni sulla legge in generale esclude l’applicazione analogica delle leggi penali ed eccezionali, le quali potranno al più essere rese oggetto di interpretazione estensiva, mediante attribu­zione alla disposizione di un significato comunque riconducibile al suo tenore letterale, ancorché non immediatamente desumibile da esso.[8] Come è altrettanto noto, il divieto di analogia in materia penale, esplicitato dal citato art. 14, è comunemente considerato dotato di valenza costituzionale, in quanto desumibile dal principio di legalità ex art. 25, co. 2, Cost.

Orbene, se un orientamento rigoroso (per lo più superato) riferiva il divieto di analogia all’intera materia penale (attribuendo al principio di legalità la precipua funzione di riservare al Parlamento l’intera regolamentazione della potestà sanzionatoria),[9] l’opinione maggio­ritaria ne circoscrive l’ambito di applicazione alle sole disposizioni punitive, sottolineando la dimensione garantistica del principio di legalità, finalizzata ad assicurare la previa conoscibilità delle norme sanzionatorie, così da preservare la autodeterminazione dei singoli: detta seconda interpretazione troverebbe conforto nello stesso tenore letterale dell’art. 25, co. 2, Cost. (“nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”).[10]

Se è dunque indiscussa la cogenza del divieto di analogia in malam partem, è a tutt’oggi controversa la legittimità di un intervento analogico in bonam partem, del quale risultano peraltro incerti i confini.

Tra coloro che ammettono una tale interpretazione in senso favorevole al reo, è pacifica la possibilità di applicare analogicamente le cause di giustificazione, ritenute espressione di principi generali dell’intero ordinamento. Di converso, l’opinione maggioritaria esclude l’estensione analogica delle cause di non punibilità in senso stretto e delle c.d. scusanti, in quanto reputate di natura eccezionale, tale da precluderne l’applicazione a casi non espressamente contemplati, ai sensi dell’art. 14 Preleggi.

Tale conclusione è tuttavia posta in dubbio da un sempre più folto orientamento dottrinale che, pur condividendo la natura eccezionale delle cause di non punibilità in senso stretto, giunge a diversa conclusione in relazione alle c.d. scusanti, reputate manifestazione di un generale principio di inesigibilità efficacemente espresso dal brocardo ad impossibilia nemo tenetur. Se il principio in parola non può dirsi in grado di alimentare una causa extralegale di esclusione della punibilità operante ogni­qualvolta le circostanze concrete rendano estremamente difficoltoso il rispetto del precetto penale (come pure adombrato da dottrina risalente[11]), lo stesso consentirebbe tuttavia l’estensione analogica delle scusanti, costituenti applicazioni positive del principio in parola.[12]

Alla luce di tali coordinate, può essere vagliata la possibilità di interpretare analogicamente l’art. 384, co. 1, c.p., al fine di ricomprendervi i conviventi more uxorio.

Senza dubbio, l’ascrizione dell’istituto alle cause di giustificazione agevolerebbe una siffatta operazione estensiva, attesa la certa rispondenza delle scriminanti ai principi generali dell’ordinamento. Ciò nondimeno, si è visto come l’opinione oggi maggioritaria evochi la categoria delle scusanti, valorizzando a ragione la matrice psicologica della non punibilità.

Un primo orientamento non ritiene tale qualificazione ostativa all’applicazione dell’art. 384, co. 1, c.p. ai conviventi more uxorio, interpretando la disposizione come espres­sione del principio generale di inesigibilità, nonché sottolineando la piena identità di stato d’animo tra soggetti coniugati e persone stabilmente conviventi, innanzi alla drastica alternativa tra l’adempimento di un dovere penalmente sanzionato e la protezione dei propri affetti.[13]

Ciò nondimeno, l’opinione maggioritaria opina in senso contrario, attribuendo alla disposizione valenza eccezionale, in ragione dell’individuazione tassativa tanto dei soggetti legittimati quanto dei reati non punibili. In definitiva, pur rilevando l’opportunità di estendere la previsione ai conviventi more uxorio, la dottrina e la giurisprudenza dominante reputano impraticabile un’inter­pretazione correttiva, invocando l’intervento del legislatore.[14]

2. La giurisprudenza costituzionale in materia.

La ritenuta impossibilità di estendere in via interpretativa la scusante alle coppie di fatto ha condotto alla reiterata rimessione della questione alla Corte Costituzionale, la quale ha sempre sposato la soluzione negativa,[15] sulla base delle seguenti motivazioni.

