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Articolo di Dottrina



LE RECENTI VICENDE DEL RICORSO STRAORDINARIO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA



(ovvero dell’incerta natura di un ipotetico rimedio giurisdizionale)

Alessandro AULETTA

Sulla compatibilità costituzionale (attesa la sua pertinenza all’oggetto della delega legislativa) dell’art. 7, comma 8, del Codice del processo amministrativo (Corte Cost., 2 aprile 2014, n. 73).

1. L’art. 69, comma 1, della legge 18 giugno 2009, n. 69 (Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile) ha modificato il testo dell’art. 13, primo comma, del d.P.R. 24 novembre 1971, n. 1199 (Semplificazione dei procedimenti in materia di ricorsi amministrativi), stabilendo che l’organo competente ad esprimere il parere sul ricorso straordinario al Capo dello Stato può sollevare questione di legittimità costituzionale che non risulti manifestamente infondata. Detta disposizione, contenuta in una legge ordinaria, è coerente con i criteri posti dall’art. 1 della legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1, ai sensi del quale la questione di legittimità costituzionale deve essere rilevata o sollevata «nel corso di un giudizio» e deve essere ritenuta non manifestamente infondata da parte di un «giudice».

2. In ragione delle modifiche apportate dall’art. 69, secondo comma, della legge n. 69 del 2009, all’art. 14 del d.P.R. n. 1199 del 1971, l’acquisita natura vincolante del parere del Consiglio di Stato, che assume così carattere di decisione, ha conseguentemente modificato l’antico ricorso amministrativo, trasformandolo in un rimedio giustiziale, che è sostanzialmente assimilabile ad un “giudizio”, quantomeno ai fini dell’applicazione dell’art. 1 della legge cost. n. 1 del 1948 e dell’art. 23 della legge n. 87 del 1953.

3. Va escluso che l’art. 7, comma 8, del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, si riferisca ad un oggetto estraneo alla delega per il «riassetto della disciplina del processo amministrativo», contenuta nell’art. 44 della legge n. 69 del 2009, atteso che la medesima legge ha profondamente modificato la disciplina del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, rendendo vincolante il parere del Consiglio di Stato e consentendo che in tale sede vengano sollevate questioni di legittimità costituzionale. Per effetto di queste modifiche, l’istituto ha perduto la propria connotazione puramente amministrativa ed ha assunto la qualità di rimedio giustiziale amministrativo, con caratteristiche strutturali e funzionali in parte assimilabili a quelle tipiche del processo amministrativo.

4. L’art. 7, comma 8, del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, è inteso a coordinare i rapporti fra la giurisdizione amministrativa e l’ambito di applicazione di un rimedio giustiziale attratto per alcuni profili nell’orbita della giurisdizione amministrativa medesima, in quanto metodo alternativo di risoluzione di conflitti, pur senza possederne tutte le caratteristiche. Essa, dunque, non può considerarsi al di fuori dell’oggetto della delega sul riassetto del processo amministrativo, la quale include, fra l’altro, il riordino delle norme vigenti «sulla giurisdizione del giudice amministrativo, anche rispetto alle altre giurisdizioni».

5. L’art. 7, comma 8, del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, risponde ad una evidente finalità di ricomposizione sistematica, compatibile con la qualificazione di delega di riordino o riassetto normativo propria dell’art. 44 della legge n. 69 del 2009, volta ad elidere una inammissibile sovrapposizione fra un rimedio giurisdizionale ordinario e un rimedio giustiziale amministrativo qual è il ricorso straordinario, che è a sua volta alternativo al rimedio giurisdizionale amministrativo e ne ricalca solo alcuni tratti strutturali e funzionali.

Il presente contributo trae spunto dall’analisi di una recente pronuncia della Corte Costituzionale che ha ritenuto (per l’effetto rigettando la dedotta questione di costituzionalità) la riforma dell’ambito applicativo del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, recata dall’art. 7, comma 8, del Codice del processo amministrativo pertinente all’oggetto della delega legislativa contenuta nell’art. 44 della l. 69 del 2009. Si passa ad esaminare, poi, il compendio riformistico del biennio 2009-2010 che ha interessato il citato rimedio e delle connesse (spesso irrisolte) questioni problematiche, con qualche considerazione conclusiva, in tono critico, rispetto alla correttezza ideologica delle premesse da cui muove il Giudice delle leggi.

Sommario: 1.- La giurisdizionalizzazione del ricorso straordinario: da riforma annunciata a “caso giurisprudenziale”. 2.- Le riforme del 2009 e la codificazione del 2010: le questioni rimaste irrisolte. 3.- La pronuncia della Corte Costituzionale: alcune riflessioni critiche.

1.- La giurisdizionalizzazione del ricorso straordinario: da riforma annunciata a “caso giurisprudenziale”.

Ne Il libro degli esseri immaginari, nella caleidoscopica sovrapposizione tra reale ed immaginario che caratterizza tutta la sua produzione letteraria, Borges richiama la definizione che un “dizionario brutalmente franco” dà della sirena come “ipotetico animale marino”, mentre un cronista del cinquecento, ricorda ancora lo scrittore argentino, sostenne che la sirena “non era un pesce, perché sapeva filare, e non era una donna, perché poteva vivere nell’acqua”[1].

Ebbene, a volere essere brutalmente franchi, il passaggio della motivazione della recente pronuncia della Corte Costituzionale ove si legge che il ricorso straordinario è attratto, ai fini della determinazione del relativo ambito applicativo, nell’orbita della giurisdizione amministrativa, ma che del rimedio giurisdizionale (cui è perfettamente alternativo) non possiede tutte le caratteristiche, ci restituisce l’immagine – che auspicavamo superata - di una tecnica di tutela di natura imprecisata, a metà strada tra la giurisdizione e l’amministrazione contenziosa.

Il che desta più di una perplessità, specie se l’obiettivo avuto di mira dalla Corte, ed alla luce del quale la dedotta questione di costituzionalità dell’art. 7, comma 8, del Codice del processo amministrativo è stata ritenuta infondata, è quello di sostenere che tale norma, nel punto in cui ridisegna (a nostro avviso in modo innovativo) l’ambito di applicazione del rimedio, concerne il “riordino della norme sulla giurisdizione amministrativa”, onde non è risultata meritevole di accoglimento la censura relativa all’estraneità di questa mini-riforma all’oggetto della delega conferita con l’art. 44 della l. 69 del 2009, di cui il d.lgs. 104 del 2010, meglio noto come Codice del processo amministrativo, costituisce attuazione.

