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Articolo di Dottrina



LA RIFORMA DELLE FALSE COMUNICAZIONI SOCIALI E LA PERDURANTE RILEVANZA DEL C.D. FALSO VALUTATIVO



Il dibattito giurisprudenziale sfociato nella decisione a Sezioni Unite n. 22474/2016

Guido Di Biase

SOMMARIO: 1. Il quadro previgente. – 2. Le novità della legge 27 maggio 2015, n. 69. – 3. L’individuazione dei “fatti materiali rilevanti”. – 4. La rilevanza penale del falso valutativo e successione di leggi nel tempo. – 5. Fatti di lieve entità e fatti di particolare tenuità.

1. Il quadro previgente.

La legge 27 maggio 2015, n. 69 ha ampiamente innovato gli artt. 2621 e 2622 c.c. in tema di false comunicazioni sociali, così dando luogo ad una riforma a lungo attesa, seppur non scevra di profili problematici.

Come è noto, la disposizione previgente risultava dalla riformulazione dell’art. 2621 n. 1 c.c. [1] (nel testo risalente all’emanazione del codice civile[2]) ad opera del d. lgs. 11 aprile 2002, n. 61, solo marginalmente innovata dalla successiva legge 28 dicembre 2005, n. 262.

Come è altrettanto noto, il decreto legislativo in parola aveva messo in atto “un palese disegno di compressione dell’area del penalmente rilevante”[3] in materia societaria, riscrivendo pressoché integralmente il Titolo XI del Libro V del codice civile nel segno della “patrimonializzazione” e “privatizzazione” della materia, mediante trasformazione della quasi totalità delle fattispecie da reati di pericolo in reati di danno ed ampia previsione della procedibilità a querela, come anche di cause di estinzione del reato in caso di tempestiva riparazione dei pregiudizi arrecati: il tutto accompagnato dalla sensibile mitigazione del trattamento sanzionatorio.

Ciascuna delle tendenze illustrate trova corrispondenza nella risposta penale riservata alle false comunicazioni sociali in seguito al 2002, destinataria delle pressoché unanimi critiche dottrinali,[4] tese ad evidenziare come il legislatore ne avesse “soffocato l’incrimina­zione sin quasi … all’asfissia”,[5] optando per una “sostanziale depenalizzazione dell’ille­cito”[6] nel segno di una controriforma che scalza quella che sul piano della teoria e della prassi era la pietra d’angolo del diritto penale societario, al punto di mettere in forse la stabilità e la legittimazione dell’intero edi­ficio.”[7]

Nei suoi tratti essenziali, la riforma del 2002 aveva comportato la suddivisione della generale previsione del previgente art. 2621 n. 1 in tre distinte figure di reato, accomunate dalla descrizione del fatto tipico e distinte sul piano sanzionatorio: ad un’ipotesi contravven­zionale delineata dal novellato art. 2621 c.c., si accompagnava una fattispecie delittuosa perseguibile a querela allorché fosse stato cagionato un danno ai soci o ai creditori (cfr. l’art. 2622 c.c.), destinata a lasciare il passo ad un’incriminazione più severa, perseguibile d’ufficio, nel caso di società con azioni quotate in mercati regolamentati (cfr. l’art. 2622, co. 3 c.c.).[8]

In estrema sintesi, le più rilevanti novità introdotte nel 2002 alla descrizione del fatto tipico sono le seguenti.

1) La perimetrazione delle comunicazioni sociali la cui falsità assume rilevanza penale, circoscritte a quelle previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, in guisa da estromettere le comunicazioni rivolte ad altri soggetti, ovvero le esternazioni atipiche (ad es. conferenze stampa) o imposte da atti amministrativi (si pensi ai regolamenti CONSOB);

2) la sostituzione della locuzione “fatti non rispondenti al vero” con quella di “fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni”, sulla quale si tornerà infra, ai paragrafi 3 e 4;

3) l’eliminazione dell’avverbio “fraudolen­temente” in favore della duplice previsione del dolo specifico e del dolo intenzionale, esigendo una falsificazione compiuta “con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto”;

4) la precisazione che la condotta sia posta in essere “in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari”;

5) l’esclusione della punibilità ove le falsità non alterino “in modo sensibile” la rappre­sentazione della situazione di fatto, ovvero comunque determinino una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento, ovvero ancora si tratti di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.[9]

Detta incisiva delimitazione dell’area del penalmente rilevante – rimasta pressoché invariata fino al maggio 2015[10] – è apparsa di dubbia compatibilità con la Carta fondamentale e con il diritto dell’Unione Europea. Tuttavia, le rispettive censure sono state respinte dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, non tanto sulla base della relativa infondatezza, quanto in ragione di limiti intrinseci alla rispettiva cognizione: la Consulta ha dichiarato la questione inammissibile in quanto “l’art. 25 Cost., il quale … nell’affermare il principio secondo cui nessuno può essere punito se non in forza di una legge entrata in vigore prima del fatto commesso, esclude che la Corte costituzionale possa introdurre in via additiva nuovi reati o che l’effetto di una sua sentenza possa essere quello di ampliare o aggravare figure di reato già esistenti, trattandosi di interventi riservati in via esclusiva alla discrezionalità del legislatore”;[11] la Corte di Giustizia ha invece evidenziato come, anche laddove risultasse che la riforma degli artt. 2621 e 2622 c.c. non soddisfi l’obbligo di “adeguatezza delle sanzioni” imposto dalle direttive comunitarie sul diritto societario, il giudice non potrebbe disapplicarla, “poiché una direttiva non può avere come effetto, di per sé e indipendentemente da una legge interna di uno Stato membro adottata per la sua attuazione, di determinare o aggravare la responsabilità penale degli imputati.”[12]



[1] La disposizione recava altresì dei numeri 2) e 3), volti a punire rispettivamente l’illegale ripartizione di utili e di acconti sui dividendi, tratteggiando fattispecie penali oggi contemplate dall’art. 2627 c.c., il quale predispone un trattamento sanzionatorio ben più tenue rispetto a quello in precedenza previsto (l’arresto fino a un anno in luogo della reclusione fino a cinque anni, congiunta a pena pecuniaria), peraltro assistito da una causa di estinzione del reato in caso di restituzione degli utili o ricostituzione delle riserve prima del termine previsto per l’approvazione del bilancio.