In primo luogo, la Consulta ha ritenuto che la questione esulasse dai limiti della propria cognizione. Dal momento che l’art. 25, co. 2 Cost. attribuisce in via pressoché esclusiva al Parlamento la regolamentazione della materia penale, la Corte Costituzionale si è costan­temente ritenuta legittimata a intervenirvi soltanto laddove la discrezionalità legislativa trasmodasse nella irragionevolezza o nell’arbitrio,[16] dando luogo a un’antinomia rimovibile soltanto mediante radicale caducazione della disposizione censurata: ove invece la rilevata illegittimità appaia astrattamente eliminabile mediante una pluralità di interventi eterogenei, la Consulta ha sempre respinto le questioni, adducendo l’esclusiva competenza del legislatore in materia.[17]

In particolare, l’opzione legislativa sottesa all’art. 384, co. 1, c.p. non è parsa viziata da irragionevolezza, alla luce di due concorrenti rilievi.

In primo luogo, pur enunciando che la famiglia di fatto riveste sicuro rilievo costituzionale, costituendo una formazione sociale ex art. 2 Cost., la Consulta ha sempre riconosciuto la ragionevolezza di una disparità di trattamento rispetto alla famiglia fondata sul matrimonio, dotata di copertura costituzionale privilegiata ai sensi dell’art. 29 Cost. La maggiore stabilità insita a quest’ultima (pur a seguito del venir meno dell’indissolubilità del matrimonio) giustifica dunque una regolazione differente, avendo riguardo anche alla circostanza per cui la diversità di regime giuridico trova giustificazione nella stessa volontà delle parti, laddove hanno liberamente ritenuto di non contrarre matrimonio, così privilegiando un’unione scevra dei vincoli giuridici connaturati a quest’ultimo. L’equiparazione delle unioni affettive sotto il profilo della non punibilità ex art. 384 c.p. non sarebbe dunque costituzionalmente necessaria[18], né potreb­bero trarsi elementi in tal senso dalle sporadiche disposizioni che parificano le due condizioni (come ad esempio l’art. 199 c.p.p.), le quali dimostrerebbero piuttosto “che, quando il legislatore ha inteso attribuire rilevanza giuridica al rapporto di convivenza, anziché intervenire sulla definizione generale della nozione di ‘prossimi congiunti’ contenuta nell’art. 307, quarto comma, cod. pen. includendovi anche il convivente, ha ritenuto di operare scelte selettive e mirate a casi determinati.”[19]

Può essere incidentalmente rilevato come gli argomenti spesi della Consulta risultino del tutto in linea con le motivazioni adottate nella generalità dei giudizi di costituzionalità aventi ad oggetto pretese disparità di trattamento tra la famiglia di fatto e quella fondata sul matrimonio. Nell’assoluta maggioranza dei casi, la Corte ha emanato pronunce di accoglimento soltanto laddove emergesse un trattamento deteriore dei figli nati da genitori non sposati,[20] atteso che, in assenza di prole, la diversità di regime giuridico non è reputata irragionevole,[21] in quanto riferibile ad una precisa scelta dei conviventi, laddove hanno reputato di non sposarsi.[22] (omissis)

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[1] In www.neldiritto.it, nonché in www.penalecontemporaneo.it, con note di Esposito, Ritornare ai fatti. La materia del contendere quale nodo narrativo del romanzo giudiziario, 2 ottobre 2015 e Visconti, I giudici di legittimità ancora alle prese con la “mafia silente” al nord: dicono di pensarla allo stesso modo, ma non è così, 5 ottobre 2015.