Pare, in altri termini, che la Corte Costituzionale abbia voluto, come suol dirsi, dare un colpo al cerchio ed uno alla botte: affermando, da un lato, l’attinenza della norma censurata all’oggetto della delega contenuta nella l. 69 del 2009 circa il riordino della norme sulla giurisdizione amministrativa, e negando, nello stesso tempo, che possa parlarsi del ricorso straordinario come di un rimedio perfettamente fungibile, non solo in ordine al relativo ambito di applicazione ma anche per quanto attiene alla sua natura giuridica, con quello propriamente giurisdizionale.

È certamente vero che una pronuncia di incostituzionalità dell’art. 7, comma 8, del Codice del processo amministrativo avrebbe contribuito a rendere ulteriormente problematico il già travagliato percorso del rimedio in esame verso la c.d. giurisdizionalizzazione - di cui appunto la codificazione del principio della perfetta alternatività avrebbe dovuto costituire il passaggio conclusivo: non si può però ritenere, senza incorrere in una forzatura, che la rimodulazione dell’ambito applicativo del rimedio straordinario attenga al riordino delle norme sulla giurisdizione amministrativa e nel contempo ricondurre il ricorso al Presidente della Repubblica nel novero degli strumenti di tutela estranei alla (o comunque non del tutto assorbiti nella) giurisdizione. Sembra quindi che sia prevalsa, nel ragionamento della Consulta, una logica “conservatrice”.

A nostro sommesso avviso[2] le strade alternative a quella percorsa dalla Corte Costituzionale erano due:

a) sostenere che il ricorso straordinario costituisce una forma alternativa di esercizio della giurisdizione (di cui dovrebbe avere tutti i crismi) e che quindi la riforma del relativo ambito di applicazione attiene pur sempre al riordino delle norme sulla giurisdizione amministrativa;

b) sostenere che il rimedio in esame non presenta i tratti della giurisdizionalità e quindi escludere che dello stesso il legislatore potesse occuparsi in sede di riordino delle norme sulla giurisdizione amministrativa.

Ma, se si considera che:

1) il riordino delle norme sulla giurisdizione amministrativa doveva avvenire in modo da adeguare il diritto positivo al diritto vivente,

e che:

2) sono evidenti i tratti di giurisdizionalità del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, come la stessa Corte, nella sentenza in commento, non tralascia di considerare,

la pronuncia di incostituzionalità dell’art. 7, comma 8, del Codice del processo amministrativo sembrava costituire, sia partendo dalla premessa sub a) che dalla premessa sub b), lo sbocco più coerente della vicenda normativa in esame.

In altre parole, partendo dalla premessa sub a) [che a noi pare quella ideologicamente più corretta, la ridefinizione dell’ambito applicativo del rimedio alla luce del principio della perfetta alternatività può esser fatta rientrare nell’oggetto della delega conferita con l’art. 44, come ha ritenuto il Giudice delle leggi, epperò sembra esser stato non corretto l’esercizio della delega medesima, perché avvenuto in difformità dai criteri direttivi (adeguamento del diritto positivo al diritto vivente) posti in questo frangente dal legislatore delegante: il Codice del processo amministrativo poteva occuparsi del ricorso straordinario nella delimitazione della giurisdizione amministrativa (a condizione, però, che del rimedio si fornisse una lettura giurisdizionale) ma non poteva ridisegnare nel senso che conosciamo il relativo ambito di applicazione, perché la nuova delimitazione di tali confini non appare rispettosa delle indicazioni provenienti dal diritto vivente.

È tuttavia doveroso sottolineare che una censura del genere non era stata nemmeno sollevata dal Collegio remittente, che si era limitato a sostenere [vedi supra sub b)] l’estraneità del ricorso straordinario all’oggetto della delega, suffragata, a dire del Giudice a quo, dalla considerazione che del rimedio straordinario il legislatore si fosse occupato non già nell’art. 44, ma in altra norma della l. 69 del 2009 (l’art. 69).

2.- Le riforme del 2009 e la codificazione del 2010: le questioni rimaste irrisolte.

Conviene principiare, per avere meglio chiare le perplessità sollevate dalla lettura della pronuncia della Corte Costituzionale, dall’esame dei vari passaggi attraverso cui si è snodato il processo di “giurisdizionalizzazione” del ricorso straordinario.

L’art. 69 della l. 69 del 2009 ha introdotto due rilevanti novità:

a) attraverso la modifica dell’art. 13 del d.p.r. 1190 del 1971 ha riconosciuto alle Sezioni consultive del Consiglio di Stato, allorché sono chiamate ad esprimere il parere ai fini della decisione di un ricorso straordinario, a sollevare questioni di legittimità costituzionale;

b) in linea con una prassi applicativa assolutamente consolidata, ha reso vincolante il suddetto parere, con la conseguenza, che il Ministro istruttore non può, nemmeno motivatamente, discostarsene.

Con riferimento alla prima modifica, che la più recente giurisprudenza costituzionale ha avallato[3], sul presupposto della sua coerenza con l’art. 1 della l. cost. 1 del 1948[4], è doveroso ricordare che, in precedenza, il Giudice delle leggi[5] aveva lasciato chiuse “le porte del cielo”[6] al Consiglio di Stato in sede consultiva sul presupposto che, nell’ambito del procedimento decisorio di un ricorso straordinario, l’attività dallo stesso svolta non potesse qualificarsi come giurisdizionale (essendo peraltro ammessa la possibilità di discostarsi dal parere, favorendo una soluzione della vertenza ispirate alla logica del diritto debole piuttosto che del diritto oggettivo) onde non risultavano integrati i requisiti di legittimazione alla proposizione di incidenti di costituzionalità (cfr. l’art. 1 della l. cost. 1 del 1948 e l’art. 23 della l. 87 del 1953, che richiedono che la questione sia sollevata da un giudice – requisito soggettivo – nell’ambito di un giudizio – requisito oggettivo).

