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Articolo di Dottrina



PER I NUOVI AVVOCATI VA RIDISEGNATA L’OFFERTA FORMATIVA



IL SOLE 24 ORE, 8 ottobre 2014 - Roberto Garofoli

Roberto Garofoli

SOLE 24 ORE, 8 ottobre 2014

Roberto Garofoli

Per i nuovi avvocati va ridisegnata l’offerta formativa

Quali avvocati servono ai cittadini e alle imprese? Quali profili professionali possono migliorare sensibilmente il funzionamento della giustizia italiana? Da troppi anni Doing Business Project, l’indagine della Banca Mondiale che mira a misurare il grado di efficacia del sistema normativo per lo sviluppo delle imprese nei diversi Paesi, registra tra i fattori di debolezza strutturale del nostro sistema economico i tempi della giustizia civile. Lo scorso anno su 185 paesi l'Italia occupava la posizione 103 nel ranking sui tempi di risoluzione delle dispute commerciali. Nel rapporto la Banca Mondiale raccomanda tra l'altro una più adeguata formazione di giudici e cancellieri. E’ tuttavia importante che tutti i professionisti del diritto siano chiamati a ripensarsi ed aggiornarsi.

E’ un tema di drammatica attualità essendo evidente che ci sia una frattura tra quel che oggi offre il percorso di formazione e quel che richiede il mercato delle professioni legali. Una frattura dimostrata da numeri allarmanti relativi alle difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro dei giovani laureati e, ancor prima, al calo delle immatricolazioni (con un -22% per il 2014, come rilevato dal Consiglio universitario nazionale), dovuto quest'ultimo ad una perdita di prestigio della storica facoltà di giurisprudenza cui è possibile ovviare solo ripensando il sistema di formazione, rendendolo idoneo a costruire una moderna, competente e specializzata figura professionale.

Un’efficace strategia non può concentrarsi tuttavia solo sugli aspetti di tipo “quantitativo” (pure non irrilevanti) che connotano la consistenza dell'avvocatura. Certo, l’Italia, con i suoi oltre 230.000 avvocati presenta numeri di gran lunga superiori rispetto a quelli espressi dagli altri paesi europei: 58.000 in Francia, 163.000 in Germania, 144.000 in Spagna, secondo i dati del Consiglio degli ordini forensi d’Europa diffusi nel giugno scorso. Numeri ritenuti, da più parti, tra i fattori di inefficienza del sistema giustizia, causa di un tendenziale incremento del contenzioso e di una maggiore litigiosità.

Non meno centrale è il profilo “qualitativo” relativo al percorso di formazione e sviluppo professionale oggi previsto. Occorre chiedersi se lo stesso è adeguato rispetto:

· alle evoluzioni continue e significative che le trasformazioni in atto imprimono al contenuto stesso delle elaborazioni giuridiche (si pensi all’impatto del web sulle modalità di tutela della privacy o della proprietà intellettuale);

· al mutamento del ruolo stesso che l'Avvocatura è chiamata a svolgere, impegnata come è non più solo nella tradizionale funzione di difesa processuale, ma anche in quella, da un lato, dell'alta consulenza, dall'altro, della soluzione non giudiziale e preventiva dei conflitti (il riferimento è agli istituti della mediazione, della negoziazione assistita, dell'arbitrato);

· all'esigenza che il professionista del diritto sia sempre più attrezzato a muoversi in un ordinamento non solo nazionale, condizionato come è da plurime discipline sovranazionali, destinate a comportare il superamento di principi e il ribaltamento di istituti a lungo considerati dogmi intoccabili.

Attesa la sempre più significativa presenza di professionisti stranieri nel mercato italiano, c'è inoltre da chiedersi se il sistema di formazione sia adeguato a preparare professionisti in grado di conquistare "mercati" diversi da quello nazionale.

Per vero, la riforma della professione forense (legge n. 247/12) è intervenuta sulla disciplina dell’accesso alla stessa e ha ribadito la necessità di una formazione continua dell’avvocato. Nello stesso senso si muove il recente regolamento recante disposizioni per il conseguimento del titolo di “avvocato specialista”, trasmesso qualche giorno fa alle Camere dal Ministro Orlando. Si tratta, tuttavia, di interventi che attengono ad una fase troppo avanzata del percorso formativo, non incidendo significativamente, invece, sulla formazione universitaria e post universitaria, di cui è opportuno un ripensamento.

Un’analisi benchmark degli ordinamenti più affini al nostro, Francia in testa ma anche Germania, offre molti spunti utili al riguardo.

Quei sistemi– pure con percorsi differenziati – presentano significative caratteristiche cui guardare con interesse: una strutturale integrazione, già negli stadi iniziali del percorso di formazione, tra profili teorici e pratici, entrambi oggetto di una rigida valutazione; una notevole attenzione alle tecniche di risoluzione alternativa delle controversie; un peculiare rilievo riconosciuto alla conoscenza delle lingue straniere, utile nella prospettiva dell’internazionalizzazione propria di una moderna figura di professionista legale; meccanismi volti a contenere il rischio di un accesso illimitato e incontrollato alla professione.

I temi indicati vanno posti con più forza al centro del dibattito istituzionale e dell’agenza politica perché centrali nel promuovere un’azione che faccia del sistema giustizia una leva della ripresa economica del Paese. Senza un cambiamento nella formazione non basterà intervenire sul law making con soluzioni che, pure utili a scalare qualche posizione nelle classifiche anno per anno, non necessariamente sono di tipo strutturale.

Sono queste le ragioni per le quali è urgente stimolare un dibattito pubblico (per vero piuttosto sopito) attorno alla ridefinizione in chiave moderna della figura dell'avvocato, quale attore centrale e determinante del sistema giustizia, anche promuovendo quel dialogo - tra chi forma il professionista del diritto e chi se ne deve avvalere - spesso assente durante il percorso di formazione e aggiornamento.






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