[2] Cfr. per tutti Prudenzano, Riflessioni a margine di una recente estensione della causa di non punibilità prevista dall’art. 384, co. 1 c.p. ai conviventi more uxorio, in www.penalecontemporaneo.it, 30 novembre 2015, e ivi ampi riferimenti dottrinali e giurisprudenziali. Sull’argomento, cfr. ex plurimis Bartoli, Unioni di fatto e diritto penale, in Riv. it. dir. proc. pen., 2010, 1599 ss.; Beltrani, La (mutevole) rilevanza penale della famiglia di fatto nel diritto penale, 2008, 2860; Id., Ancora sulla (mutevole) rilevanza penale della famiglia di fatto: prime aperture giurisprudenziali, in Cass. pen., 2011, 1029; Bertolino, La famiglia, le famiglie: nuovi orizzonti della tutela penale, in Riv. it. dir. proc. pen., 2008, 572; Fierro Cenderelli, voce Famiglia (rapporti di famiglia nel diritto penale), in Dig. disc. pen., vol. V, Torino, 1991, 131; Manna, L’art. 384 c.p. e la "famiglia di fatto": ancora un ingiustificato "diniego di giustizia" da parte della Corte costituzionale?, in Giur. cost., 1996, 90 ss.; Prosdocimi, Prospettive etiche e tutela di beni giuridici in materia di coppie di fatto: osservazioni di un penalista, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2007, 31; Roiati, Lo statuto penale del coniuge separato, del divorziato e della persona ‘comunque convivente’ nell’orizzonte della famiglia ‘liquida’, in Riv. it. dir. proc. pen., 2014, 1440 ss.

[3] Cfr. ex plurimis Cass., Sez. V, 30 maggio 2012, n. 40912.

[4] In base al quale:“Agli effetti della legge penale, s’intendono per prossimi congiunti gli ascendenti, i discendenti, il coniuge, i fratelli, le sorelle, gli affini nello stesso grado, gli zii e i nipoti: nondimeno, nella denominazione di prossimi congiunti, non si comprendono gli affini, allorché sia morto il coniuge e non vi sia prole.”

[5] Cfr. in tal senso Antolisei, Manuale di diritto penale. Parte speciale, XV ed. a cura di Grosso, II, Milano, 2008, 238; Vassalli, voce Cause di non punibilità, in Enc. dir., VI, Milano, 1960, 635.

[6] Cfr. ex plurimis Cass., sez. VI, 13 novembre 1989: “la causa di non punibilità di cui all’art. 384 c.p. postula lo stato di necessità, cioè una situazione non determinata dal soggetto attivo, e pertanto essa non può essere invocata quando la situazione di pericolo sia stata volontariamente posta in essere dallo stesso agente.”

[7] Cfr. in tal senso per tutti Romano, Commentario sistematico del codice penale, Milano, 2004, 524, al quale si rinvia per la definizione delle tre diverse non punibilità del sistema. Cfr. nello stesso senso Bartoli, Unioni di fatto e diritto penale, cit., 1599 ss.; Manna, L’art. 384 c.p. e la "famiglia di fatto": ancora un ingiustificato "diniego di giustizia" da parte della Corte costituzionale?, cit., 90 ss In giurisprudenza, accoglie la tesi della scusante, ex plurimis, Cass., SS.UU., 29 novembre 2007, n. 7208.

[8] Cfr. Romano, Commentario sistematico del codice penale, cit., 48.

[9] Cfr. Pannain, Manuale di diritto penale, Torino, 1967, 142 ss.

[10] Cfr. Romano, Commentario sistematico del codice penale, cit., 47.

[11] Cfr. Garofoli, Manuale di diritto penale, parte generale, XII Ed., 2016, 190 ss.

[12] Cfr. Manna, L’art. 384 c.p. e la "famiglia di fatto": ancora un ingiustificato "diniego di giustizia" da parte della Corte costituzionale?, cit., 90 ss.