In altra sede abbiamo posto in discussione, forti dell’opinione conforme della prevalente dottrina[7], la coerenza di questo orientamento con la pregressa giurisprudenza della Corte Costituzionale, l’esame macroprospettico della quale evidenzia piuttosto come il requisito soggettivo (la questione deve essere sollevata da un giudice) ed il requisito oggettivo (la questione deve essere sollevata nel corso di un’attività giurisdizionale) siano stati letti disgiuntamente[8], per modo che la legittimazione di che trattasi è stata riconosciuta:

i) al giudice dell’esecuzione civile[9] ed al giudice di sorveglianza sull’esecuzione delle pene[10], a prescindere dal rilievo che tali organi non sono chiamati a dirimere una controversia ovvero ad accertare la responsabilità penale dell’imputato ma svolgono funzioni lato sensu gestorie (in cui possono innestarsi momenti cognitori)[11];

ii) alla commissione competente a deciderei ricorsi in materia di brevetti[12], ai commissari liquidatori di usi civici[13], alle Commissioni tributarie[14], agli arbitri[15], e cioè ad organi in cui è assente o disputato il requisito soggettivo, ma che svolgono un’attività di oggettiva applicazione del diritto, il che giustifica la necessità di assicurare, anche in relazione alle norme da questi applicate, un controllo centralizzato di costituzionalità[16].

Occorre rilevare che le due modifiche del 2009 vanno lette “in combinato disposto”: elidendo il potere del Ministro istruttore di discostarsi dal parere emesso dalle Sezioni consultive, si è ricondotto il rimedio nell’ambito di quelli in cui si fa applicazione del diritto oggettivo, e da questa considerazione è evidentemente discesa la decisione di superare ex lege la giurisprudenza costituzionale riconoscendo alle suddette questioni il potere di sollevare incidenti di costituzionalità[17]; scelta, come si diceva, avallata dalla Corte innanzi alla quale era stata messa in discussione la possibilità che a tanto potesse provvedersi attraverso una disposizione di legge ordinaria, sostanzialmente precludendo lo scrutinio della Corte in punto di ammissibilità sotto il profilo della legittimazione del giudice remittente[18].

A questa riforma si salda quella del 2010, ed in specie[19]:

a) l’introduzione dell’art. 7, comma 8, del Codice del processo amministrativo, alla cui stregua l’ambito applicativo del ricorso straordinario coincide con quello del ricorso al Tar ed al Consiglio di Stato, dovendosi pertanto escludere, malgrado la consolidata giurisprudenza in senso opposto[20], che il rimedio straordinario non sia azionabile a tutela di diritti soggettivi non rimessi alla giurisdizione esclusiva del g.a., come storicamente è avvenuto con riferimento alla materia del pubblico impiego contrattualizzato.

Al riguardo è opportuno ancora una volta notare che il comma 2, lett. b) n. 1 dell’art. 44 della l. 69 del 2009 ha imposto al legislatore il “riordino [del]le norme vigenti sulla giurisdizione del giudice amministrativo rispetto alle altre giurisdizioni” e che, ai sensi del primo comma del medesimo art. 44 tale riordino doveva avvenire tenuto conto della giurisprudenza della giurisdizioni superiori onde uniformare a questa la fonte normativa.

Vi è però che il principio costantemente affermato dalla giurisprudenza con riferimento all’ambito applicativo del ricorso straordinario non si rispecchia nella scelta (che pertanto risulta innovativa – e disallineata rispetto alla delega) operata dal legislatore di rendere tale rimedio perfettamente alternativo rispetto a quello giurisdizionale, in quanto, per un verso, si è sempre riconosciuta la possibilità di esperire il ricorso al Capo dello Stato in materie non rimesse alla giurisdizione de g.a. (caso paradigmatico quello del pubblico impiego privatizzato) con la conseguenza che “il principio di alternatività tra ricorso giurisdizionale e ricorso straordinario […] si applica solo nei confronti del giudice amministrativo e non del giudice ordinario al quale è consentito disapplicare il decreto di decisione sul ricorso stesso”[21];

b) l’introduzione dell’art. 112 del Codice del processo amministrativo che prevede, alla lett. b), l’ottemperabilità delle “sentenze esecutive e degli altri provvedimenti esecutivi del giudice amministrativo”, e, alla lett. d), delle “sentenze passate in giudicato e degli altri provvedimenti ad esse equiparati per i quali non sia previsto il rimedio dell’ottemperanza”.

La questione se trovi applicazione, con riferimento all’ottemperanza del decreto decisorio la lett. b) o la lett. d) ha una rilevante implicazione pratica: nel primo caso competente a pronunciarsi sul ricorso per ottemperanza (una volta ammessane la proponibilità sulla premessa della natura giurisdizionale di tale decisione) sarebbe, in virtù del combinato disposto degli artt. 112 e 113, comma 1, c.p.a., il Consiglio di Stato[22] mentre nel secondo caso competente a pronunciarsi sul ricorso sarebbe il Tar Lazio (atteso che tanto il Consiglio di Stato in sede consultiva quanto il Ministro proponente ed il Presidente della Repubblica hanno sede nel circondario su cui insiste la competenza territoriale del detto Tribunale), in virtù del combinato disposto degli artt. 112 e 113, comma 2, c.p.a.[23].

In seguito alle summenzionate riforme sono emerse diverse questioni problematiche, tra cui, principalmente[24]:

1) se per ottenere l’esecuzione del decreto decisorio sia o meno ammesso il rimedio dell’ottemperanza;

2) quale sia l’incidenza dell’art. 7, comma 8, sulle controversie pendenti.

Rispetto alla prima Cass. S.U., 28 gennaio 2011, n. 2065[25] ha affermato, introducendo un argomento non considerato dalla dottrina che aveva già affermato il carattere retroattivo della riforma[26], che la disciplina introdotta dal 2009 (e le connesse implicazioni di regime) trova(no) applicazione anche con riferimento ai giudizi pendenti alla data della relativa entrata in vigore, sul presupposto che, quando si discute di formazione di un giudicato (in relazione al decreto decisorio, ai fini della relativa ottemperanza), viene in rilievo una questione di giurisdizione analizzabile dalla Cassazione ex art. 362 c.p.c. e che la decisione con cui il Consiglio di Stato nega al ricorrente vittorioso in sede straordinaria l’accesso al giudizio di ottemperanza si configura un abuso della giurisdizione (sub specie di mancato esercizio di una giurisdizione doverosa), si conclude nel senso che, per le questioni di giurisdizione, trova applicazione il principio della perpetuatio iurisdictionis sancito nell’art. 5 c.p.c., principio che, sulla scorta di un solido orientamento ermeneutico, va letto sia per quello che dice (e cioè che la giurisdizione va determinata avuto riguardo alla legge del tempo della proposizione della domanda, rimanendo insensibile ai successivi eventuali mutamenti) sia per quello che non dice (e cioè che, se il giudice adito è originariamente privo di giurisdizione, ma ne risulta munito sulla scorta di una norma sopravvenuta, tale giurisdizione resta ferma)[27]: ne discende che l’ottemperanza può essere chiesta anche con riferimento a decisioni riferentesi a ricorsi presentati prima dell’entrata in vigore delle riforme prima citate[28].