[2] “Salvo che il fatto costituisca reato più grave sono puniti con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa … 1)I promotori, i soci fondatori, gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i liquidatori, i quali nelle relazioni, nei bilanci o in altre comunicazioni sociali fraudolentemente espongono fatti non rispondenti al vero sulla costituzione o sulle condizioni economiche della società o nascondono in tutto o in parte fatti concernenti le condizioni medesime.” Sulla primigenia formulazione della disposizione cfr. per tutti Pedrazzi, (voce) Società commerciali (disciplina penale), in Dig. disc. pen., XIII, Torino, 1998, 352 ss.

[3] Così Romano, Irretroattività della legge penale e riforme legislative: reati tributari e false comunicazioni sociali, in Riv. It. Dir. Proc. Pen., 2002, 1266.

[4] Cfr. per tutti Crespi, Le false comunicazioni sociali: una riforma faceta e Pedrazzi, In memoria del falso in bilancio, entrambi in Riv. Soc., 2001, rispettivamente 1345 ss. e 1369 ss.

[5] Così Romano, op. loc. ult. cit.

[6] Così Crespi, op. cit., 1359, il quale ravvisa nei nuovi profili sanzionatori “una singolare ‘indulgenza plenaria’ non altrimenti spiegabile se non nell’unico intento di propiziare al meglio l’avvento gioioso della prescrizione del reato.”

[7] Così Pedrazzi, In memoria, cit., 1370.

[8] Vanno riportati gli acuminati rilievi formulati sul punto da Pedrazzi, op. loc. ult. cit., il quale rileva una “metamorfosi, quest’ultima, dal sapore dissacrante: la riduzione del delitto a contravvenzione è misura non meno estrema, in chiave simbolica, di una pura e semplice depenalizzazione. Al di là dei corollari applicativi (p. es. sulla durata della prescrizione) si affievolisce il messaggio della norma incriminatrice: l’illecito viene confinato in un ambito bagatellare che solo un esile diaframma, sempre più precario e problematico, separa dal settore dell’illecito amministrativo, in costante incremento. Il contenuto sostanziale (la ratio puniendi) ne esce banalizzato: quella che era l’aggressione di un fascio di interessi corposi, ancorché diffusi, degrada nel comune modo di vedere a manifestazione di indisciplina, a disturbo epidermico della convivenza. Il senso è fin troppo chiaro: viene soppresso il bene giuridico dell’informazione societaria, nei suoi parametri di veridicità e di compiutezza, radicato in ultima analisi nel ‘risparmio’ dell’art. 47 Cost. Residua la tutela di un interesse patrimoniale individuale, sul quale incide l’evento di danno. Incidenza individuale - si noti - anche in caso di pluralità di danneggiati, ciascuno dei quali risente un proprio distinto pregiudizio. Doppione, in definitiva, della tutela patrimoniale già assicurata dalle classiche incriminazioni del codice penale. Una degradazione che rischia di travolgere per intero la penalizzazione del falso societario e di lanciare ai mercati un segnale poco incoraggiante sull’affidabilità di una piazza finanziaria. Rischio, inoltre, di dare spazio a un ‘paradiso’ di nuovo genere: non fiscale, come quelli risaputi, ma allettante per gli operatori inclini alla penombra. In controtendenza, non occorre dire, dagli ossequi tuttora tributati alla ‘trasparenza’ e dalle fin troppo note urgenze preventive”.

[9] Sulla natura delle soglie in questione cfr. per tutti Romano, Teoria del reato, punibilità, soglie espresse di offensività (e cause di esclusione del tipo), in Studi in onore di Giorgio Marinucci, Milano, 2006, 1726 ss., il quale confuta la tesi della causa di non punibilità, rilevando come le soglie in parola non trovino ragione in circostanze di opportunità esterne al reato, quanto piuttosto nella volontà legislativa di delimitare il tipo criminoso. Al contempo, la menzione delle soglie in un contesto separato dalla descrizione del fatto ne comporterebbe l’estromissione dall’oggetto del dolo, salva la rilevanza del putativo ai sensi dell’ampia previsione dell’art. 59, co. 4, c.p. L’Autore riserva all’istituto la denominazione di “cause di esclusione del tipo”. Conferma l’inerenza delle soglie al fatto tipico anche C. Cost. 1 giugno 2004, n. 161.

[10] Le novità introdotte dalla legge 28 dicembre 2005, n. 262 sembrano infatti esaurirsi: nell’inserimento del “dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari” tra i soggetti attivi; nella previsione di una (problematica) sanzione amministrativa in caso di mancato superamento delle soglie di punibilità (cfr. gli ultimi commi dei previgenti artt. 2621 e 2622 c.c.); nella sostituzione della pena comminata dall’art. 2621 c.c. con l’arresto fino a due anni (anziché fino a un anno e sei mesi); nell’introduzione dell’aggravante del “grave nocumento ai risparmiatori” nell’art. 2622 c.c.

[11] Così C. Cost. 1 giugno 2004, n. 161, cit.

[12] Così CGUE, 3 maggio 2005, in causa C-387/02, Berlusconi et al.

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