[13] Cfr. in tal senso Cfr. Manna, L’art. 384 c.p. e la "famiglia di fatto": ancora un ingiustificato "diniego di giustizia" da parte della Corte costituzionale?, cit., 90 ss.

[14] Cfr. ex plurimis Prudenzano, Riflessioni a margine di una recente estensione della causa di non punibilità prevista dall’art. 384, co. 1 c.p. ai conviventi more uxorio,cit., 12 ss.

[15] Cfr. C. Cost., decisioni nn. 237 del 1986, 352 del 1989, 8 del 1996, 121 del 2004 e 140 del 2009.

[16] Così da ultimo C. Cost., 23 settembre 2015, n. 198.

[17] Cfr. da ultimo C. Cost., 7 ottobre 2015, n. 223.

[18] In tal senso C. Cost. n. 121 del 2004.

[19] Così C. Cost. n. 140 del 2009.

[20] Cfr. in tal senso C. Cost. n. 404 del 1988, che ha dichiarato incostituzionale l’art. 6, l. 392 del 1978 “nella parte in cui non prevede la successione nel contratto di locazione al conduttore che abbia cessato la convivenza, a favore del già convivente quando vi sia prole naturale”; C. Cost. n. 559 del 1989, riferita alla successione nel contratto in relazione agli alloggi di edilizia residenziale pubblica; C. Cost. n. 203 del 1997, riferita all’abrogata l. n. 943 del 1986, “nella parte in cui non prevede, a favore del genitore straniero extracomunitario, il diritto al soggiorno in Italia, sempreché possa godere di normali condizioni di vita, per ricongiungersi al figlio, considerato minore secondo la legislazione italiana, legalmente residente e convivente in Italia con l’altro genitore, ancorché non unito al primo in matrimonio.”; C. Cost. n. 86 del 2009, che ha censurato “l’art. 85, primo comma, numero 2, del d.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124 (Testo unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali), nella parte in cui, nel disporre che, nel caso di infortunio mortale dell’assicurato, agli orfani di entrambi i genitori spetta il quaranta per cento della rendita, esclude che essa spetti nella stessa misura anche all’orfano di un solo genitore naturale”. È in questo senso significativa anche C. Cost. n. 166 del 1998, che pur respingendo le sollevate censure agli artt. 151 e 155 c.c. ebbe a chiarire che “la tutela del minore attraverso l’assegnazione in godimento dell’abitazione, oltre che la determinazione di una somma dovuta per il suo mantenimento - é immanente nell’ordinamento e deve essere attuato sulla base di una interpretazione sistematica degli artt. 261, 147 e 148 del codice civile in correlazione con l’art. 30 della Costituzione, senza necessità dell’intervento caducatorio di questa Corte.”

[21] Cfr. C. Cost. n. 310 del 1989, in materia successoria; C. Cost. n. 2 del 1998, sull’art. 2941 c.c.; C. Cost. n. 461 del 2000, in tema di pensione di riversibilità; C. Cost. n. 7 del 2010, in punto di successione nel contratto di locazione. Su quest’ultimo punto, è stata pronunciata la – a quanto consta unica – sentenza di accoglimento volta a dare rilevanza alla convivenza more uxorio in assenza di prole. La già citata pronuncia C. Cost. n. 404 del 1988 ha infatti caducato l’art. 6, l. 392 del 1978 “nella parte in cui non prevede tra i successibili nella titolarità del contratto di locazione, in caso di morte del conduttore, il convivente more uxorio”, irragionevolmente esclusi da una disposizione che mira a salvaguardare non la famiglia fondata sul matrimonio, bensì la condizione di convivenza (a tenore della disposizione, infatti, “in caso di morte del conduttore, gli succedono nel contratto il coniuge, gli eredi ed i parenti ed affini con lui abitualmente conviventi”.

[22] Rilievo che peraltro non si attaglia alle coppie omosessuali conviventi, le quali non hanno un’analoga scelta in quanto non ammesse al matrimonio in Italia, pur essendo annoverate tra le formazioni sociali ex art. 2 Cost. (cfr. C. Cost. n. 138 del 2010).






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