Rispetto alla seconda Cons. St., Ad. Gen., 22 febbraio 2011, n. 808[29] ha affermato il carattere innovativo (e non già interpretativo) dell’art. 7, comma 8, del Codice del processo amministrativo ma, nonostante tale qualificazione, ha ritenuto che i ricorsi pendenti alla data di entrata in vigore del Codice debbano essere decisi in considerazione della tutela dell’affidamento riposto nella consolidata tesi giurisprudenziale che ammette(va) l’esperibilità del ricorso straordinario in materie non affidate alla giurisdizione del g.a.. Anche l’Adunanza generale reputa di dovere applicare, sul presupposto della natura giurisdizionale del rimedio, il principio espresso dall’art. 5 c.p.c., piuttosto che quello tempus regit actum che si attaglia alla successione delle leggi sul procedimento amministrativo (la cui applicazione avrebbe condotto alla sopravvenuta inammissibilità dei suddetti ricorsi).

Vero è però che, quando, più di recente, la giurisprudenza di legittimità è tornata a pronunciarsi sulla natura della riforma del rimedio (essendo venuta in rilievo la questione se avverso il decreto decisorio fosse o meno esperibile il ricorso per cassazione per motivi di giurisdizione[30], pur confermando la natura giurisdizionale del rimedio, si è parlato del compendio riformistico in termini di revisione: in altre parole, ci si è ancora orientati nel senso della portata retroattiva della riforma (così come era avvenuto da parte delle stesse Sezioni Unite nel 2011) ma sulla scorta di una diversa impostazione ideologica[31].

Ma tale impostazione è stata nuovamente rimessa in discussione in una recenziore sentenza[32] dove si è detto a chiare lettere che la giurisdizionalizzazione del rimedio opererebbe a partire dalla data di entrata in vigore del Codice del processo amministrativo, sicché il 16 settembre 2010 va additata come “la data in cui la discussa natura del procedimento di ricorso straordinario al Capo dello Stato si è trasformata, almeno sul piano dell’esegesi della legge ordinaria (…), in un processo di cognizione equipollente a quello amministrativo ordinario, che si conclude con una decisione di natura giurisdizionale e, quindi, atta a dar luogo a cosa giudicata”[33]. Resterebbero quindi esclusi dalla giurisdizionalizzione i ricorsi presentati prima di tale momento, ancorché, come era accaduto nel caso di specie, la relativa decisione fosse intervenuta dopo l’entrata in vigore della riforma del 2009.

Da parte nostra si era affermato che la giurisdizionalizzazione (e tutto ciò che ne discende in termini di disciplina applicabile e domande proponibili) opera relativamente ai ricorsi presentati dopo l’entrata in vigore della l. 69 del 2009, purché si tratti di ricorsi presentati nel regime dell’alternatività (cioè in materie “coperte” dalla giurisdizione amministrativa), ricorsi divenuti, dopo l’entrata in vigore del Codice di rito, gli unici ammissibili: è infatti con riferimento all’eventualità che la controversia non appartenga alla giurisdizione del g.a. che si pone la necessità del ricorso per motivi di giurisdizione alle Sezioni Unite, e tale eventualità, chiaramente, si pone solo con riferimento ai ricorsi presentati dopo il 16 settembre 2010 posto che, prima di tale momento, il rimedio in esame poteva essere esperito, per giurisprudenza costante, anche al di fuori del regime dell’alternatività[34].

Sia come sia, si deve concludere nel senso che è ancora incerta la portata applicativa delle varie implicazioni di regime (ad esempio ottemperabilità del decreto decisorio e sua ricorribilità per motivi di giurisdizione) della avvenuta giurisdizionalizzazione del rimedio, in specie se essa riguardi o meno i ricorsi pendenti alla data di entrata in vigore delle riforme del 2009 e del 2010.

3.- La pronuncia della Corte Costituzionale: alcune riflessioni critiche.

Tornando alla pronuncia in commento, come si è anticipato, la Corte Costituzionale, da un lato, ha ritenuto la riforma dell’ambito applicativo del rimedio straordinario come pertinente all’oggetto della delega legislativa contenuta nell’art. 44 della l. 69 del 2009, dall’altro lato, ha escluso che il contenuto di tale riforma possa definirsi innovativo, riconducendo viceversa l’art. 7, comma 8, ad un’esigenza di razionalizzazione sistemica volta ad evitare della anomalie applicative.

Il primo argomento appare convincente, sebbene la sua totale persuasività appare legata, ad avviso di chi scrive, ad una lettura del rimedio in senso pienamente giurisdizionale, mentre la Corte appare più cauta nell’operare una piena equiparazione tra il ricorso ordinario e quello straordinario in punto di natura giuridica.

Il secondo appare invece meno convincente.

Si legge nella motivazione che “la legge n. 69 del 2009, modificando la disciplina del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica nel senso che si è in precedenza illustrato, ha fatto venir meno quel presupposto, su cui si fondava il regime di concorrenza fra tale rimedio amministrativo e il ricorso dinanzi all’autorità giurisdizionale ordinaria. Nel nuovo contesto, simile concorrenza si trasformerebbe, come ha rilevato la difesa dello Stato, in una inammissibile sovrapposizione fra un rimedio giurisdizionale ordinario e un rimedio giustiziale amministrativo, che è a sua volta alternativo al rimedio giurisdizionale amministrativo e ne ricalca solo alcuni tratti strutturali e funzionali. Per risolvere questa anomalia, la disposizione censurata, superando l’assetto consolidatosi in via interpretativa, ha limitato l’ammissibilità del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica alle sole controversie devolute alla giurisdizione amministrativa. Tale soluzione, che avrebbe potuto ricavarsi dal sistema, è comunque la conseguenza logica di una scelta – la traslazione del suddetto ricorso straordinario dall’area dei ricorsi amministrativi a quella dei rimedi giustiziali – che è stata compiuta dalla legge n. 69 del 2009. Sotto tale profilo, la norma censurata risponde, quindi, ad una evidente finalità di ricomposizione sistematica, compatibile con la qualificazione di delega di riordino o riassetto normativo propria dell’art. 44 della legge n. 69 del 2009”.

Schematizzando, per un verso, si qualifica il ricorso straordinario in termini di “rimedio giustiziale amministrativo”, per altro verso, si afferma che, con la riforma, è stato superato l’assetto consolidatosi in via interpretativa.

La prima affermazione si pone in distonia con la premessa per cui le norme sul ricorso straordinario, o meglio sul relativo ambito di applicazione, rientrano tra quelle concernenti il riordino della giurisdizione amministrativa; la seconda sembra superare i limiti entro cui, in virtù della stessa giurisprudenza della Corte, è stato ammesso, con riguardo al medesimo art. 44, l’esercizio di poteri innovativi della normazione vigente (deve essere rispettata la condizione che tali poteri siano “strettamente necessari in rapporto alle finalità di ricomposizione sistemica perseguita con l’operazione di riordino e riassetto”): ed infatti, in una precedente pronuncia, la Corte ha ritenuto che “in attuazione della delega che abbia ad oggetto la revisione, il riordino ed il riassetto di norme previgenti, l’introduzione di soluzioni sostanzialmente innovative è ammesso solo nel caso in cui queste siano conformi ai principi ed ai criteri direttivi fissati nella legge delega”[35].

Ora, l’incidenza – come si è detto controversa – della riforma di che trattasi sui ricorsi pendenti spinge a ritenere che ci si trovi di fronte a qualcosa di più di una semplice operazione di “ricomposizione sistemica”, ragion per cui appare difficile negare che si sia trattato di una riforma propriamente innovativa, attuata, anche in questo caso, in difformità rispetto ai criteri direttivi dettati dalla legge delega (che imponeva la necessità di adeguare la normativa alla giurisprudenza delle corti superiori).

Appare pertanto chiara la logica “conservatrice” messa in campo dal Giudice delle leggi: epperò tale modo di intendere – per riprendere Borges – questo ipotetico rimedio giurisdizionale non è esente (sulla piano della ragion pura più che su quello della ragion pratica) da censure critiche nel senso più sopra precisato.


[1] Borges, Il libro degli esseri immaginari, che consulto nell’edizione Adelphi (cfr. segnatamente pp. 194 e ss.).

[2] Si riprendono considerazioni già svolte altrove, ed in specie in: Il legislatore muove un passo (l’ultimo) verso la giurisdizionalizzazione del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, in Foro amm. T.A.R., 2009, 1619 e ss.; Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione e l’Adunanza Generale del Consiglio di Stato si pronunciano sulla natura giuridica del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica: luci, ombre ed implicazioni “di regime” della compiuta (?) giurisdizionalizzazione del rimedio, in questa Rivista, 2011, 759 e ss.; Giurisdizionalizzazione del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica: una partita chiusa?, in www.giustamm.it

[3] Cfr. Corte Cost., 13 novembre 2013, n. 265, relativa al ricorso al Presidente della Regione Sicilia, e confermata, quanto a questo aspetto, dalla pronuncia in commento.

[4] Ma la compatibilità costituzionale di una norma di legge che riconosca la legittimazione a sollevare questioni di costituzionalità era stata sottoposta a critica, a nostro avviso condivisibilmente, da PIGNATELLI, Sulla “natura” del ricorso straordinario. La scelta del legislatore, in questa Rivista, 2009, 1488.

[5] Corte Cost., 21 luglio 2004, n. 254.

[6] Questa l’espressione utilizzata da autorevole dottrina costituzionalista con riferimento alla giurisprudenza del Giudice delle leggi, appresso meglio indicata, che ha ammesso gli arbitri a sollevare incidenti di costituzionalità: cfr. ESPOSITO, Si aprono le <>: dall’arbitrato al ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, in Giur. cost., 2001, 3789.

[7] Cfr., anche per ulteriori riferimenti, TARASCO, La funzione consultiva e la proponibilità dell’incidente di costituzionalità: la Corte costituzionale si pronuncia sulla natura del ricorso straordinario, in Foro amm. C.d.S., 2004, 1960.

[8] Vedi già Corte Cost., 15 giugno 1966, n. 83.

[9] Corte Cost., 15 luglio 1976, n. 211.

[10] Corte Cost., 9 maggio 1968, n. 53.

[11] È nondimeno doveroso notare che, tanto in un caso quanto nell’altro la Corte ha imperniato la soluzione affermativa sulla natura decisoria dei provvedimenti adottati dai suddetti organi e sul coinvolgimento del diritto di difesa costituzionalmente presidiato.

[12] Corte Cost., 8-10 maggio 1995, n. 158.

[13] Corte Cost., 20 maggio 1973, n. 73.

[14] Il cui caso è però del tutto peculiare: in una prima occasione, infatti, la Corte Costituzionale ebbe a riconoscere la natura giurisdizionale di tali organi (Corte Cost., 18 gennaio 1957, n. 12); successivamente, ne fu invece affermata la natura amministrativa, con la conseguenza che fu ad esse precluso il sollevamento di questioni di costituzionalità (Corte Cost., 29 gennaio 1969, n. 6); a fronte dell’intervento riformatore della giustizia tributaria, la Corte affermò che si fosse avuta, nell’occasione, la revisione di un precedente giudice speciale, e sulla scorta della qualificazione dell’organo come giurisdizionale, lo ammise a proporre incidenti di costituzionalità (Corte Cost., 15 luglio 1975, nn. 214 215).

[15] Corte Cost., 28 novembre 2001, n. 376; la decisione è stata poi “doppiata” dal legislatore che, intervenuto a modificare le norme sull’arbitrato rituale di diritto, ha riconosciuto all’organo decisore il potere in esame con l’art. 819-bis c.p.c.

[16] Questa considerazione ha avuto carattere tranciante proprio con riferimento alle Commissioni tributarie: nelle richiamate pronunce del 1975, la Corte ha evidenziato che la soluzione affermativa nasceva nella specie anche “dall’esigenza di sottoporre a scrutinio di costituzionalità leggi che altrimenti ad esso sfuggirebbero”.

[17] Ed invero, prima che fosse reso vincolante il parere del Consiglio di Stato, non appariva sufficiente ad affermare la natura giurisdizionale del rimedio la considerazione che la prassi fosse monoliticamente orientata nel senso di decidere il ricorso in senso conforme a tale parere. Era, a nostro avviso, nel vero la dottrina che osservava che “non è sufficiente, e nemmeno opportuno, basare l’indagine sulla natura del potere pubblico e sulla sua appartenenza alla mera considerazione della rarità dei casi in cui il potere stesso è esercitato da un organo diverso, legittimato ad esprimere una propria decisione, difforme dalla valutazione del Consiglio di Stato”: in questi termini cfr. GOLA, Nuovi sviluppi per le funzioni consultive del Consiglio di Stato: il “caso” del parere per la decisione dei ricorsi straordinari al Presidente della Repubblica, in Dir. Proc. Amm, 1999, 1, 144.

[18] Cfr. ancora Corte Cost., 13 novembre 2013, n. 265.

[19] In disparte la norma dell’art. 48 che disciplina in modo analogo al d.p.r. 1199 del 1971 l’istituto della trasposizione del ricorso straordinario innanzi al Tar: tale disposizione, è stato scritto (FERRARI Gi., Il nuovo codice del processo amministrativo, IV ed., Roma-Molfetta, 2014, sub art. 48), “dà luogo ad una forma di traslatio iudicii che, anche sul versante terminologico, mostra di considerare il ricorso straordinario come la continuazione del medesimo giudizio incardinato con il ricorso al giudice amministrativo”

[20] Cons. St., Ad. Gen., 10 giugno 1999, n. 7, più di recente ribadita da Cons. St., Sez. II, 23 giugno 2010, n. 1255.

[21] Cons. St., Sez. IV, 24 giugno 2006, n. 4041.

[22] In questo senso si sono espresse le Sezioni Unite della Cassazione (sentenza 28 gennaio 2011, n. 2065, nonché 15 marzo 2012, n. 4129) e l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (5 giugno 2012, n. 18 e, con più ampio apparato motivazionale, 6 maggio 2013, nn. 9 e 10. La pronuncia n. 9 del 2013 può essere letta in questa Rivista, 2013, 1138, con nostre brevi osservazioni).

[23] In questo senso si è espressa una giurisprudenza minoritaria, da noi commentata adesivamente (cfr. Giurisdizionalizzazione del ricorso, cit.): Cons. St., Sez. III, 21 ottobre 2011, n. 5990; Id., 4 agosto 2011, n. 4666; Sez. IV, 10 giugno 2011, n. 3513; T.A.R. Palermo, Sez. III, 19 marzo 2012, n. 585.

[24] Tra le altre questioni problematiche si segnala: A) quella relativa all’esperibilità della domanda risarcitoria in sede di ricorso straordinario: sul punto si ricorderà che, prima della giurisdizionalizzazione, il prevalente orientamento della “giurisprudenza consultiva” era nel senso dell’inammissibilità di un’azione di danni in sede straordinaria: in numerosi pareri resi dalle Sezioni consultive prima della riforma del 2009 si legge che “una simile pretesa risulta estranea all’ambito di cognizione ammesso dalla normativa vigente in materia di ricorso straordinario” che lo struttura come un rimedio a carattere impugnatorio (Cons. St., sez. III, 5 febbraio 2002, n. 1784; Id., 29 aprile 2003, n. 4631). Ciò nondimeno si era profilata un’opinione minoritaria che, richiamandosi al principio di alternatività, nonché alle ragioni della economicità, speditezza e concentrazione della tutela, riconosceva l’ammissibilità di una domanda risarcitoria in sede di ricorso straordinario (Cons. St., sez. II, 20 aprile 2003, n. 1036/2002, nonché, più di recente, C.G.A.R. Sicilia, Sez. Riunite, 19 febbraio 2008, n. 409/07, su cui v. PATRITO, Ricorso straordinario: è ammesso il risarcimento del danno?, in Resp. civ. e prev., 2008, 10, 2059, nonché ANDREIS, Ricorso straordinario e tutela risarcitoria, in Urb. e App., 2008, 1313; in seguito alla giurisdizionalizzazione – già a seguito della riforma del 2009 - si è da parte nostra ritenuto che la decisiva spinta verso l’equiparazione del rimedio straordinario a quello ordinario avrebbe dovuto comportare l’affermazione di un parallelismo pieno, cioè non limitato all’azione di annullamento, ma esteso ad eventuali pretese risarcitorie. Malgrado ciò il Consiglio di Stato ha confermato, anche dopo la l. 69, il proprio orientamento negativo: Di recente, v. Cons. St., sez. III, 10 marzo 2010, n. 3255, in Foro amm. C.d.S., 2010, 1701, con nota di COCOZZA, Proponibilità dell’azione di risarcimento del danno in sede di ricorso straordinario. L’art. 30 c.p.a. impone una rimeditazine della questione: tale norma fissa infatti il termine per la proposizione dell’azione autonoma di risarcimento in centoventi giorni dalla conoscenza del provvedimento, termine (non a caso) coincidente con quello previsto per la proposizione del ricorso straordinario: si può allora sostenere che l’identità dei due termini denoti la volontà del legislatore (peraltro non suffragata da altri indici normativi) di escludere che il provvedimento non impugnato tempestivamente innanzi al Tar possa essere considerato come inoppugnabile, proprio perché l’ordinamento predispone un ulteriore rimedio (di natura sì straordinaria, ma perfettamente alternativo al classico ricorso giurisdizionale, anche quanto all’ambito applicativo) per ottenere il relativo annullamento. Il superamento (oltretutto temperato) della regola della pregiudizialità atterrebbe quindi esclusivamente ai rapporti tra ricorso al Tar e domanda risarcitoria, e per tale via risulta, per così dire, assorbita l’obiezione, sollevata dai sostenitori della tesi della necessaria pregiudizialità, per cui un provvedimento amministrativo non impugnato innanzi al G.A. non potrebbe essere al contempo fonte della disciplina del rapporto amministrativo e fatto generatore di un danno ingiusto, e quindi (sempre che vi siano la colpa ed il nesso di causalità) risarcibile (MARUOTTI, Il giudice amministrativo come giudice del risarcimento del danno, in www.giustamm.it, che si richiama al principio di non contraddizione dell’ordinamento ): non si tratterebbe infatti di risarcire il danno proveniente da un provvedimento inoppugnabile (cioè non più aggredibile attraverso strumenti di tutela fruibili dal privato). Il provvedimento non impugnato al Tar, infatti, può ancora essere impugnato con il ricorso straordinario: soltanto dopo lo spirare del termine di centoventi giorni opererebbe una preclusione tanto per la domanda di annullamento quanto per quella risarcitoria. Secondo SANDULLI M.A., Il risarcimento del danno nei confronti delle pubbliche Amministrazioni: tra soluzione di vecchi problemi e nascita di nuove questioni, in www.giustamm.it, sarebbe quindi rispettata la regola di diligenza che l’art. 30, comma 3, c.p.a. impone al cittadino perché sia scongiurata la (ulteriore) produzione delle conseguenze dannose connesse all’attività dell’amministrazione (attraverso, se del caso, la pronta attivazione degli strumenti di tutela a sua disposizione, in specie l’azione di annullamento del provvedimento lesivo): “il soggetto che si ritiene ingiustamente danneggiato da un atto amministrativo è ancora in termini per dimostrare la propria diligenza chiedendone (nelle vie meno onerose della giustizia ‘interna’) l’annullamento”. Si può notare come al momento in cui verrà decisa la domanda risarcitoria autonoma i termini per la proposizione del rimedio alternativo saranno anch’essi spirati, e ciò potrebbe costituire argomento per considerare (a maggior ragione) negligente la condotta del ricorrente, che non si è avvalso di nessuno degli strumenti a carattere impugnatorio (né quello ordinario né quello straordinario) riconosciutigli dall’ordinamento. La questione della coincidenza dei termini di proposizione del ricorso ordinario e di quello straordinario sembra quindi esclusivamente attenere, come detto prima, al carattere non inoppugnabile del provvedimento contestato in sede straordinaria, piuttosto che alla questione della diligenza esigibile dal cittadino (se non appunto nel senso che la mancata proposizione sia del ricorso al Tar che di quello ad esso alternativo denota un contegno a maggior ragione negligente, sicché il giudice dovrà trarre da tale valutazione tutte le conseguenze del caso), nel mentre la riconosciuta (seppure “affievolita”) autonomia dell’azione risarcitoria stempera di molto le criticità connesse al se in sede straordinaria possa essere o meno proposta la relativa domanda, che potrebbe – con tutti i rischi del caso – anche essere presentata in via autonoma. Se il rilievo per cui la mancata proposizione (anche) del ricorso straordinario possa rilevare in termini di valutazione del comportamento del ricorrente ai fini risarcitori fosse esatto (il che sembrerebbe dimostrato dalla coincidenza, non casuale, dei termini previsti per l’una e per l’altra ipotesi), si può ancora una volta rilevare il carattere “temperato”, se non addirittura dissimulato, del superamento della pregiudiziale di annullamento. Nel contestare la “tenuta” sistematica della norma in tema di autonomia dell’azione di annullamento e dell’azione risarcitoria ex art. 30, c.p.a., un’autorevole dottrina aveva già rilevato che “una volta che si attesti l’inoppugnabilità al decorso dei 120 giorni, risulterebbe ricompresa in essa non solo il concetto della impossibilità di impugnazione, ma anche quello - più sostanziale - della definitiva incontestabilità dell’atto, quale che sia il fine (caducatorio o risarcitorio) di tale contestazione: sicché verrebbe meno la risarcibilità del provvedimento inoppugnabile, che, come si è visto, è stata una delle principali ragioni portate a sostegno dell’autonomia dell’azione risarcitoria”: in questi termini, cfr. GRECO, Che fine ha fatto la pregiudiziale amministrativa?, in www.giustamm.it; B) quella relativa all’applicabilità della l. 89 del 2001 sull’indennità da violazione del termine di ragionevole durata del processo, negata tradizionalmente dalla Cassazione sul presupposto che il procedimento decisorio non avesse carattere giurisdizionale ed il provvedimento conclusivo idoneità al giudicato; C) quella relativa all’applicazione delle norme sulla sospensione dei termini feriali.

[25] In questa Rivista, 2011, 759 e ss., con nostra nota di commento.

[26] CARBONE Li., La revisione del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica e la riaffermata natura giurisdizionale del rimedio di tutela, in www.giustizia-amministrativa.it ed in www.giustamm.it; con argomenti in parte differenti, più di recente, MARUOTTI, Il ricorso straordinario dalle origini fino alle modifiche di cui al decreto legislativo 2 luglio 2010, n.104. La concorrenza con il giudizio civile, in www.giustamm.it.

[27] Cass. S.U., 7 ottobre 2010, n. 20776.

[28] Prima del citato revirement delle Sezioni Unite, la giurisprudenza prevalente aveva negato l’ottemperabilità dei decreti decisori sul presupposto della relativa natura, amministrativa e non giurisdizionale. In specie, anche se una risalente pronuncia del Consiglio di Stato (sez. VI, 16 ottobre 1951, n. 430) aveva applicato alla decisione sul ricorso straordinario la norma dell’art. 27, n. 4, delle t.u. delle leggi sul C.d.S., e malgrado il favore che tale orientamento incontrò in alcuni scritti (RIVALTA, Sull’applicabilità dell’art. 27 n. 4 t.u. 26 giugno 1924 n. 1054 al decreto del Capo dello Stato che decide un ricorso straorinario, in Foro it., 1952, III, 9; COLZI, L’art. 27 n. 4 t.u. sul Cons. di Stato come norma generale del nostro sistema di giustizia amministrativa, in Riv. Amm., 1952, 82), la Cassazione manifestò un contrario avviso annullando una sentenza del C.d.S. che si era pronunciata nel senso dell’ammissibilità del giudizio d’ottemperanza (v. Cass. S.U., 2 ottobre 1953, n. 3141). A tale ultimo orientamento si è successivamente conformato il Consiglio di Stato: cfr. Cons. St., sez. V, 9 luglio 1954, in Cons. St., 1954, I, 704; Id., 9 novembre 1957, ivi, 1957, I, 1401. Nel più recente passato, ancora facendo leva sul ricordato arresto della Corte del Lussemburgo, il Consiglio di Stato ha ammesso, nel caso considerato, l’esperibilità del giudizio di ottemperanza, alla luce della natura giurisdizionale del ricorso straordinario. In tal senso, v. Cons. St., Sez. IV, 15 dicembre 2000, n. 6695, su cui SBRANA, JARICCI, L’ottemperanza alle decisioni del Capo dello Stato; Id., 20 dicembre 2000, n. 6843, su cui GAFFURI, L’esecuzione delle decisioni sui ricorsi straordinari al Presidente della Repubblica attraverso il giudizio d’ottemperanza: analisi del nuovo orientamento del Consiglio di Stato, in Dir. Proc. Amm., 2001, 3, 805; Id., sez. V, 22 novembre 2001, n. 5934. Tale orientamento è stato sconfessato dalle S.U. della Corte di Cassazione, con sentenza del 18 dicembre 2001, n. 15978, in Foro it., 2002, I, 2448, alla quale si sono adeguati i Giudici di Palazzo Spada: v. Cons. St., Sez. IV, 5 luglio 2002, n. 3699; C.G.A.R. Sicilia, 7 novembre 2002, n. 604; Cons. St., Sez. V, 29 gennaio 2003, n. 456; Id., Sez. VI, 26 settembre 2003, n. 5501; v. anche T.A.R. Lazio, Roma, Sez. I, 16 febbraio 2006, n. 1178; Id., Sez. III, 5 marzo 2007, n. 2040; Cons. St., Sez. V, 15 febbraio 2007, n. 641; Id., Sez. IV, 11 maggio 2007, n. 2320; T.A.R. Sicilia, Catania, Sez. IV, 13 ottobre 2007, n. 1646; Cons. St., Sez. VI, 4 aprile 2008, n. 1440. Non sono nel frattempo mancate pronunce di senso contrario rispetto all’orientamento prevalente. Ad esempio, v. C.G.A.R. Sicilia, 19 novembre 2005, n. 695, in www.giustizia-amministrativa.it, su cui FRENI, Quando l’abito fa il monaco. Sull’ammissibilità del giudizio di ottemperanza per l’esecuzione delle decisioni dei ricorsi straordinari, in Foro amm., C.d.S., 2005, 12, 3737; Id., 28 aprile 2008, n. 379; Id., 9 dicembre 2008, n. 971, in www.giustizia-amministrativa.it; Id., 2 marzo 2009, nn. 63 e 64, ivi. Più di recente, v. C.G.A.R. Sicilia, 18 maggio 2009, nn. da 415 a 431. In altra sede abbiamo ritenuto l’orientamento negazionista della Cassazione (recentemente rimeditato) non in linea con le indicazioni provenienti dalla giurisprudenza della CEDU, che, a partire dal 1997, ha messo in luce come il “diritto” vantato dal ricorrente vittorioso sarebbe “illusorio se l’ordinamento giuridico interno di uno Stato contraente permettesse che una decisione giudiziaria definitiva ed obbligatoria resti inefficace a discapito di una parte”: infatti, “l’esecuzione di una decisione o di una sentenza, di qualunque giurisdizione si tratti, deve essere considerata parte integrante del processo ai sensi dell’art. 6 della Convenzione”. Ora, che il decreto decisorio abbia carattere obbligatorio sembra un assunto difficilmente controvertibile se è vero che la giurisprudenza amministrativa è pacifica nel ritenere che sussiste “un obbligo giuridico dell’autorità amministrativa di usare tutte le facoltà ad essa attribuite dalla legge per dare piena esecuzione alla decisione presidenziale” (Cons. St., Ad. Plen., 25 gennaio 1961, n. 1,; quanto alla definitività della decisione contenuta nel decreto del Presidente della Repubblica, si rinvia a: Cons. St., Ad. Plen., 30 ottobre 1954, n. 26,; Id., 10 giugno 1980, n. 22. Dello stesso avviso anche autorevole dottrina: in particolare, ad avviso di MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, Padova, 1976, II, 1341, “anche per le deliberazioni sui ricorsi [straordinari, n.d.r.] dovrebbe valere l’obbligo delle amministrazioni di uniformarsi ad esse e consentirsi il rimedio dell’ottemperanza”, atteso che “non sembra vi siano motivi per negare tale obbligo”. Del resto, i principi in tema di effettività della tutela esecutiva, per come affermati dalla CEDU, risultano cogenti anche in tema di pronunce “equated to a Court decision”, ossia decisioni non provenienti da una giurisdizione in senso formale, ma dalla cui perdurante “non execution” scaturisce la responsabilità degli Stati contraenti. Una rassegna delle più rilevanti decisioni della CEDU in tema di pronunce “equated to a Court decision” può leggersi nel mio Il legislatore ‘muove un passo’ (l’ultimo) verso la giurisdizionalizzazione del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica , cit., cui sia consentito, ancora una volta, rinviare.

[29] In questa Rivista, 2011, 759 e ss., con nostra nota di commento.

[30] Prima del recente revirement delle Sezioni Unite, anche rispetto all’ammissibilità del ricorso per motivi di giurisdizione (analogamente a quanto avveniva per il ricorso in ottemperanza) l’atteggiamento assolutamente prevalente in giurisprudenza era di chiusura: vedi ad esempio Cass. S.U., 14 dicembre 2004, n. 23236, che conferma un orientamento risalente a Cass., S.U., 4 ottobre 1974, n. 2601. In termini, Cass. S.U., 11 novembre 1988, n. 6075. In un precedente del 1973, (v. Cass. S.U., 9 luglio 1973, n. 1962), la S.C. aveva rilevato che “con la scelta, volontaria ed irrevocabile, operata dall’interessato il quale presenti previamente il ricorso straordinario al Capo dello Stato, la potestà giurisdizionale del Consiglio di Stato viene a cessare definitivamente”.

[31] Cass. S.U., 19 dicembre 2012, n. 23464, in questa Rivista, 2013, 350 e ss., con nostre brevi osservazioni.

[32] Cass. civ., Sez. III, 2 settembre 2013, n. 20054, in questa Rivista, 2013, 1686 e ss., con mie brevi osservazioni.

[33] Va notato che, nella pronuncia del settembre 2013, la portata irretroattiva della giurisdizionalizzazione viene indicata come proiezione dei principi affermati nella pronuncia n. 23464 del 2012: ma questa affermazione appare criticabile in quanto, come ricordato, nella detta occasione si era parlato del compendio riformistico come di una revisione, donde la relativa applicabilità anche ai ricorsi pendenti.

[34] Loc. ult. cit., spec. 1696.

[35] Sulla scorta di questo assunto il Giudice delle leggi ha dichiarato l’illegittimità della norma del Codice che attribuiva alla giurisdizione esclusiva del g.a. le controversie in materia di sanzioni inflitte dalla Consob: in particolare, la declaratoria di incostituzionalità si è fondata sul rilievo che la scelta codicistica non fosse in linea con le indicazioni provenienti dalla giurisprudenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione e, quindi, non fosse rispettoso dei criteri direttivi recati dalla delega contenuta nell’art. 44.






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